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LA FONDAZIONE - GLI ALTALENANTI ANNI '30 - LA PRIMA COPPA ITALIA - UN DOPOGUERRA TRAVAGLIATO - LA GRANDE FIORENTINA DI BERNARDINI E BEFANI - UN DECENNIO D'ORO - UN RAGAZZO PRODIGIO - L'ERA PONTELLO - IL RIMPIANTO BAGGIO - ALTI E BASSI CON CECCHI GORI - LA SETTIMA SORELLA - DALL'ADDIO DI BATISTUTA AL FALLIMENTO - LA RINASCITA CON DELLA VALLE - FIORENTINA OGGI


CONFERMA AD ALTI LIVELLI

La Fiorentina, continua a crescere. La fuga di Petrone tarpa le ali ai viola, lasciandoli senza un adeguato terminale offensivo. La cessione di Pitto all'Ambrosiana. Arriva Perazzolo per un centrocampo da favola. Rady non riesce a dare continuità alla squadra e costringe la società ad avvicendarlo con Ging. Un ottimo quinto posto finale.

Dopo un torneo così entusiasmante, la Fiorentina era naturalmente attesa ad una conferma ad alti livelli. E proprio in questa ottica, la società adottò piccoli, ma significativi mutamenti. Alle partenze di Baldinotti, Venturini (che aveva giocato una sola partita e che si sarebbe affermato negli anni successivi sino a raggiungere l'azzurro) e Chiecchi III, fecero riscontro gli arrivi di tre uruguaiani, Antonioli, Sarni e Gringa, e di Aldo Giuseppe Borel, fratello maggiore del grande Farfallino che proprio in quell'anno sarebbe esploso nelle file della Juventus. Era chiaro l'intento della dirigenza di sfruttare le opportunità offerte dal mercato sudamericano, come del resto facevano un pò tutte le società italiane, facendo leva sulla legislazione riguardante i cosiddetti oriundi, cioè coloro che potevano provare di avere antenati italiani.
Purtroppo, Petrone fece vedere nel bene e nel male di cosa era capace e, dopo aver confermato le sue grandissime doti di stoccatore, dette luogo ad uno dei suoi tipici colpi di testa, fuggendo da Firenze per far ritorno in patria
, decapitando in pratica la squadra che dipendeva in gran parte dai suoi estri
. Dopo aver cominciato il torneo con Felsner, i gigliati non poterono non risentire della fuga di Petrone, tanto che la dirigenza fu costretta ad avvicendarlo con Rady, il quale riuscì a rimettere insieme i cocci e a chiudere il torneo con un onorevole sesto posto. Furono soprattutto Sarni, Gringa e Borel a sopperire al buco lasciato da Petrone, mentre molto deludente fu il rendimento di Antonioli, che non riuscì ad adeguarsi alla durezza che già all'epoca distingueva il nostro calcio.
La campagna acquisti dell'estate 1933, riservò una brutta notizia per gli appassionati viola. Alfredo Pitto, il primo giocatore della Fiorentina a vestire la maglia azzurra, fu infatti ceduto all'Ambrosiana
, tra la costernazione di chi aveva apprezzato la caratura tecnica di uno dei migliori giocatori italiani
. Probabilmente la mossa fu dovuta alla constatazione che tenere di riserva un giocatore come Bruno Neri, costituiva un lusso inspiegabile, ma rimaneva comunque difficile spiegarla ad una tifoseria ambiziosa, soprattutto in considerazione del fatto che si andava a rinforzare una diretta concorrente di alta classifica. Inoltre, dal Padova fu prelevato un ottimo interno come Perazzolo, che rendeva sempre più forte un reparto centrale che costituiva l'asse portante della squadra. A completare una campagna tesa soprattutto a puntellare una squadra considerata comunque forte, arrivarono attaccanti come l'ungherese Nekadoma, Scagliotti e Morselli, mentre tra le partenze v'era da registrare soprattutto quella di Borel. La Fiorentina di quella stagione, non riuscì mai a trovare il giusto equilibrio, fornendo un rendimento altalenante. Il traballante rendimento di una squadra che non riuscì a darsi la continuità sperata, costò il posto a Rady, sostituito nel corso della stagione dal conterraneo Ging. Alla fine dell'anno, i gigliati riuscirono a centrare un quinto posto che rappresentava comunque un piccolo progresso rispetto all'anno precedente e li confermava nel drappello d'elitè del nostro calcio. V'era inoltre da registrare l'ennesima nota lieta prodotta dal vivaio toscano, quel Vinicio Viani che alla sua prima annata ad alto livello, mise a segno la bellezza di 16 reti, dimostrando di non avere nulla da invidiare alle migliori punte del massimo torneo..

 


CLAMOROSA BEFFA

Arrivano Amoretti, Negro e Piccini. La campagna di rafforzamento non scatena entusiasmi. Guido Ara, il nuovo allenatore imposta una sqaudra da combattimento. La Fiorentina parte subito forte e distrugge la Roma di Guaita e Scopelli. La fuga in testa. La sconfitta con la Juventus. La beffa con il Livorno distrugge il sogno.

La conferma della Fiorentina ad alti livelli, non lasciava però presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco. La campagna acquisti in vista della stagione 1934-35 fu condotta col solito acume dalla dirigenza. Arrivarono sull'Arno il portiere Amoretti, prelevato dal Genoa, l'ala Negro, scovato a Catanzaro e il mediano Piccini. Sulla carta, non sembrava certo una campagna scoppiettante, ma la squadra aveva ormai raggiunto una grande solidità di insieme e i ritocchi operati erano estremamente mirati e rispondevano alla logica di mantenere quella solidità di squadra che aveva distinto la Fiorentina in quel periodo. 
E fu proprio sulla solidità di insieme che fece perno il nuovo allenatore, quel Guido Ara che portò a Firenze i dettami della grande scuola piemontese di cui era un riconosciuto ed affermato interprete. Scuola che puntava soprattutto sull'agonismo e sulla grande aggressività, privilegiando la tenuta d'insieme alle estemporanee giocate di qualche fuoriclasse. I gigliati si issarono sin dalle prime giornate in cima alla classifica, dimostrando di aver ormai raggiunto una grande maturità di squadra e di aver appreso alla perfezione la lezione di Ara. 
Alla prima giornata la Fiorentina distrusse la forte Roma di Guaita e Scopelli, una delle pretendenti al titolo, mettendo subito in chiaro le proprie intenzioni e dando un preciso segnale al resto del lotto: chi voleva vincere lo scudetto doveva fare i conti coi viola. Alla dodicesima giornata gli uomini di Ara si trovavano praticamente in fuga, potendo vantare quattro lunghezze di vantaggio sulla seconda in classifica. 
La sconfitta di Bologna però, arrivata dopo che i viola erano stati a lungo in vantaggio, permise alla muta delle inseguitrici di accorciare le distanze. La Fiorentina seppe però reagire a questo primo incidente di percorso, virando in testa alla fine del girone di andata. Soltanto alla diciannovesima giornata la Juventus riuscì a raggiungere i viola, che comunque continuavano la loro marcia fidando soprattutto sull'ottima tenuta difensiva, figlia di un equilibrio di squadra che era in fondo il segreto di Ara. All'ottimo rendimento dei reparti arretrati, fece riscontro la conferma di Viani in avanti e la miscela innescata portò la Fiorentina a trovarsi ancora in lotta per il titolo sino alla 28° giornata, quando il derelitto Livorno, penultimo in classifica, violò il campo gigliato grazie ad un goal di Busoni in contropiede, con la Fiorentina tutta protesa in avanti nel tentativo di sbloccare una partita che avrebbe potuto risultare devisiva e demolì il sogno a lungo coltivato. Rimaneva la consolazione di un torneo strepitoso e la constatazione che la squadra nata soltanto pochi anni prima, aveva tenuto fede alla prospettiva di entrare nell'area delle squadre più forti, come ardentemente desiderato dagli sportivi fiorentini.

IL RIDIMENSIONAMENTO

Campagna acquisti in tono minore. La squadra rigetta i metodi severi di Ara. La cessione di Bigogno e Perazzolo indebolisce la squadra. La società non avverte i i sinistri campanelli d'allarme e compra soltanto l'attaccante Dante Di Benedetti. Baccani, successore di Ara, lascia il posto a Ferenc Molnar, ma troppo tardi: per la Fiorentina è di nuovo serie B.  

La beffa giocata da Busoni, fu un vero e proprio segnale per la Fiorentina, arrivata nel punto più alto della sua parabola nel periodo che precedette il secondo conflitto mondiale. La sconfitta col Livorno, pesò più del prevedibile sulle successive vicende della squadra, innescando una nuova fase nella quale furono smarriti tutti i presupposti di quanto fatto sino a quel momento. Il segno del ridimensionamento fu percepibile sin dalla campagna acquisti successiva, quando, a fronte della partenza per Lucca di Viani II, cessione che in pochi riuscirono a comprendere, la dirigenza procedette ad acquisti in tono minore. L'arrivo dell'ala Borsetti dalla Pro Vercelli, degli attaccanti Comini, dalla Sampierdarenese, Romagnoli, dal Pescara e dell'ex romanista Fasanelli dal Pisa, non erano certo tali da sollevare grandi entusiasmi. Erano tutti giocatori di discreto livello, che però non potevano certo garantire la permanenza della Fiorentina ai livelli toccati negli anni precedenti. 
Nessuno poteva però prevedere un campionato in tono minore come quello che di lì a poco avrebbe disputato la squadra viola. Uscita subito dalla lotta per i primi posti, la Fiorentina rigettò di colpo i metodi duri e la assoluta disciplina con cui Ara la aveva condotta sino ad allora nel tentativo di tenere unito lo spogliatoio e terminò il torneo con un desolante dodicesimo posto, figlio soprattutto della scarsa prolificità dell'attacco. 
Per ovviare ai problemi del reparto avanzato, furono acquistati allora Conti e Stella dal Catania e fu riportato a casa quel Vinicio Viani che anche nella Lucchese aveva dimostrato il suo fiuto del goal, che i tifosi viola già conoscevano. Ormai però, la squadra non era più il blocco monolitico che aveva fatto tremare le grandi nella primavera del 1935, anche perchè proprio in quella sessione di mercato erano stati ceduti giocatori di grande valore come Amoretti, Bigogno, Perazzolo e Neri e il nono posto conquistato alla fine di quella stagione 1936-37. testimoniava con tutta evidenza il deterioramento tecnico in atto. 
Purtroppo la dirigenza non comprese ciò che stava per avvenire e procedette all'avvicendamento alla guida tecnica della squadra, ove Ottavio Baccani prendeva il posto di Ara, pensando in tal modo di poter fronteggiare la crisi ormai evidente e facendo implicitamente capire di ritenere il tecnico piemontese responsabile delo scadimento tecnico della rosa. Inoltre, il mercato si limitava all'acquisto di tutta una serie di giocatori che al massimo potevano essere catalogati alla voce promesse, compreso quel Dante Di Benedetti arrivato dalla Roma, dove era riuscito a farsi notare dal settore tecnico delle squadre nazionali, dopo essersi rotto un ginocchio e perciò praticamente da ricostruire, nel fisico e nel morale. Il naturale esito di questa sciagurata campagna, fu la retrocessione sancita con largo anticipo e che non potè essere evitata neanche con il classico cambio di allenatore a favore di Ferenc Molnar.