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LA FONDAZIONE
- GLI
ANNI '50 E LA SAMP DEI VECCHIETTI TERRIBILI - IL
PRIMO PERIODO BUIO - I GRIGI ANNI '70
- INIZIA L'ERA MANTOVANI - DALLA PRIMA
COPPA ITALIA ALLO SCUDETTO - LA DELUSIONE DI WEMBLEY - DALLA MORTE DI
MANTOVANI ALLA SERIE B - ARRIVA GARRONE
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INIZIA IL PRIMO PERIODO
BUIO |
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L'addio
di Ravano, portò alla formazione di un Direttorio formato da Borghi,
Cornetto, Corti, Rebuffa e Sanguineti, i quali operarono poi il trapasso
dei poteri all'armatore ciociaro Glauco Lolli Ghetti. La prima mossa del
nuovo Presidente fu quella di confermare Eraldo Monzeglio in panchina e
questa poteva essere considerata scontata, considerato ciò che il tecnico
aveva fatto in precedenza. Meno scontata fu la cessione di Ocwirk,
originata dai presunti dissapori con l'allenatore. L'interno austriaco
poteva essere considerato l'allenatore in campo della squadra e la sua
partenza provocava un vero e proprio buco in mezzo al campo cui Lolli
Ghetti pensò di rimediare con l'acquisto di due giocatori yugoslavi,
Vujadin Boskov e Todor Veselinovic, la cui caratura internazionale era
indiscussa ed era stata ripetutamente dimostrata nel corso delle tante
partite della loro Nazionale. Il problema grosso, stava però nel fatto
che entrambi erano ormai entrati nella fase calante di una grandissima
carriera e avevano bisogno di tempo per adeguarsi ad un calcio come quello
italiano, noto ormai in tutto il mondo per il catenaccio imperante, cui
non erano assolutamente abituati. A deludere fu soprattutto Boskov, il
quale dimostrò impietosamente che l'avanzare dell'età ne aveva intaccato
in maniera determinante il rendimento, ma anche Veselinovic si limitò ad
una quindicina di partite nel corso delle quali riuscì sì a far
intravvedere una tecnica di grandissimo rilievo, ma anche la necessità di
rifiatare a lungo. La squadra risentì ovviamente della mancanza di una
guida come quella di Ocwirk e piombò in una crisi tecnica devastante che
la portò in piena lotta per non retrocedere. A pagare le conseguenze del
pessimo comportamento doriano fu proprio Monzeglio, il quale dovette
lasciare la panchina a sei giornate dal termine a favore di Roberto Lerici,
che riuscì a riassestare alla meglio i resti della grande Sampdoria
dell'anno precedente e, collezionando otto punti, a conquistare un decimo
posto ormai insperato. |
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VERSO IL BARATRO |
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Lolli
Ghetti, però, non intervenne con la dovuta energia per tappare le falle
che si andavano aprendo e, in vista della stagione 1963-64, operò
soltanto piccoli ritocchi. L'acquisto di maggior peso era quello di Maryan
Wisnieski, uno dei più rappresentativi giocatori francesi, che si era
messo in grande evidenza come spalla del grande Just Fontaine ai Mondiali
del 1958. Prelevato dal Lens, club nel quale si era formato e ove si era
affermato, Wisnieski era un laterale di attacco dotato di tecnica e forza
fisica e sembrava una buonissima spalla per il confermatissimo Da Silva.
Insieme a lui, arrivavano la mezzala Salvi, una promessa del nostro calcio
e, soprattutto, Paolone Barison, ala dotata di fisico da corazziere che al
Milan aveva trovato poco spazio. L'acquisto di Barison rappresentò un
vero colpo di fortuna, in quanto l'attaccante di Vittorio Veneto, che era
esploso sull'altra sponda della Lanterna, ritrovò alla Sampdoria il
rendimento dei primi anni sino a riproporsi per la Nazionale. Nonostante
il grande rendimento di Barison, autore di ben 13 reti, la Sampdoria non
riuscì mai ad ingranare in quella disgraziata stagione. Il primo segnale
di allarme arrivò sin dalla seconda giornata, quando una non
trascendentale Roma rifilò un punteggio tennistico agli uomini di Ocwirk.
E sin dalle prime giornate, divenne chiaro che il tallone d'Achille della
squadra era la difesa, ove nemmeno Vincenzi e Bernasconi erano in grado di
rimediare alla mancanza di copertura di un centrocampo ove il declino di
Bergamaschi non aveva trovato adeguati compensi. La vittoria della quinta
giornata con il Catania, un rotondo 4-1, illuse brevemente la tifoseria
sulla possibilità di giocare comunque il solito campionato tranquillo o
quasi, ma le ripetute sconfitte del periodo successivo, che culminarono in
quella del primo derby d'annata, si incaricarono di spazzare via ogni
illusione. Neanche tra le mura amiche di Marassi, ove pure negli anni
passati la Sampdoria aveva costruito le sue fortune, i blucerchiati
riuscivano a dare una impressione di adeguata forza. Dopo aver girato a 14
punti la fase ascendente del campionato, la Sampdoria inanellò quattro
sconfitte consecutive che la portarono al limite dello psicodramma. Per
fortuna, la clamorosa vittoria per 5-1 di Catania allentò un poco la
tensione, ma la disfatta interna con l'Inter rese vana l'impresa
siciliana. Fu il secondo derby stagionale, con un Genoa che navigava
tranquillamente a centroclassifica, a dare la svolta positiva. La vittoria
per 1-0 arrecò all'ambiente doriano l'entusiasmo che spinse la squadra ad
inanellare una serie di partite positive che culminarono nell'impresa di
San Siro, quando la Sampdoria riuscì a difendere la rete del vantaggio
con una difesa strenua. La salvezza matematica arrivò solo grazie allo
0-0 tra Messina e Modena, che neutralizzava la sconfitta di Torino e
permetteva ai doriani di scampare alla retrocessione per la miglior
differenza reti nei confronti dei canarini. Di fronte al pericolo
scampato, Lolli Ghetti cercò di dare una svolta capace di portare fuori
la squadra dalle secche di una crisi tecnica che era ormai sotto gli occhi
di tutti e dette luogo ad una campagna acquisti scoppiettante. In difesa
arrivava Alfio Fontana, uno dei migliori terzini italiani nel periodo a
cavallo tra gli ultimi anni '50 e i primi anni '60, prelevato dalla Roma
con l'evidente intento di rigenerarlo. La mediana, vedeva l'innesto di
un'altra vecchia gloria del calcio italiano, quell'Enea Masiero che era
stato un punto di forza dell'Inter negli anni passati in nerazzurro. Dalla
Fiorentina arrivava Francisco Ramon Lojacono, interno dalle grandi doti
balistiche, ma in evidente calo di rendimento, mentre dalla Roma arrivava
anche quel Benedicto Angel Sormani che dopo essere costato una barca di
quattrini alla dirigenza romanista, aveva clamorosamente fallito sulla
sponda giallorossa del Tevere. L'intento di Lolli Ghetti era evidente e
puntava a ripetere lo schema dei terribili vecchietti che avevano fatto la
fortuna di Ravano alla fine del decennio precedente. Purtroppo, la
scommessa di Lolli Ghetti si rivelò un azzardo. Lojacono era chiaramente
in disarmo, mentre Sormani era praticamente da ricostruire come giocatore,
ancora in preda ad una evidente crisi di fiducia. Il nuovo tecnico, il
vecchio Pinella Baldini, si trovò così nel mezzo di una tempesta:
nonostante le ottime prestazioni di due giovani del vivaio, lo stopper
Francesco Morini e il regista Mario Frustalupi, la Sampdoria dette luogo
ad una nuova stagione di trepidazioni, che la vide salvarsi per miracolo
ai danni dei cugini del Genoa. Era però evidente che non si poteva andare
avanti in questo modo. |
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PER LA PRIMA VOLTA IN
SERIE B |
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I tremori della stagione
1964-65, spinsero il Presidente a dar luogo ad una vera e propria
rivoluzione, a seguito della quale si decise di puntare su giovani in
cerca di affermazione e sulla cui fame di gloria si pensava poter
costruire un nuovo corso. Dopo essersi fatto le ossa nei campionati
minori, tornava Enrico Dordoni, mediano formatosi nella società e
reputato ormai pronto per la massima serie. Tornavano anche Salvi, dal
Milan e il centravanti Cristin, che era stato spedito a Monza. Inoltre
erano da registrarsi gli acquisti di altri giovani come Pienti e
Giampaglia. Ma non solo loro, visto che Lolli Ghetti aveva provveduto a
rilevare il cartellino di Mario David, robusto centromediano sulla breccia
dalla metà del decennio precedente, e di Carlo Novelli, attaccante che
aveva girato mezza Italia nel corso della sua carriera, senza mai
raggiungere grandissimi livelli di rendimento. Era evidente l'intento di
dare una salutare sterzata all'ambiente, puntando sull'entusiasmo di
ragazzi che erano in cerca della definitiva affermazione. Purtroppo, la
confusione tecnica e societaria era ormai all'apice. Proprio alla vigilia
del campionato, Lolli Ghetti decideva di passare la mano all'armatore
Enrico De Franceschini, dando un segnale non proprio positivo
all'ambiente: il suo addio poteva infatti essere interpretato come la
definitiva resa ad una situazione non brillante. Alla prima giornata, la
Sampdoria impattava a Marassi col Torino, replicando a Cagliari nella
settimana successiva. Sembrava ancora una volta possibile una aurea
mediocrità che era diventato il marchio di fabbrica doriano in quel lasso
di tempo. Gli osservatori più attenti, avevano però già intuito che le
cose non stavano così e che la squadra rischiava di fare la prte delvaso
di coccio in mezzo a quelli di ferro. Poi, arrivò la sconfitta casalinga
con la Roma a complicare ulteriormente le cose. Nonostante la vittoria con
il Foggia, la crisi della squadra stava travolgendo il povero Baldini, il
quale non sapeva più a quale santo appellarsi. Intervenne allora De
Franceschini, il quale prese contatto con Fulvio Bernardini, uno dei
migliori allenatori italiani di ogni epoca, il quale dopo aver vinto lo
scudetto con la Fiorentina, si era ripetuto con il Bologna e aveva portato
la Lazio a vincere la Coppa Italia nel 1958. Il Dottore accettò la sfida
propostagli dal Presidente doriano, ma anche la sua sapienza, poco poteva
di fronte alla pochezza di una squadra ove i giovani non riuscivano a
confermare le promesse della vigilia e i vecchi denotavano chiaramente
l'usura del tempo. Dopo aver chiuso a sili 13 punti il girone di andata,
la Sampdoria iniziò la seconda parte del torneo con una sconfitta a
Torino, subito seguita dal pareggio interno con il Cagliari di Riva e
dalla sconfitta di Roma contro i giallorossi. Una nuova sconfitta interna
col Milan e quella esterna a Foggia, resero chiaro che la squadra non
rispondeva più alle sollecitazioni di Bernardini e la crisi morale della
stessa aveva ormai toccato il suo punto più alto. Quando anche il Brescia
violò Marassi, le residue speranze della tifoseria lasciarono il passo
alla disillusione più completa. Ancora due sconfitte con il Bologna e la
Fiorentina azzerarono le possibilità di salvezza dei doriani, anche se
nell'ultima parte del torneo si ebbe un tardivo risveglio, iniziato dallo
scontro diretto col Catania al Cibali, che vide gli uomini di Bernardini
prevalere per 3-2. Un nuovo mezzo passo falso casalingo col Vicenza,
vanificò in parte quell'impresa, ma una nuova vittoria esterna a Varese
risvegliò le speranze. Quando anche l'Atalanta fu battuta a Marassi e l'Inter
fermata sul pareggio a San Siro, sembrò che potesse avverarsi quelo che
sino a poche settimane prima era da considerarsi un miracolo. La squadra
sembrò improvvisamente trasformata e continuò la striscia positiva
andando a vincere contro la Spal, nella settimana che precedeva lo scontro
diretto dell'Olimpico con la Lazio. Quel giorno, fu l'arbitro Bernardis di
Trieste a seppellire buona parte delle residue speranze della Sampdoria,
negando agli uomini di Bernardini un rigore definito solare da tutta la
stampa nazionale, per atterramento di Cristin ad opera di Gori. Alla
penultima giornata, i doriani vinsero anche col Napoli, ma ormai la
salvezza passava per la combinazione dei risultati dell'ultima giornata.
Il 22 maggio 1966, la Sampdoria fu sconfitta per 2-1 dalla Juventus al
Comunale di Torino, mentre in concomitanza, il Brescia si faceva rimontare
due reti dalla Spal, condannando i blucerchiati alla prima, amara
retrocessione. |
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