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LA FONDAZIONE - INVERSIONE DI ROTTA - L'ERA LAURO - DALLA FINE DELLA GUERRA ALLA SECONDA RETROCESSIONE - IL NAPOLI DI JEPPSON - LA TERZA RETROCESSIONE - DALLA COPPA ITALIA ALLA SERIE B - SIVORI E ALTAFINI - COMINCIA L'ERA FERLAINO - IL CALCIO TOTALE DI VINICIO - DALLA SECONDA COPPA ITALIA ALL'AUTORETE DI FERRARIO - L'ERA MARADONA - IL PRIMO SCUDETTO - DAL SECONDO SCUDETTO ALLA SERIE B - FINISCE L'ERA FERLAINO - IL FALLIMENTO - NAPOLI OGGI


COMINCIA L'ERA LAURO

Lauro fa le pentole (risana il deficit), ma non i coperchi. Arrivano solo dei comprimari. Se ne va Stabile. Ma insieme a lui se ne va Vojack: fine di un'epoca. I problemi economici portano alla cessione di Pietro Ferraris all'Inter. Il Napoli è ormai in caduta libera.

Naturalmente, dopo aver ripianato il deficit societario, Lauro non poteva dar luogo ad una campagna acquisti faraonica, pur avendo compreso le lacune che impedivano alla squadra di esaudire le aspettative della tifoseria. Arrivarono alcuni comprimari di buona levatura, come l'ex interista Blasevich, la punta Busoni, il terzino Fenoglio dall'Alessandria e il mediano Uslenghi, un oriundo argentino che aveva dato ottima prova di sè al Livorno, mentre veniva rispedito al mittente Stabile, che neanche a Napoli aveva saputo rinverdire i propri fasti. Se la partenza di Stabile non colpiva molto la tifoseria, ben altro era l'impatto emotivo di un altro addio, quello di Vojack, che lasciava alle sue spalle montagne di segnature e un segno duraturo su una epoca che lo aveva visto tra i protagonisti. 
Il nono posto finale era la naturale risultante di una campagna in tono minore. I problemi di carattere finanziario continuarono però a riverberarsi in maniera pesantissima sul Napoli, tanto che la campagna estiva del 1936, si tramutò in una campagna cessioni, che vide partire Pietro Ferraris, divenuto immediatamente uno dei beniamini della folla partenopea, verso l'Ambrosiana, Busoni, che aveva fatto vedere tutte le sue doti nel corso dell'annata precedente, verso Bologna, Rivolta e Uslenghi. Il ridimensionamento tecnico che ne derivava era vistoso e infatti alla fine di quella stagione, il Napoli ottenne un tredicesimo posto che testimoniava l'irreversibile degrado cui stava andando incontro. Neanche l'arrivo sulla panchina di Angelo Mattea, rappresentante della famosa scuola piemontese, era riuscito a ridare un minimo di nerbo ad una squadra in preoccupante involuzione tecnica.   

VERSO IL BARATRO

Arriva una ottima mezzala di nome Rocco. Il declino tecnico della squadra continua con le cessioni di Colombari e Rossetti. Il decimo posto frustra le ambizioni dei tifosi. Lauro cerca di correre ai ripari: arrivano Piccini e Negro, ma è ancora troppo poco.

La successiva campagna acquisti, fu caratterizzata dall'arrivo di un ottimo interno, quel Nereo Rocco che nel secondo dopoguerra sarebbe diventato famoso allenatore col soprannome di "Paron". Rocco era una ottima mezzala, capace di impostare nel migliore dei modi il gioco e di andare a concluderlo nel modo più appropriato, e come tale si confermò sotto il Vesuvio, diventando immediatamente uno dei favoriti dei tifosi napoletani. Neanche lui però, poteva fare le pentole e i coperchi che sarebbero stati necessari per riportare il Napoli alle posizioni che aveva raggiunto nella prima metà del decennio. La crisi finanziaria in cui versava la società, continuava ad impedire a Lauro di ovviare alle pecche di un organico che risentiva dei mancati interventi degli anni precedenti e che non riusciva ormai da tempo a rispondere alle sollecitazioni di un ambiente insofferente alle ristrettezze del momento. Tra l'altro nel corso di quella estate erano stati ceduti anche Colombari e Rossetti, che di quei fasti erano stati tra i protagonisti più celebrati. 
La stagione fu iniziata in panchina da Mattea, ma poi la latitanza di risultati, costrinse Lauro ad avvicendarlo con Imre Payer, che riuscì a rimettere in linea di navigazione una squadra che stava progressivemante scivolando verso il basso. Ancora una volta, il decimo posto finale frustrava le ambizioni di una tifoseria che mal celava la propria disillusione. Lauro cercò di fronteggiare la situazione come meglio poteva e l'arrivo di due ottimi mediani come Piccini e Gramaglia, oltre a quello dell'ala Negro, testimoniarono la buona volontà del massimo dirigente azzurro. Il settimo posto finale, era un premio forse insperato, ma meritato, per una squadra che si era comportata con dignità su tutti i campi. Almeno sul piano dell'impegno, i tifosi nulla potevano rimproverare ad una compagine ove abbondavano i comprimari, ma ormai priva delle stelle che avevano caratterizzato l'era precedente.

PER LA PRIMA VOLTA IN SERIE B

Lauro tenta la mossa della disperazione: via Payer, arriva Baloncieri. La retrocessione viene evitata solo per differenza reti. Lauro prende atto della crisi e se ne va. Del Pezzo presidente. Un insperato settimo posto. La grande illusione lascia il posto all'amara realtà: il Napoli in serie B.

Lauro cercò di reagire alla crisi finanziaria dando una sterzata alla guida tecnica della squadra, con l'ingaggio di Adolfo Baloncieri, la grande mezzala di Torino ed Alessandria che aveva da poco dismesso i panni di calciatore per intraprendere quella di allenatore. Il grande problema di Baloncieri era però la mancanza di quella bacchetta magica della quale necessitava una squadra ormai allo sbando e apertamente incapace di reagire alle sollecitazioni. E infatti la retrocessione fu evitata soltanto con l'ausilio della miglior differenza reti rispetto al Liguria, inducendo Lauro a prendere atto della pratica impossibilità di continuare a dirigere la società e a farsi da parte in favore di Gaetano Del Pezzo, il cui primo provvedimento fu quello di chiamare sulla panchina una vecchia bandiera come Vojack, al quale veniva in pratica chiesto di fungere da paravento e di mettere a disposizione di una squadra non trascendentale, il prestigio accumulato da giocatore. La campagna acquisti vide un massiccio innesto di ex laziali, il portiere Blason, il difensore Faotto, il mediano Milano, l'ala Busani e l'attaccante Barrera, oltre a quello dell'ala Cappellini, uomo stravagante, ma giocatore di grande sostanza, proveniente dal Bari. E proprio l'ottimo rendimento in attacco di Barrera e Busani, consentì ai partenopei di invertire la rotta degli anni precedenti, portando il Napoli ad un insperato settimo posto.  
Era però soltanto una illusione, come si incaricò di dimostrare il torneo successivo, preceduto da una deludente campagna di rafforzamento che vide arrivare semplici comprimari come Berra, Verrina e Dugini, elementi discreti, ma che non potevano certo risolvere d'incanto i problemi tecnici di una squadra che ormai da tempo aveva smarrito la retta via. Il Napoli non riuscì mai a schiodarsi dal fondo della classifica, se non alla penultima giornata. La sconfitta in casa del Genoa, nel turno conclusivo, sancì però la prima retrocessione, proprio nell'anno in cui l'altra bandiera del calcio centromeridionale, la Roma, vinceva il suo primo scudetto.