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UN MITO DIMENTICATO |
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C'è una grande
rimozione, nella storia del calcio italiano,
quella che riguarda Vittorio Pozzo. Il Commissario Tecnico della doppia
vittoria mondiale degli anni '30, è stato vittima di una pressochè
totale cancellazione dalle cronache del nostro calcio, tanto da non
vedersi intitolare neanche il nuovo stadio costruito a Torino in occasione
dei Mondiali del 1990, per il quale fu scelto l'insipido titolo di Stadio
delle Alpi. Tutto a causa di una presunta vicinanza al regime fascista,
costruita su un falso clamoroso, l'adesione di Pozzo alla Repubblica di
Salò, sulla quale torneremo. Ma chi fu in realtà Vittorio Pozzo? |
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IL COMANDANTE |
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Nel 1928, la Nazionale
riuscì a guadagnarsi la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam,
perdendo la possibilità di giocarsi la finalissima in una entusiasmante
semifinale con l'Uruguay. Poco male, poichè il regime fascista aveva
ormai intuito la possibilità di sfruttare a fini propagandistici il
calcio. In questo quadro, importanza rilevantissima era perciò assunto
dalla squadra azzurra, i cui eventuali successi potevano essere usati non solo
per dare lustro al fascismo usandolo come veicolo di prestigio
internazionale, ma anche come fattore di aggregazione funzionale
all'inquadramento militaresco delle masse. Nel 1929, Leandro Arpinati,
già Podestà di Bologna e Presidente della Federcalcio, divenne
Sottosegretario agli Interni e in questa duplice veste decise di
richiamare Pozzo, del quale apprezzava la competenza, alla guida della Nazionale. Era del tutto chiaro
l'intento del regime, cosa che del resto Pozzo aveva compreso appieno.
Ciononostante, il nuovo Commissario Tecnico riuscì a ricavarsi una dose
di autonomia rinunciando al compenso che gli era dovuto e improntando coi
suoi metodi la selezione a lui affidata. Metodi che erano quelli tipici di
una caserma: Pozzo, infatti, introdusse l'usanza del ritiro prepartita e
cominciò a gestire in maniera pressochè dittatoriale orari, pasti e vita
degli atleti che chiamava a vestire la casacca azzurra. Cominciava così
l'era che avrebbe portato l'Italia sul tetto del mondo, una epoca
caratterizzata dal Metodo, il modulo di gioco che vide in Pozzo e in Hugo
Meisl i suoi più grandi interpreti e che consentì alle squadre
continentali di superare la supremazia britannica impostata sul Sistema.
Il Metodo, che prevedeva l'arretramento di mezzali e difensori laterali in
difesa e l'avanzamento del centrale di difesa a sostegno del reparto
mediano, era in effetti più adatto alla concezione di gioco che permeava
il calcio continentale, più protetto e portato al contropiede rispetto al
calcio britannico. L'Italia di Pozzo, fu la squadra che meglio rispose ai
canoni imposti dal Metodo, aprendo un ciclo nel 1930 che sarebbe durato
sino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale. Proprio nel 1930,
infatti, gli azzurri vinsero la Coppa Internazionale, un prototipo del
campionato europeo che riuniva in pratica tutte le migliori squadre
europee (Italia, Ungheria, Austria e Cecoslovacchia) ad eccezione dei
superbi britannici, denotando i grandi progressi fatti dal nostro calcio
nel corso degli anni '20, grazie soprattutto ad una generazione di
campioni che avrebbero lasciato la loro impronta sulla storia del nostro
calcio: Meazza, Ferrari,
Serantoni, Combi, Rosetta, Ferraris IV,
Monzeglio, Caligaris, solo per fare alcuni nomi sarebbero entrati nella leggenda del
calcio italiano, scrivendone alcune delle pagine più fulgide. Ma accanto
agli autoctoni, una citazione di merito spetta agli oriundi, cioè a
quegli atleti nati all'estero, ma con discendenze italiane, che la nostra
Federazione, grazie ad una speciale regolamentazione, seppe portare sui
nostri campi, saccheggiando letteralmente i vivai sudamericani. Grandi
fuoriclasse come Monti, Orsi,
Guaita, Andreolo e tanti altri, elevarono
all'ennesima potenza il livello di un calcio che si preparava alla sua
prima epoca d'oro. Che sarebbe sfociata nei trionfi mondiali del 1934 e
del 1938, con corredo di polemiche, ma anche con lo straordinario
contributo di Pozzo. Per capire cosa portò nell'ambiente della Nazionale
il tecnico torinese, basti raccontare due episodi. Il primo risale alla
finalissima delle Olimpiadi tedesche del 1936, quando arrivò un
telegramma per la mezzala Biagi, che fu aperto dal Commissario Tecnico:
"Mamma deceduta stop vieni subito." Lo stesso Pozzo, ricordava
così l'episodio: "Se Biagi lo avesse saputo, avrebbe giocato lo
stesso quella partita decisiva, ma con quale stato d'animo?" Decise
perciò di mettersi in tasca quel telegramma e "il suo cuore divenne
di pietra". Il secondo episodio, riguarda una partita tra Italia e
Germania, nel corso della quale Serantoni si fratturò il piede.
Accostatosi alla panchina, fu visitato sommariamente e gli fu riscontrata
la frattura, ma Pozzo gli ordinò di tornare in campo e di continuare a
giocare. Mancavano diciotto minuti alla fine della gara, che si
tramutarono in un vero inferno per la generosa mezzala. Alla fine,
Serantoni fu trasportato via in barella e il medico tedesco che lo
visitò, disse: "Se non vedessi, mi rifiuterei di credere che un uomo
abbia potuto resistere sino a questo limite." E proprio la devozione
dei suoi ragazzi, era il valore aggiunto che Pozzo portava nella
Nazionale. Quando decideva di puntare su un giocatore, doveva essere
sicuro che quello avrebbe risposto al massimo, ma una volta ottenutane la
fiducia, il legame diventava strettissimo. Come sapeva Attilio Ferraris IV,
il "Leone di Highbury", che alla vigilia del mondiale del 1934
sembrava ormai un ex giocatore, logorato dalle notti in bianco passate sui
tavoli da biliardo della Capitale e da una vita non proprio da atleta.
Pozzo, che ben conosceva le straordinarie doti agonistiche del borghigiano,
gli fece sapere che lo voleva nella mediana che avrebbe affrontato la
competizione mondiale, ma solo se si fosse allenato a dovere, ritornando
ai livelli di rendimento consueti. Ferraris IV rispose all'appello e nel
lasso di tempo che lo divideva dalla competizione riuscì a recuperare la
forma consueta, diventando l'asso nella manica della squadra che avrebbe
vinto il primo alloro mondiale. |
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I PERCHE' DELL'OSTRACISMO |
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Perchè il calcio
italiano ha dimenticato Pozzo? Il motivo sta soprattutto nella supposta
adesione del tecnico torinese alla Repubblica di Salò. Inventata
probabilmente da chi non aveva mai digerito l'atteggiamento tenuto da
Pozzo ai mondiali del 1938, quando l'Italia si trovò al centro di un vero
caso politico derivante dall'essere in pratica la rappresentante di quel
regime fascista che aveva azzerato le libertà democratiche e costretto
centinaia di migliaia di oppositori a rifugiarsi all'estero per scampare
al confino e salvare la vita dalle violenze delle squadracce nere di
Mussolini. La bufera nella quale si trovò l'Italia, coinvolse
naturalmente anche Pozzo, il quale all'esordio di Marsiglia contro la
Norvegia, decise di non cedere di fronte alle migliaia e migliaia di
fuoriusciti che rumoreggiavano contro l'usanza della nostra selezione di
salutare alla romana, facendo ripetere per due volte il rituale. Anni
dopo, il Commissario Tecnico spiegò la sua decisione, affermando che se
non avesse fatto così, il morale della squadra avrebbe potuto risentirne.
Spiegazione che può essere accettata solo se si entra nell'ottica di una
persona che fondava i suoi metodi di gestione sulla disciplina e su una
buona dose di psicologia, che rasentava la mistica. Nelle sue memorie,
Pozzo, rievocò così l'episodio: "Partiamo per Marsiglia, dove ci
attende la Norvegia. E qui piombiamo subito in piena tempesta. La partita
viene avvolta immediatamente in uno sfondo polemico-politico.
Ingiustamente. Perchè i giocatori nostri non si sognano nemmeno di farne,
della politica. Rappresentano il loro Paese, e ne portano naturalmente e
degnamente i colori e le insegne. Nello stadio sono stati portati circa
diecimila fuoriusciti italiani, coll'intenzione e l'ordine di avversare al
massimo la squadra azzurra. Il momento critico è quello del saluto:
quando i giocatori nostri alzeranno la mano per salutare alla moda
fascista, deve scoppiare il finimondo. Io vengo avvisato di quanto ci
attende. E' una sfida diretta al nostro temperamento, al nostro carattere.
Come comandante so con precisione quale sia il mio, il nostro dovere. A
parte ogni altra considerazione, conosco anche quale effetto deleterio
avrebbe sul morale dei giocatori, il cedere pubblicamente ad una
intimidazione, prima ancora che la prima delle nostre gare abbia inizio.
Vado in campo colla squadra, ordinata alla militare, e mi pongo sulla
destra. Al saluto, ci accoglie come previsto una bordata solenne ed
assordante di fischi, di insulti e di improperi. Pare di essere in Italia,
tanto le espressioni a noi rivolte echeggiano nell'idioma e nei dialetti
nostri. Quanto sia durato quel putiferio, non so dire con precisione.
(...) Ad un dato punto, il gran fracasso accennò a diminuire, poi cessò.
Ordinai l'attenti. Avevamo appena messo giù la mano, che la dimostrazione
riprese violenta. Subito: Squadra attenti. Saluto. E tornammo ad alzare la
mano, come per confermare che non avevamo paura. Non durò a lungo la
seconda parte della manifestazione, anche perchè il pubblico francese e
quello neutrale dicevano chiaro di averne abbastanza, di voler vedere
giocare. E noi, paghi di aver vinto la battaglia dell'intimidazione,
giocammo". Sembra chiaro, da queste parole, che Pozzo non considerò
nemmeno a posteriori il lato politico della vicenda. Probabilmente, il
tecnico torinese, non pensava minimamente alle ripercussioni della stessa
in un paese ove buona parte della classe dirigente d'epoca fascista rimase
al proprio posto nelle amministrazioni statali. Lui, però, pagò in
maniera abbastanza salata il conto, finendo vittima di una sorta di
damnatio memoriae che lo condannò ad un avvilente esilio, tanto che, come
già detto, nemmeno il nuovo stadio torinese gli fu dedicato proprio per
la "compromissione" col regime. Eppure Pozzo non fu fascista.
Non aveva mai preso la tessera del partito, come avevano fatto in tanti
per risparmiarsi eventuali guai. Anzi, nel Fondo Pozzo, posto sotto la
tutela del Ministero dei Beni Culturali, esistono documenti che comprovano
l'attività a favore della Resistenza. In particolare, un documento del
Comitato di Liberazione Nazionale di Biella, recita testualmente: "Si
dichiara che il Comm. Vittorio Pozzo ha collaborato fin dal settembre '43
con questo CLN con compiti di organizzare gli aiuti ai prigionieri alleati
e il loro passaggio in Svizzera." Purtroppo, neanche l'evidenza
documentale è riuscita a scalfire il muro dell'ostracismo decretato dal
calcio italiano verso uno dei suoi più grandi interpreti. |
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