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Dopo
un torneo così entusiasmante, la Fiorentina era naturalmente attesa ad
una conferma
ad alti livelli. E proprio in questa ottica, la società adottò piccoli, ma
significativi mutamenti. Alle partenze di Baldinotti, Venturini
(che aveva giocato una sola partita e che si sarebbe affermato negli anni
successivi sino a raggiungere l'azzurro) e Chiecchi III, fecero riscontro
gli arrivi di tre uruguaiani, Antonioli, Sarni
e Gringa, e di Aldo Giuseppe Borel, fratello
maggiore del grande Farfallino che proprio in quell'anno sarebbe esploso
nelle file della Juventus.
Era chiaro l'intento della dirigenza di
sfruttare le opportunità offerte dal mercato sudamericano, come del resto
facevano un pò tutte le società italiane, facendo leva sulla
legislazione riguardante i cosiddetti oriundi, cioè coloro che potevano
provare di avere antenati italiani.
Purtroppo, Petrone fece vedere nel bene e nel male di cosa era capace e,
dopo aver confermato le sue grandissime doti di stoccatore, dette luogo ad
uno dei suoi tipici colpi di testa, fuggendo da Firenze per far ritorno in
patria, decapitando in pratica la squadra che
dipendeva in gran parte dai suoi estri. Dopo aver cominciato il torneo con Felsner, i gigliati non
poterono non risentire della fuga di Petrone, tanto che la dirigenza fu
costretta ad avvicendarlo con Rady, il quale riuscì a rimettere insieme i
cocci e a chiudere il torneo con un onorevole sesto posto. Furono
soprattutto Sarni, Gringa e Borel a sopperire al buco lasciato da Petrone,
mentre molto deludente fu il rendimento di Antonioli,
che non riuscì ad adeguarsi alla durezza che già all'epoca distingueva
il nostro calcio.
La campagna acquisti dell'estate 1933, riservò una brutta notizia per gli
appassionati viola. Alfredo Pitto, il primo giocatore della Fiorentina a
vestire la maglia azzurra, fu infatti ceduto all'Ambrosiana,
tra la costernazione di chi aveva apprezzato la caratura tecnica di uno
dei migliori giocatori italiani. Probabilmente
la mossa fu dovuta alla constatazione che tenere di riserva un giocatore
come Bruno Neri, costituiva un lusso inspiegabile,
ma rimaneva comunque difficile spiegarla ad una tifoseria ambiziosa,
soprattutto in considerazione del fatto che si andava a rinforzare una
diretta concorrente di alta classifica. Inoltre, dal Padova fu
prelevato un ottimo interno come Perazzolo,
che rendeva sempre più forte un reparto centrale che costituiva l'asse
portante della squadra. A completare una campagna tesa soprattutto a
puntellare una squadra considerata comunque forte, arrivarono attaccanti
come l'ungherese Nekadoma, Scagliotti
e Morselli, mentre tra le partenze v'era da
registrare soprattutto quella di Borel.
La Fiorentina di quella stagione, non riuscì
mai a trovare il giusto equilibrio, fornendo un rendimento altalenante. Il traballante rendimento di una
squadra che non riuscì a darsi la continuità sperata, costò il posto a
Rady, sostituito nel corso della stagione dal conterraneo Ging. Alla fine
dell'anno, i gigliati riuscirono a centrare un quinto posto che
rappresentava comunque un piccolo progresso rispetto all'anno precedente e
li confermava nel drappello d'elitè del nostro calcio. V'era inoltre da
registrare l'ennesima nota lieta prodotta dal vivaio toscano, quel Vinicio
Viani che alla sua prima annata ad alto livello, mise a segno la bellezza
di 16 reti, dimostrando di non avere nulla da
invidiare alle migliori punte del massimo torneo..
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La conferma della
Fiorentina ad alti livelli, non lasciava però presagire quello che
sarebbe avvenuto di lì a poco. La campagna acquisti in vista della
stagione 1934-35 fu condotta col solito acume dalla dirigenza. Arrivarono
sull'Arno il portiere Amoretti, prelevato dal
Genoa, l'ala Negro, scovato a Catanzaro e il
mediano Piccini. Sulla carta, non sembrava
certo una campagna scoppiettante, ma la squadra aveva ormai raggiunto una
grande solidità di insieme e i ritocchi operati erano estremamente mirati
e rispondevano alla logica di mantenere quella solidità di squadra che
aveva distinto la Fiorentina in quel periodo.
E fu proprio sulla solidità
di insieme che fece perno il nuovo allenatore, quel Guido Ara che portò a
Firenze i dettami della grande scuola piemontese di cui era un
riconosciuto ed affermato interprete. Scuola che puntava soprattutto
sull'agonismo e sulla grande aggressività, privilegiando la tenuta
d'insieme alle estemporanee giocate di qualche fuoriclasse. I gigliati si issarono sin dalle
prime giornate in cima alla classifica, dimostrando di aver ormai
raggiunto una grande maturità di squadra e di aver appreso alla
perfezione la lezione di Ara.
Alla prima giornata la
Fiorentina distrusse la forte Roma di Guaita e Scopelli, una delle
pretendenti al titolo, mettendo subito
in chiaro le proprie intenzioni e dando un preciso segnale al resto del
lotto: chi voleva vincere lo scudetto doveva fare i conti coi viola. Alla dodicesima giornata gli uomini di
Ara si trovavano praticamente in fuga, potendo vantare quattro lunghezze
di vantaggio sulla seconda in classifica.
La sconfitta di Bologna però, arrivata dopo che i
viola erano stati a lungo in vantaggio, permise alla muta delle
inseguitrici di accorciare le distanze. La Fiorentina seppe però reagire
a questo primo incidente di percorso, virando in testa alla fine del
girone di andata. Soltanto alla diciannovesima giornata la Juventus
riuscì a raggiungere i viola, che comunque continuavano la loro marcia fidando
soprattutto sull'ottima tenuta difensiva, figlia di un equilibrio di
squadra che era in fondo il segreto di Ara. All'ottimo rendimento dei
reparti arretrati, fece riscontro la conferma di Viani in avanti e la
miscela innescata portò la Fiorentina a trovarsi ancora in lotta per il
titolo sino alla 28° giornata, quando il derelitto Livorno, penultimo in
classifica, violò il campo gigliato grazie ad un goal di Busoni in
contropiede, con la Fiorentina tutta protesa in avanti nel tentativo di
sbloccare una partita che avrebbe potuto risultare devisiva e demolì il sogno a lungo coltivato.
Rimaneva la consolazione di un torneo strepitoso e la constatazione che la
squadra nata soltanto pochi anni prima, aveva tenuto fede alla prospettiva
di entrare nell'area delle squadre più forti, come ardentemente
desiderato dagli sportivi fiorentini.
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La beffa giocata
da Busoni, fu un vero e proprio segnale per la Fiorentina, arrivata nel
punto più alto della sua parabola nel periodo che precedette il secondo
conflitto mondiale. La sconfitta col Livorno, pesò più del prevedibile
sulle successive vicende della squadra, innescando una nuova fase nella
quale furono smarriti tutti i presupposti di quanto fatto sino a quel
momento. Il segno del ridimensionamento fu percepibile sin
dalla campagna acquisti successiva, quando, a fronte della partenza per
Lucca di Viani II, cessione che in pochi riuscirono a comprendere, la dirigenza procedette ad acquisti in tono minore.
L'arrivo dell'ala Borsetti
dalla Pro Vercelli, degli attaccanti Comini,
dalla Sampierdarenese, Romagnoli, dal Pescara e dell'ex romanista
Fasanelli dal Pisa, non erano certo tali da sollevare grandi entusiasmi.
Erano tutti giocatori di discreto livello, che però non potevano certo
garantire la permanenza della Fiorentina ai livelli toccati negli anni
precedenti.
Nessuno poteva però prevedere un campionato in tono minore come quello
che di lì a poco avrebbe disputato la squadra viola. Uscita subito dalla
lotta per i primi posti, la Fiorentina rigettò di colpo i metodi duri e
la assoluta disciplina con cui Ara la aveva condotta sino ad allora nel
tentativo di tenere unito lo spogliatoio e terminò il torneo con un
desolante dodicesimo posto, figlio soprattutto della scarsa prolificità
dell'attacco.
Per ovviare ai problemi del reparto avanzato, furono
acquistati allora Conti e Stella
dal Catania e fu riportato a casa quel Vinicio Viani che anche nella
Lucchese aveva dimostrato il suo fiuto del goal, che i tifosi viola già
conoscevano. Ormai però, la squadra
non era più il blocco monolitico che aveva fatto tremare le grandi nella
primavera del 1935, anche perchè proprio in quella sessione di mercato
erano stati ceduti giocatori di grande valore come Amoretti, Bigogno,
Perazzolo e Neri e il nono posto conquistato alla fine di quella stagione
1936-37. testimoniava con tutta evidenza il deterioramento tecnico in
atto.
Purtroppo la dirigenza non comprese ciò che stava per avvenire e
procedette all'avvicendamento alla guida tecnica della squadra, ove
Ottavio Baccani prendeva il posto di Ara, pensando in tal modo di poter
fronteggiare la crisi ormai evidente e facendo implicitamente capire di
ritenere il tecnico piemontese responsabile delo scadimento tecnico della
rosa. Inoltre, il mercato si limitava
all'acquisto di tutta una serie di giocatori che al massimo potevano
essere catalogati alla voce promesse, compreso quel Dante
Di Benedetti arrivato dalla Roma, dove era riuscito a farsi notare dal
settore tecnico delle squadre nazionali, dopo essersi rotto un ginocchio e
perciò praticamente da ricostruire, nel fisico e nel morale. Il naturale esito di questa sciagurata campagna, fu
la retrocessione sancita con largo anticipo e che non potè essere evitata
neanche con il classico cambio di allenatore a favore di Ferenc Molnar.
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