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LA RICCHEZZA RENDE FELICI?

La vicenda annuale del Chelsea, la società che nel corso della precedente campagna acquisti aveva inondato di euro l'Europa, direbbe di no. Ballack e Shevcenko hanno clamorosamente fallito e l'ucraino sembra sulla via del ritorno a Milano. Mourinho e Abramovich sembrano ormai in rotta di collisione. ne valeva la pena?

E' l'interrogativo che ci si potrebbe porre di fronte a vicende come quelle del Chelsea o del Real Madrid, società che da qualche anno fanno la felicità di chi deve vendere per rimettere in sesto i conti. Lasciamo stare per un attimo il Real Madrid, immerso in problemi dovuti più che altro all'assurdità di alcune scelte tecniche da parte di una società che sembra badare soprattutto al marketing e passiamo al Chelsea, entrato improvvisamente in crisi, dopo due anni in cui aveva del tutto dominato la scena d'oltremanica. Il Chelsea, nell'ultima campagna acquisti, ha ingaggiato assi, o presunti tali, come Ballack, Ashley Cole e Shevchenko, tanto da essere immediatamente indicato come possibile dominatore della stagione europea. Purtroppo per Abramovich non è stato così, almeno sino a questo momento. In campionato il Chelsea viaggia a scartamento ridotto ed anche nelle coppe non è che la squadra di Mourinho abbia esaltato. Ballack e Shevchenko hanno prodotto un rendimento abbastanza mediocre, tanto da essere presto entrati in rotta di collisione con il resto della squadra. Il tedesco è accusato di scarso impegno, mentre l'ucraino è addirittura additato dai compagni come una spia al servizio del patron, a causa delle fughe di notizie riservate all'interno dello spogliatoio. In una situazione di caos generalizzato, non mancano le stilettate di Mourinho verso il suo presidente, accusato di aver preso giocatori diversi da quelli indicati dal tecnico portoghese. E di fronte alle incertezze derivanti dal possibile fallimento di una stagioen che si annunciava trionfale, lo stesso Mourinho ha già fatto intendere che alla fine dell'anno sarà lui a togliere le tende, senza aspettare la probabile cacciata da parte di una società cui l'improvviso benessere sembra aver fatto perdere la trebisonda.   

IL FENOMENO LIONE

La squadra francese è il modello opposto a quello rappresentato da Chelsea e Real. Investimenti mirati, oculatezza nel gestire il bilancio, identità di gioco: queste le caratteristiche della squadra francese che domina in lungo e in largo il calcio d'oltralpe. Adesso manca soltanto la conferma europea.

C'è un vero e proprio fenomeno che sta facendosi largo, nel calcio europeo. E' il Lione, squadra di non antica nascita (fu fondato nel 1950), ma di ormai solido blasone. La svolta epocale, nella storia della società francese, risale al 1999, anno nel quale fu stretta la sinergia con la Pathè, colosso transalpino dell'intrattenimento, grazie alla quale il Lione non ha praticamente i problemi di budget che pure assillano molte altre società concorrenti. A differenza però di squadre come Inter, Milan, Real Madrid o Chelsea, il Lione non ha mai abusato della forza economica derivante dall'alleanza con Pathè, tanto che in pochi anni ha ceduto pezzi da novanta come Essien o Diarra, senza per questo risentirne minimamente. Insomma, cambiano gli interpreti, ma lo spartito è lo stesso, come testimoniano i cinque titoli consecutivi ottenuti nelle ultime stagioni, cui quasi sicuramente se ne aggiungerà un sesto quest'anno. La consacrazione del Lione, a livello societario è avvenuta con l'entrata del club nel G14, l'organismo che riunisce le società europee più importanti. Il progetto Lione è un progetto che però non si esaurisce nella semplice quotidianità, tanto che la società si sta già muovendo per il futuro verso due direttrici ben definite. La prima riguarda la costruzione di un nuovo stadio che possa neutralizzare i problemi di capienza del "Gerland", la seconda concerne la creazione di una cittadella del calcio che possa esplicare al meglio l'attitudine all'intrattenimento dello sponsor principale. Per suggellare al meglio il momento magico del Lione, manca soltanto la consacrazione europea. Che sia questo l'anno buono? La Roma, prossima avversaria del Lione, si augura di no...

L'EREDE DELL'EREDE

Dall'Argentina rimbalza la notizia dell'interessamento della Juventus per Mario Bolatti, l'erede di Gago, a sua volta erede dei grandi numeri 5 del passato. Uno dei tanti ragazzi di belle speranze pronti a bruciarsi in Europa? Basti pensare a D'Alessandro, Aimar e Cavenaghi, gli ultimi fenomeni in ordine di tempo.

Dall'Argentina è rimbalzata in Italia una notizia pubblicata dalla "Mañana di Cordoba" e riguardante Mario Bolatti, giovane centrocampista del Belgrano che sarebbe stato acquistato dalla Juventus grazie a Giambattista Pastorello, ex presidente del Verona e ora osservatore in quel paese per conto del club bianconero. La Juventus avrebbe superato la concorrenza di River Plate, Boca Juniors e Independiente, che si erano prontamente attivate per strappare Bolatti al Belgrano. Mario Bolatti è il tipico cervello di centrocampo argentino, dotato di molto senso tattico, ma di non straordinario estro. In più ha una grande attitudine al gioco aereo, derivante da una statura di 1,89 che lo rendono molto appetibile per un calcio fisico come quello che si gioca oggi in Europa. Il club che gli aveva fatto la corte con la maggiore insistenza è stato il Boca Juniors che si trova nella necessità di rimpiazzare Gago, ceduto a dicembre al Real Madrid e presentato dalla stampa specializzata come erede designato dei grandi numeri 5 sudamericani del passato. Sembra però che per trovare un degno erede di Gago, il Boca dovrà rivolgersi verso altri lidi, in quanto il Belgrano ha giudicato troppo bassa l'offerta di 1,5 milioni di euro per la metà del giocatore. Se fosse vera la notizia dell'acquisto da parte della Juventus, non rimarrebbe da augurarsi che Bolatti riesca a non bruciarsi in Europa come invece è successo per molti degli ultimi presunti crac prodotti dal calcio argentino. Basti pensare alle delusioni rappresentate dai vari Aimar, D'Alessandro e Cavenaghi per capire come molto spesso i supposti fenomeni siano tali solo in un campionato ormai di secondaria importanza come quello argentino.