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LA FONDAZIONE - GLI ALTALENANTI ANNI '30 - LA PRIMA COPPA ITALIA - UN DOPOGUERRA TRAVAGLIATO - LA GRANDE FIORENTINA DI BERNARDINI E BEFANI - UN DECENNIO D'ORO - UN RAGAZZO PRODIGIO - L'ERA PONTELLO - IL RIMPIANTO BAGGIO - ALTI E BASSI CON CECCHI GORI - LA SETTIMA SORELLA - DALL'ADDIO DI BATISTUTA AL FALLIMENTO - LA RINASCITA CON DELLA VALLE - FIORENTINA OGGI


TORNA IL CALCIO

Dopo il sanguinoso conflitto, il calcio riprende il suo posto. Il primo torneo post-bellico. La Fiorentina si rivela impreparata alla nuova realtà e non riesce a
qualificarsi per la fase finale. Bigogno non può fare miracoli, con un materiale tecnico non proprio all'altezza. In una annata tanto negativa, un raggio di luce, l'esordio di Egisto Pandolfini.  

Naturalmente, il calcio italiano, unico a non essersi fermato tra quelli dei paesi interessati dal conflitto, dovette prendere atto della nuova realtà determinata dall'arrivo dello stesso sul suolo italico e della pratica impossibilità di garantire la regolarità delle competizioni. Lo stop dei campionati fu comunque parziale. L'attività continuò anche se in maniera sporadica e fondata su una serie di campionati di carattere regionale o addirittura cittadino, tesi a mantenere in attività i giocatori, anche se era assai difficile nelle condizioni date, poter pensare con serenità a praticare sport. Mentre la città si trovava al centro delle attività gappiste e alla reazione furibonda degli occupanti di fronte ad esse, il pallone diventava in pratica il bel ricordo di un tempo in cui la guerra sembrava lontana. 
Finalmente però, il conflitto terminò e, nel 1945, il calcio tornò a riprendere il suo carattere di svago principale degli italiani e anzi, riuscì a fungere da valvola di sfogo per un paese uscito non solo sconfitto, ma prostrato a causa delle immani distruzioni causate dagli eserciti in lotta. Purtroppo, e non poteva essere altrimenti, anche la Fiorentina aveva pagato il suo tributo di sangue: Armando Frigo, tre stagioni in viola, era infatti stato fucilato dai nazisti dopo essere entrato nella Resistenza.  
Il primo torneo postbellico fu organizzato appunto tenendo conto della nuova realtà, quella di una Italia praticamente tagliata in due dalle distruzioni operate alle proprie infrastrutture e perciò la Federazione decise di organizzare un campionato articolato in due gironi, limitando in tal modo gli spostamenti cui erano costrette le squadre e che, con le linee di comunicazione azzerate avrebbero falsato il regolare svolgimento del torneo. Il ritorno all'attività, costituiva una incognita per tutti, in quanto non si poteva sapere in quali condizioni le varie società avrebbero potuto presentarsi ai nastri di partenza, dopo un periodo in cui i giocatori, più che a calciare un pallone, avevano dovuto pensare a salvare la pelle, sotto i bombardamenti alleati e i rastrellamenti nazifascisti. La Fiorentina fu inserita nel girone centromeridionale insieme a Roma, Lazio, Napoli, Salernitana, Siena, Bari, Livorno, Pescara, Palermo e Anconitana e fu sicuramente un bene in quanto difficilmente avrebbe potuto reggere l'urto con gli squadroni settentrionali, ripresisi molto più in fretta dagli sconquassi del conflitto. 
Il quinto posto finale, che impedì ai viola di partecipare al girone finale per il titolo, testimoniò molto bene il degrado del materiale tecnico messo a disposizione del nuovo allenatore, Bigogno. Le uniche note liete dell'annata, oltre al ritorno alla normalità, erano quelle costituite da Gritti e da un ragazzo che proprio quell'anno iniziava una carriera strepitosa: Egisto Pandolfini


ADDIO MEO

La dirigenza cede Meo Menti al Grande Torino. Brutto segnale per la tifoseria: la Fiorentina è ormai in caduta libera. Una nota positiva comunque c'è: Bortoletto rivela le sue doti di ottimo centrocampista. La dirigenza si decide finalmente a cambiare rotta. Il ritorno di Uccio Valcareggi, ma soprattutto l'arrivo del grande Bepi Moro. Ferrero riesce a centrare il settimo posto.

Ma se la stagione 1945-46 si era rivelata deludente, il peggio doveva ancora arrivare. Nell'estate del 1946, infatti, una ferale notizia scosse profondamente la tifoseria gigliata: Meo Menti, grande idolo della folla viola, partiva verso la corte di Ferruccio Novo, quel Torino che, pezzo dopo pezzo, si apprestava a trasformarsi nella più leggendaria squadra che abbia mai calcato i campi della penisola. L'ala veneta partiva in direzione Piemonte, ma lasciava un pezzo di cuore sull'Arno, tanto da dichiarare che se c'era una squadra per la quale avrebbe anche potuto giocare gratuitamente, questa era proprio la Fiorentina. Agli occhi dei tifosi che lo avevano adorato nel corso delle sue evoluzioni in maglia gigliata, rimaneva il ricordo di un giocatore di livello assolutamente superiore e capace di trascinare la squadra. Era l'ennesimo segno della decadenza, che sembrava ormai irreversibile, della società viola, una decadenza dimostrata anche dalle acquisizioni di basso profilo che andavano ad integrare una rosa estremamente debole. Buoni giocatori come Suppi e Marchetti, non potevano certo sostituire nel cuore dei tifosi un fuoriclasse come Menti, come fu presto dimostrato da un campionato che mise in evidenza, e in maniera spietata, le magagne di una rosa inadeguata. Ne derivò una salvezza estremamente sofferta, ottenuta solo all'ultimo turno per effetto del pareggio col Bologna. E a poco valeva la consolazione di una scoperta come quella di Bortoletto, ottimo mediano prelevato dal Treviso e anche lui ormai sulla rampa di lancio del grande calcio.
La grande paura di quell'anno ebbe comunque il pregio di convincere la dirigenza viola a dare finalmente una sterzata. Dal Bologna furono prelevati, in cambio di Gritti, Valcareggi (un graditissimo ritorno) e Badiali, mentre dall'Aquila arrivava il solido mediano Acconcia. Ma soprattutto, a Treviso, fu scovato un portiere che negli anni a venire, avrebbe fatto a lungo parlare di sè, il grande Moro. Portiere provvisto di mezzi tecnici straordinari, Moro si sarebbe rivelato come uno dei più incredibili personaggi mai espressi dal calcio italiano. Capace di vincere le partite da solo, ma anche di far perdere alle sue squadre gare già vinte, fu per questo oggetto di sospetti a causa di una tendenza al gioco d'azzardo che più di una volta lo mise in grandi ambasce economiche. Inoltre la sua eccentricità caratteriale, era al limite della vera e propria pazzia. Con Helge Bronèe, suo degno compare, formò una coppia che fu vera manna dal cielo per la stampa romana, ai tempi della comune militanza giallorossa. La squadra fu affidata a Ferrero, il quale riuscì a dar luogo ad una navigazione tranquilla e a centrare un settimo posto che, se pur non esaltante, costituiva un toccasana dopo i tremori dell'anno precedente.

VITA NUOVA

Inizia un nuovo ciclo. La campagna acquisti del 1948 pone le basi per il rinascimento viola. Torna a casa  Pandolfini e arrivano Cervato e Rosetta, mentre Costagliola sostituisce l'estemporaneo Moro. Il deludente decimo posto finale passa in sottordine di fronte alla sciagura di Superga. La morte del vecchio idolo Menti colpisce profondamente i tifosi viola. L'estate del 1949 porta anche Chiappella.

Stava per iniziare un ciclo totalmente nuovo e a porre le basi di questo, fu la campagna acquisti portata avanti nell'estate del 1948, una campagna che avrebbe dato i suoi frutti negli anni a venire, ponendo solide basi per la rinascita tecnica tanto attesa dalla tifoseria. Alla partenza di Moro, troppo estemporaneo nelle sue prestazioni per poter assicurare sicurezza alla difesa, faceva da riscontro l'arrivo di Nardino Costagliola, messosi in evidenza nel corso delle precedenti stagioni passate a difesa della porta del Bari. Portiere non provvisto di grandissimi mezzi fisici, Costagliola riusciva ad attenuare la carenza in questione per effetto di una grande reattività e di un senso del piazzamento straordinario. Inoltre, la sua tranquillità e signorilità, risultarono molto preziose per uno spogliatoio ancora scioccato dai comportamenti del suo illustre predecessore. Se sul fronte delle partenze era da registrare anche quella di Gei, ceduto alla Sampdoria, tra gli arrivi ve ne erano due importantissimi, quelli di Sergio Cervato, dal Bolzano, e quello di Rosetta dall'Alessandria. Inoltre tornava alla base Pandolfini, dopo una ottima stagione passata alla Spal, che oltre ad averlo maturato, lo avevano messo in mostra come una delle promesse più fulgide del nostro calcio, convincendo la dirigenza viola a puntare su di lui. I risultati di questa campagna di rafforzamento non arrivarono immediatamente: il piazzamento finale, non fu esaltante, anzi, visto che un decimo posto non poteva certo accontentare una platea esigente come quella fiorentina. Tutto passò però in sottordine a fronte della tragedia di Superga, nella quale periva il Grande Torino, la più grande squadra mai apparsa sui campi della penisola. Naturalmente la tragica scomparsa dei giocatori granata, era resa ancora più angosciante per i tifosi viola dal fatto che nella sciagura era rimasto coinvolto anche il povero Menti, che essi avevano potuto apprezzare negli anni in cui questi aveva deliziato le folle di Campo di Marte.
Dopo la sciagura di Superga, i rapporti del interni al calcio italiano mutarono profondamente, anche perchè stava diventando sempre più massiccio il ricorso a fuoriclasse provenienti dall'estero. La Fiorentina, naturalmente, non poteva ambire ai piani alti della classifica, ma l'opera di consolidamento del materiale tecnico si era ormai indirizzato sui giusti binari. Nell'estate del 1949, arrivò un altro giocatore che avrebbe avuto grande importanza negli anni a venire, quel Beppe Chiappella scovato a Pisa dagli osservatori viola, che erano rimasti colpiti dalla sua continuità di rendimento. Insieme a lui arrivarono anche Beltrandi, dall'Imolese, l'ala Dalla Torre dal Genoa, l'ungherese Nagy e il tedesco Janda. La maturazione di elementi come Cervato, Chiappella e Pandolfini, l'ottima tenuta di Eliani e Costagliola e il buon rendimento di Janda, oltre alle reti di Galassi, portarono la Fiorentina ad un ottimo quinto posto finale. A conferma che la squadra stava intraprendendo una nuova fase, dal carattere ascensionale.