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LA FONDAZIONE - GLI ALTALENANTI ANNI '30 - LA PRIMA COPPA ITALIA - UN DOPOGUERRA TRAVAGLIATO - LA GRANDE FIORENTINA DI BERNARDINI E BEFANI - UN DECENNIO D'ORO - UN RAGAZZO PRODIGIO - L'ERA PONTELLO - IL RIMPIANTO BAGGIO - ALTI E BASSI CON CECCHI GORI - LA SETTIMA SORELLA - DALL'ADDIO DI BATISTUTA AL FALLIMENTO - LA RINASCITA CON DELLA VALLE - FIORENTINA OGGI


LA RESURREZIONE

Una tifoseria traumatizzata. Parola d'ordine: ritorno in serie A! Una campagna acquisti mirata: arrivano Grolli, Cuffersin, Griffanti e, soprattutto, il grande Romeo Menti. Un'altro danubiano in panchina: Soutschek. Il nuovo allenatore predica non solo bel gioco, ma anche grinta. La Fiorentina capisce l'antifona e torna nella massima serie.

Naturalmente, dopo la clamorosa caduta nella cadetteria, che aveva scioccato una tifoseria incredula, la parola d'ordine divenne quella del pronto ritorno nella massima serie e non poteva essere altrimenti per una squadra che solo due anni prima sognava lo scudetto. La dirigenza operò sul mercato per trovare quegli elementi che, per caratteristiche tecniche, potevano dare serie garanzie in un torneo ove la tecnica contava molto meno che in serie A e l'agonismo portato all'esasperazione era la caratteristica saliente. Arrivarono così, tra gli altri, il mediano Cuffersin dalla Triestina e il forte interno Grolli dal Bari, mentre il portiere Griffanti, prelevato a Vigevano, andava a chiudere il buco apertosi con la cessione di Amoretti. Ma il vero pezzo da novanta della campagna acquisti era rappresentato da Romeo Menti, prelevato dal Vicenza, ove aveva fatto immediatamente fatto vedere mezzi portentosi. Menti era un'ala dotata di grande dribbling e tiro mortifero, che proprio a Firenze andava ad iniziare una carriera ineguagliabile che lo avrebbe portato nella leggenda del nostro calcio.
Alla guida tecnica, fu posto l'ennesimo rappresentante della scuola danubiana, quel Rudolf Soutshek che, avendo allenato l'Alessandria era entrato a contatto con la scuola piemontese
integrando le sue idee sul gioco, che naturalmente doveva soddisfare il palato del pubblico raggiungendo adeguati livelli estetici, come era caratteristico per i rappresentanti della famosa scuola di cui era rappresentante, con una certa rudezza tipica della scuola piemontese e che per questo era stato considerato il più adatto alla bisogna. 
La dirigenza aveva visto giusto. La squadra viola partì subito forte battendo il Casale per 3-0 e il Padova 3-1, per poi andare ad impattare a reti inviolate sul campo dell'Anconitana, squadra che si aprrestava a diventare la sorpresa d'annata. La mezza battuta d'arresto interna con lo Spezia, fu seguita da in nuovo pareggio a reti bianche contro il Fanfulla e da due vittorie interne consecutive con Spal e Pro Vercelli. La prima sconfitta dell'anno arrivò a Vigevano, destando qualche perplessità in una tifoseria ancora traumatizzata dall'infausto esito del campionato precedente. Fu questo il periodo più difficile per la Fiorentina, tanto che due domeniche dopo la squadra di Soutschek perse di nuovo a Palermo. Il successivo pareggio di Salerno e quello interno con il Venezia, introdussero i viola al big match con l'Atalanta capolista, banco di prova che avrebbe dovuto dire una parola pressochè definitiva sulle effettive possibilità della squadra e dal quale uscirono bene, per effetto di un pareggio 1-1 che sembrava fugare ogni nuvola. Non era così, poichè la successiva sconfitta di Siena e il pareggio interno con la Sanremese risucchiarono la Fiorentina nel gruppone che inseguiva Atalanta ed Anconitana. Le sei vittorie consecutive inanellate dal 29 gennaio, riportarono però il sereno in un ambiente che cominciava ad aver paura di una nuova delusione. I tre pareggi successivi, ebbero comunque il potere di lasciare la Fiorentina da sola al secondo posto. Nel rush finale, la squadra viola perse soltanto lo scontro diretto con l'Atalanta e all'ultima giornata contro il Verona, quando ormai i giochi erano fatti. Ne conseguì la vittoria
del torneo e il ritorno in quello che, non a torto, era considerato l'ambiente naturale della Fiorentina, la massima serie. Il peggio era passato.

IL PRIMO TRIONFO

L'incredibile 1939-40. La società lascia intatto il corpo della squadra, innestandovi Ellena e Bigogno, proprio per non avere sgradite sorprese. La Fiorentina non ingrana e si salva solo all'ultimo turno. La metamorfosi in Coppa Italia: i viola travolgono ogni ostacolo e si portano la coppa a casa, destando stupore nel mondo calcistico nazionale: è il primo trionfo

La stagione 1939-40 sarebbe stata a lungo ricordata dai tifosi fiorentini per la sua contraddittorietà. L'arrivo di Ellena dal Milan e il graditissimo ritorno di Peppino Bigogno, sembravano in estate poter porre le basi per un campionato tranquillo, anche in considerazione del fatto che l'ossatura della squadra era praticamente stata preservata intatta proprio in previsione delle difficoltà derivanti dal salto di categoria. Il ragionamento che si faceva, era tutto imperniato sulla solidità dell'insieme, collaudato da un torneo duro come quello disputato tra i cadetti. Purtroppo, il disegno della dirigenza, si rivelò fallace e la speranza di inizio torneo si tramutò in una rapida disillusione, con una Fiorentina ben presto impelagata nella lotta per la retrocessione e incapace di darsi quel minimo di continuità in grado di assicurare un minimo di tranquillità ad un ambiente che ancora aveva negli occhi la caduta di due anni prima. A rendere difficile il campionato della Fiorentina, fu soprattutto l'estrema fragilità difensiva, dovuta non solo alle evidenti carenze del reparto arretrato, ma anche alla mancanza di una copertura adeguata da parte del reparto centrale. Se una carenza di questo genere poteva essere mascherata nel torneo cadetto, ben altra era la realtà della serie A, ove l'elevato livello tecnico non consentiva il camuffamento più o meno riuscito. La sofferenza divenne la caratteristica di una annata incredibile, tanto che la salvezza sarebbe arrivata solo all'ultima giornata e per effetto della differenza reti. 
Per fortuna della Fiorentina però, la stagione non si limitava al campionato, ma c'era anche la Coppa Italia, la seconda competizione nazionale che vide una clamorosa metamorfosi della compagine viola. Come se si trattasse di un'altra squadra, e non di quella che aveva rischiato la retrocessione, Bigogno e compagni sbalordirono il mondo calcistico nazionale e la critica specializzata, la quale non riusciva a spiegarsi ome una squadra potesse dar luogo a comportamenti diametralmente opposti nel corso della stessa annata.In Coppa Italia, infatti, la squadra viola si tramutò improvvisamente in un vero schiacciasassi, che sul suo cammino stritolò prima il Cavagnaro (7-1), poi il Milan (1-1 e 5-0 nella ripetizione), la Lazio (4-1), la Juventus (3-0) e infine, nella finalissima il Genoa, grazie ad una rete di Celoria al 26'. Era il primo trionfo nella storia della Fiorentina e aveva una valenza storica essendo il primo successo di una squadra non settentrionale nella storia del nostro calcio. A godere di questo trionfo non fu comunque Soutschek, ma Galluzzi, subentrato all'austriaco nel corso dell'anno, quando la barca sembrava ormai sul punto di affondare.

VERSO LA GUERRA

I benefici effetti della coppa vinta. Una campagna acquisti finalmente di largo respiro. Arriva Uccio Valcareggi. Galluzzi sforna miracoli in serie e porta la Fiorentina ad un inaspettato quarto posto. Menti fa sfracelli. Parte Di Benedetti e arriva Gei, ma stavolta il conto non torna. La Fiorentina cala, ma ormai è in arrivo la guerra e il calcio si ferma.

La coppa appena conquistata, ebbe benefici effetti sulla truppa viola, che prese coscienza della propria forza, aiutata anche da una campagna di rafforzamento finalmente adeguata, che permise l'adeguamento del materiale tecnico alle nuove ambizioni di una tifoseria ormai gasata dal primo trofeo vinto. Nell'estate del 1940, infatti, arrivavano nel capoluogo toscano giocatori non famosissimi, ma di sicura sostanza come il difensore Geigerle, prelevato dalla Triestina, il centrocampista Valcareggi, anche lui dalla squadra giuliana, e gli attaccanti Di Benedetti, un cavallo di ritorno che si sarebbe dimostrato molto utile e Degano, dall'Udinese. Sulla panchina, naturalmente, il confermatissimo Galluzzi, che si apprestava ad un altro miracolo. La Fiorentina, infatti, chiuse il torneo al quarto posto a pari punti col Milan e. soprattutto, sciorinò un gioco offensivo di grande rilievo. A fare la parte del mattatore, non poteva che essere Menti, coadiuvato in maniera splendida da un Di Benedetti ormai ripresosi dai guai al ginocchio che lo avevano frenato qualche anno prima. Ma oltre a loro, si posero in grande evidenza gli interni Valcareggi, il futuro Commissario Tecnico della Nazionale e "Pinella" Baldini, capaci di costruire in maniera adeguata la manovra e di andarla sovente a concludere.
Purtroppo, la macchina messa in piedi da Galluzzi, si inceppò nel 1941-42, anche a causa di una errata valutazione fatta su Di Benedetti. Il forte centravanti ex romanista, infatti, fu ceduto al Pisa e il suo posto fu preso da Gei, appena arrivato da Brescia. Se sul piano tecnico, il guadagno era netto, tanto che Gei chiuse con la bellezza di 18 reti all'attivo, non altrettanto poteva dirsi per quanto concerneva il gioco di insieme che, venendo a mancare la potenza di Di Benedetti, improvvisamente cominciò a scorrere con maggior difficoltà, costringendo i centrocampisti ad un surplus di fatica che fu pagato sul piano della tenuta difensiva. Nell'anno in cui la Roma vinceva il suo primo, clamoroso, scudetto, prima squadra del centrosud a rompere l'egemonia del calcio nordico, la Fiorentina chiudeva con un deludente decimo posto, molto al di sotto delle grandi aspettative di inizio stagione. Piazzamento che fu soltanto di poco migliorato l'anno successivo, anche per effetto di una campagna acquisti minimale, a seguito della quale arrivarono Bollano dal Milan e Michelini dal Torino, mentre sul fronte della partenze, era da registrare l'addio di Degano, ceduto al Livorno e di Baldini, in partenza per l'Ambrosiana. Il risultato finale, ottavo posto, fu comunque messo in sottordine dall'arrivo della guerra anche sul suolo italiano. Il calcio andava in soffitta e ai giocatori rimaneva l'assillo principale di salvare la vita tra i bombardamenti alleati e i rastrellamenti messi in opera dagli occupanti nazisti al fine di stroncare le attività resistenziali.