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CAMPIONATI DI GUERRA

La guerra incombente mette in sottordine la retrocessione. Arriva Viani, unico rinforzo di spessore, ma non basta per l'immediato ritorno nella massima serie. Anche il calcio si ferma del tutto. Una incredibile amichevole tra Napoli e Salernitana finisce tra gli incidenti.

Con una sanguinosissima guerra ormai in atto, e con l'Europa messa a ferro e fuoco dalle truppe di Hitler, la retrocessione del Napoli, pur dolorosissima per gli sportivi partenopei, non poteva che passare in sottordine, anche perchè migliaia e migliaia di ragazzi italiani perdevano ogni giorno la vita sui vari teatri del conflitto, a seguito della disgraziata decisione di Mussolini di entrare in guerra al fianco di Hitler. 
La campagna di rafforzamento estivo, si limitò in pratica ad un solo acquisto, anche se di grande rilievo, quel Vinicio Viani che, con le maglie di Livorno e Fiorentina, aveva dimostrato in quegli anni grandi doti di stoccatore anche nella massima serie e che si candidava perciò a diventare il nuovo idolo di una tifoseria ancora sotto botta per la disgraziata retrocessione dell'annata precedente. Il momento negativo del Napoli non era però ancora terminato e neanche le sue reti, riuscirono a riportare immediatamente il Napoli nella massima serie prima della sosta bellica dei campionati, generando l'ennesima delusione in una tifoseria che, a dispetto delle difficoltà derivanti dal conflitto e dei risultati non proprio brillanti, aveva continuato a seguire il Napoli con immutato affetto. Il tempo del calcio era però finito e l'attività non poteva che prendere atto della nuova realtà generata dalla pratica spaccatura in due dell'Italia, coi tedeschi arroccati al Nord e gli Alleati che risalivano dalla Sicilia ove erano sbarcati senza incontrare opposizione.
Mentre l'attività si limitava ormai ad amichevoli che servivano a tenere in attività i giocatori, a Napoli si formavano due società, la Società Sportiva Napoli e la Società Polisportiva Napoli. La prima era stata promossa dal giornalista Arturo Collana, la seconda era stata fondata da Luigi Scuotto. Ben presto però si arrivò alla fusione delle due realtà e alla nascita della Associazione Polisportiva Napoli, le cui prime uscite avvennero all'Orto Botanico, poichè il vecchio Ascarelli era stato distrutto. E proprio l'Orto Botanico, fu teatro di una incredibile partita tra Napoli e Salernitana, nel corso della quale l'arbitro Stampacchia fu costretto a fingersi morto per porre fine ad una lunga serie di incidenti tra i giocatori.    

RITORNO ALLA NORMALITA'

Torna il calcio e riprende il suo posto nelle domeniche degli Italiani. Il Napoli viene graziato dalla Federazione che lo ripesca in serie A e lo inserisce nel girone delle squadre centromeridionali. Vecchie glorie alla riscossa. Il pareggio con la Juventus consegna lo scudetto al Grande Torino.
La stagione 1945-46, fu quella che vide finalmente il ritorno alla normalità, anche nel nostro paese. Dopo i lutti e le distruzioni causati dalla guerra, il calcio riprese il posto di preminenza che aveva sempre avuto nelle domeniche degli italiani. Il Napoli, per sua fortuna, fu graziato dalla nuova organizzazione in gironi del massimo torneo, dovuta alla presa d'atto da parte della Federazione che la situazione logistica impediva una ripresa veramente normale in un paese ove le vie di comunicazione erano state completamente distrutte e perciò gli spostamenti richiedevano tempi estremamente lunghi. Ne derivava il ritorno dei gironi territoriali e perciò l'allargamento del numero delle squadre che avrebbero partecipato al primo campionato post-bellico. Inserita nel girone centromeridionale insieme a Roma, Salernitana, Livorno, Siena, Lazio, Fiorentina e Bari, la squadra campana si ripresentò ai nastri di partenza forte di una serie di vecchie glorie del calcio d'anteguerra, come Andreolo, Lushta e Baldi mentre Sansone si siedeva in panchina con la qualifica di giocatore allenatore. 
Mentre la tifoseria esprimeva forti dubbi, memore delle delusioni dell'epoca precedente, la squadra si incaricò di fugare i timori. La nuova inquadratura, nella quale continuava a dispensare il suo magistero calcistico il vecchio, ma sempre valido Andreolo, era infatti sufficiente per consentire al Napoli di arrivare primo a pari merito con Bari, nel girone di qualificazione, adempiendo a quello che era considerato l'obiettivo primario della squadra, la permanenza nella massima serie. Poi però, l'urto con le grandi del Nord rivelò il solco che la guerra aveva provveduto a scavare nel calcio italiano. Il calcio settentrionale era riuscito a riorganizzarsi prima e meglio di quello del centrosud e il divario creatosi, fu immediatamente riscontrato nel girone finale che doveva assegnare il primo scudetto del dopoguerra. Il Napoli comunque riuscì a togliersi una ulteriore soddisfazione e si classificò al quinto posto finale, prima delle squadre centromeridionali e la sua maggiore impresa nel girone finale, consistette nel regalare lo scudetto al Grande Torino, inchiodando sul pareggio la Juventus all'ultima giornata.

DI NUOVO IN SERIE B

La conferma di Sansone sulla panchina e l'ingresso di Cuomo e Mussolino in società. Ancora una campagna acquisti in tono minore. L'ottavo posto finale illude la dirigenza. L'acquisto di Krieziu non basta e il Napoli va in crisi. Sentimenti II in panchina non basta e il Napoli retrocede nuovamente.
Il buon comportamento di quella stagione, valse a Sansone la conferma sulla panchina, mentre sul fronte societario v'era da registrare l'ingresso di Alfonso Cuomo ed Egidio Musollino, due dirigenti che avrebbero avuto un grande ruolo nelle future vicende dirigenziali del Napoli. La campagna acquisti si svolse in tono minore e l'arrivo più eclatante fu quello Dante Di Benedetti, ottimo mestierante dell'area che si era messo in mostra giovanissimo alla Roma, per poi ripiegare a Bari a seguito di un grave infortunio occorsogli proprio in vista della convocazione in Nazionale. Insieme a lui arrivavano giocatori sconosciuti o quasi come Spartano, Nespolo e Santamaria, tutti scovati nelle serie inferiori della regione che pur promettenti, non potevano dare eccessivo affidamento in un torneo che si preannunciava molto difficile. Teatro delle gesta del Napoli era nel frattempo divenuto il Vomero, ove pagò dazio anche il Grande Torino, fermato sul pareggio per due a due da una squadra che in quell'anno stava andando molto oltre le sue possibilità. L'ottavo posto finale illuse probabilmente la dirigenza napoletana che operò una stima esagerata del materiale tecnico, illudendosi che fosse possibile una navigazione tranquilla anche nel torneo successivo. Fu spesa la bellezza di 16 milioni per Naim Krieziu, forte ala albanese che aveva vinto lo scudetto con la Roma nel 1942, ma insieme a lui arrivò un solo altro acquisto di rilievo, quel Roberto La Paz che era il primo giocatore di colore mai approdato sui nostri campi. 
Proprio La Paz, un vero e proprio gentleman del calcio, si rivelò il maggior punto di forza di una squadra ormai in piena crisi tecnica, ma neanche le sue funamboliche giocate poterono far fronte alla pochezza del materiale messo a disposizione di Sansone. Quando la situazione cominciò a denotarsi in tutta la sua criticità, la dirigenza azzurra cercò di dare una sterzata procedendo ad un cambio di panchina che portò sulla stessa prima Vecchina e poi Sentimenti II (nella duplice veste di giocatore ed allenatore), ma fu tutto inutile perchè ormai la squadra si era avvitata in una crisi tecnica che gli impediva di rispondere alle sollecitazioni del tecnico e a suonare la pratica condanna dell'undici partenopeo fu un personaggio che avrebbe rivestito grande importanza nella successiva storia del Napoli, un certo Bruno Pesaola, detto Petisso, autore delle due reti nella partita con la Roma che praticamente scavarono la fossa ai partenopei. Ad aggravare la sconfitta sul campo, arrivò poi la rivelazione di un tentativo di truccare la partita di Bologna che, se non ebbe ulteriori conseguenze disciplinari marchiò però in modo irreparabile sul piano della lealtà sportiva la dirigenza napoletana. Era ormai arrivato il momento di ricostruire tutto.