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LA FONDAZIONE
- GLI
ANNI '50 E LA SAMP DEI VECCHIETTI TERRIBILI - IL
PRIMO PERIODO BUIO - I GRIGI ANNI '70
- INIZIA L'ERA MANTOVANI - DALLA PRIMA
COPPA ITALIA ALLO SCUDETTO - LA DELUSIONE DI WEMBLEY - DALLA MORTE DI
MANTOVANI ALLA SERIE B - ARRIVA GARRONE
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PIU' BASSI CHE ALTI |
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Il
non esaltante comportamento della squadra, nel corso del biennio appena
concluso, dimostrava che era arrivato il momento di voltare pagina e di
potenziare la rosa, per non rivivere le angustie che aveva segnato la
storia delle squadre che avevano dato luogo alla Sampdoria negli anni
precedenti la fusione. La campagna acquisizioni dell'estate 1951 vide
perciò una robusta iniezione di forze nuove, a partire da Bepi Moro,
portiere bizzoso, ma capace nelle giornate di grazia di tirar giù la
saracinesca di fronte agli attaccanti avversari, prelevato dalla Lucchese.
La difesa vedeva inoltre l'innesto di Fommei, centromediano di buona
levatura e rendimento costante acquistato dal Livorno. In mediana,
arrivava il forte laterale Oppezzo, dal Novara, mentre il reparto
offensivo vedeva gli arrivi di Oliviero Conti, dalla Minerva di Milano, di
Emiliano Farina, dalla Cremonese e di Clemente Gotti, dal Ponte San
Pietro, tutti elementi che costituivano promesse da coltivare. Era una
campagna di rafforzamento senza squilli di tromba, ma fatta con buon
discernimento e metteva nelle mani del nuovo allenatore, Mario Foni, una
squadra in grado di destreggiarsi con buon profitto. Il risultato del
campo confermava questo assioma e la Sampdoria chiudeva con un dignitoso
settimo posto, che avrebbe potuto rappresentare un trampolino di lancio
per il futuro. Settimo posto che però non serviva a mascherare l'ormai
evidente dissidio tra Foni e il presidente Parodi, dovuto non solo a
dissapori di carattere tecnico, ma anche ad una evidente assenza di
simpatia tra due personaggi dal carattere non facile. Foni decise perciò
di lasciare la Superba e di andarsene all'Inter, mentre la guida tecnica
passava al suo secondo, Poggi. La campagna acquisti cercò di tappare le
falle che stavano emergendo nella rosa con gli arrivi del centromediano
Mialich dalla Mestrina, del laterale Agostinelli dal Brescia, dell'altro
laterale Bernicchi dal Bologna, dell'interno
Gritti dal Bologna, e degli
attaccanti Galassi dalla Fiorentina e Arce dalla Lazio, oltre ad una
giovane promessa, Ronzon del Gemona, che avrebbe fatto parlare molto di
sè in futuro, ma sul lato delle cessioni ve n'erano due molto pesanti,
quelle di Bergamo, passato alla Lazio e di Lucentini, andato alla
Fiorentina, che vanificavano gli arrivi. Il campo si assunse l'incarico di
spazzare via ogni illusione e già alla nona giornata, Poggi era costretto
a passare la mano a Ivo Fiorentini, il quale riuscì a raddrizzare la
barca, ma non potè far molto per mascherare i difetti strutturali della
stessa, anche perchè Bassetto era incorso in una delle annate più
negative della sua carriera. La crisi della squadra era talmente profonda
che, nel corso dell'ultima parte della stagione Moro aveva pensato bene di
prodursi in una delle performances più incredibili della sua stramba
carriera. Nel corso della partita con l'Udinese, dopo aver propiziato la
rete friulana bucando l'uscita, e vedendo frustrati tutti i tentativi dei
suoi compagni di attacco di raggiungere il pareggio, chiamò Galassi e
scambiò la maglia con lui spostandosi all'attacco. Dopo aver ricevuto il
pallone, superò in dribbling un paio di esterrefatti bianconeri e aprì
alla perfezione per Gei, il cui traversone consentì a Conti di segnare di
testa. Il pubblico gradì molto l'estemporanea alzata di genio di Moro,
non altrettanto la società che decise perciò di mettere il portiere
della Nazionale sul mercato. E mentre Moro finiva alla Roma, ove avrebbe
continuato a mettere in mostra la sua irriducibile bizzarria, Bassetto,
dopo sette stagioni esaltanti, veniva ceduto all'Atalanta. Si sarebbe
dimostrato un grande errore, poichè l'interno a Bergamo sarebbe tornato
sui suoi consueti livelli, tanto da arrivare in maglia azzurra. Veniva
ceduto anche Arce, altro giocatore mattocchio che però da questo punto di
vista nella sua esperienza genovese era stato eclissato dall'inarrivabile
Moro, mentre sul fronte degli arrivi, v'era da registrare il ritorno di
Pinella Baldini, che dopo l'anno passato al Como tornava sotto la Lanterna
ove aveva dato il meglio di sè. Insieme a Baldini, arrivavano però
alcuni giocatori di grande solidità e rendimento, a partire da quel Karl
Aage Hansen, danese della Juventus che insieme a Praest e John Hansen
aveva fatto la fortuna dei bianconeri negli anni passati sotto la Mole.
Dalla Juventus arrivava anche l'altro mediano Giacomo Mari, mentre in
porta Moro veniva sostituito da Pin. Un acquisto al momento sottovalutato,
quello di Tortul dal Taranto, si sarebbe dimostrato invece di grande
importanza negli anni a venire, ben più di quel Testa, dell'Atalanta che
non riuscì mai a confermare il ruolo di grande promessa col quale era
giunto. Mentre la squadra era affidata a Tabanelli,anche sul fronte
societario v'erano da registrare novità: Parodi lasciava e la gestione
passava ad un Commissariato formato da Gallina, Corti, Dazzaro e Edmondo
Costa i quali trapassarono i poteri a Alberto Ravano. Fu proprio sotto la
sua guida che lo Statuto venne cambiato in modo da prevedere l'elezione
del Presidente non più da parte del Direttivo, bensì per acclamazione
dell'assemblea dei soci. Alla fine dell'anno, la Sampdoria dimostrò che
la fase peggiore era passata, conquistando un onorevole ottavo posto.
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ARRIVANO FIRMANI E OCWIRK |
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L'ottavo
posto del 1953-54 costituiva il classico bicchiere che stava alla
tifoseria decidere se mezzo peino o mezzo vuoto. Se il piazzamento non
poteva certo essere considerato esaltante, poteva però costituire la base
per una nuova fase di floridezza. La società cercò di migliorare la rosa
a disposizione di Tabanelli, puntellando in particolare quell'attacco che
nella stagione appena conclusa era stato il punto debole della squadra. Si
procedette perciò all'acquisizione di Humberto Rosa dal Rosario Central,
giocatore che arrivò a stagione inoltrata e che si dimostrerà un
equivoco. L'oriundo, infatti, non era un centravanti, bensì un regista e,
per fortuna della squadra, Conti, Baldini, Ronzon e Tortul riuscirono con
il loro tourbillon continuo a mascherare l'assenza di un vero ariete
d'attacco. Il difficile avvio di stagione, aveva nel frattempo costretto
la società ad affiancare Lajos Czeizler a Tabanelli. Proprio nel corso di
quella annata, fece il suo esordio nelle file doriane un giocatore che
avrebbe segnato un'epoca, quel Gaudenzio Bernasconi, ribattezzato
affettuosamente "Orsacchiotto", che avrebbe vestito per ben 338
volte la casacca blucerchiata. Prelevato dall'Atalanta, previo versamento
di un nutrito numero di milioni e cessione di Fommei, Bernasconi fece
subito vedere che le referenze che lo avevano preceduto sotto la Lanterna
avevano saldo fondamento. Al termine della stagione, la Sampdoria fece un
piccolo passo indietro rispetto all'anno precedente, chiudendo al nono
posto. Ancora una volta, la dirigenza decise perciò che bisognava
allargare i cordoni della borsa per cercare di procurare a Czeizler il
materiale umano in grado di far fare il tanto desiderato salto di
qualità. L'obiettivo principale della campagna di rafforzamento, fu
individuato in Inghilterra, quell'Eddie Firmani, centravanti del Charlton
per avere il quale furono necessari 80 milioni. L'arrivo di Firmani,
autore di ben 17 reti nella sua stagione di esordio in Italia, costituì
un vero toccasana per il settore avanzato doriano, in quanto apportò quel
peso che era mancato negli anni precedenti e dette ai vari Ronzon, Conti e
Tortul una spalla validissima. Nonostante qualche passaggio a vuoto, come
quello che alla seconda giornata portò al terribile rovescio col Milan
(6-1 per i rossoneri dilaganti dopo l'effimero ventaggio doriano), la
squadra di Czeizler alla fine dell'anno festeggiò il decennale della
nascita societaria con un ottimo sesto posto che permetteva alla tifoseria
di guardare con grande fiducia al futuro. Confortata in questo anche da
una campagna acquisti di grande spessore che vide arrivare da Vienna il
regista della nazionale austriaca Ocwirk, uno dei migliori giocatori del
Vecchio Continente. Ma non solo lui, se si pensa che dal Padova arrivò
una delle maggiori promesse del nostro calcio, l'ala Marcello Agnoletto,
mentre dal Vicenza venne prelevato il mediano Azelio Vicini. In porta
c'era inoltre da registrare l'avvicendamento tra Pin, ceduto al Padova e Bardelli, acquistato dal Catania. La prima parte della stagione confermò
i pronostici fatti in sede di calcio mercato dagli osservatori, i quali
avevano indicato proprio nella Sampdoria la possibile grande sorpresa. La
squadra, affidata a Czeizler e Rava, partì nella maniera più
spettacolare, rifilando un clamoroso 6-2 al Padova all'Appiani, per poi
battere in rapida sequenza Torino e Spal (3-0 a Ferrara, con tripletta di
Tortul). Alla settima giornata, la Sampdoria era prima in classifica,
posizione che mantenne anche all'ottava tornata nonostante la sconfitta di
Vicenza. A questo punto, però, cominciò una fase negativa che culminò
nel rovescio di Roma coi giallorossi e che allontanò il vertice della
classifica. Alla fine del girone di andata, Ocwirk e compagni girarono in
quarta posizione, ma le ambizioni smodate che avevano destato i primi
risultati portarono ad una grande confusione societaria che ebbe come
risultato un vero e proprio tourbillon in panchina. Dopo il rovescio
casalingo con la Spal, Czeizler fu costretto ad abbandonare il binomio con
Rava, il quale a sua volta dovette gettare la spugna alla trentunesima
giornata in favore di Amoretti. Incredibilmente, però, non era finita,
perchè dopo soltanto una settimana, Amoretti fu costretto a farsi da
parte in favore di Bill Dodgin. In simili condizioni, il quinto posto
finale, poteva essere considerato un vero e proprio miracolo. |
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I VECCHIETTI TERRIBILI
DANNO SPETTACOLO |
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Dopo una stagione per
molti versi esaltante, la squadra blucerchiata sembrava ormai pronta per
poter competere ad alti livelli, ma la dirigenza fece un clamoroso errore
di valutazione e, invece di puntellare la rosa con giocatori capaci di
portare ad un ulteriore salto di qualità, varò una campagna acquisti
minimale. L'unico acquisto fu in pratica quello di Benito Sarti, terzino
messosi in evidenza nel Padova, mentre sul fronte delle partenze ve ne
erano due molto pesanti, quella di Agnoletto, passato al Vicenza e quella
Ronzon, che veniva ceduto all'Atalanta. Nessuno poteva però pensare che
la squadra avrebbe fatto registrare un arretramento capace di portarla ai
margini della zona retrocessione, come invece avvenne. Naturalmente, a
fare le spese del mancato rendimento dei giocatori, fu l'allenatore, quel
Dodgin che fu costretto a farsi da parte dopo la sconfitta del 16 febbraio
1958 contro il Milan. Fu l'eterno Baloncieri ad incaricarsi di portare la
Sampdoria fuori dalle sabbie mobili, chiudendo con un comunque
deludentissimo dodicesimo posto. L'unica nota positiva dell'annata, fu
l'esordio di un giovanotto che avrebbe fatto molto parlare di sè, l'ala Mora, il quale dimostrò immediatamente di avere i mezzi necessari per
emergere ad alti livelli. Il pessimo rendimento della squadra, fu
affrontato da Ravano nell'unico modo possibile, con un deciso cambio di
rotta, che investì innanzitutto la panchina, ove si installò Eraldo
Monzeglio. L'ex terzino di Bologna e Roma, era noto anche per la sua
tendenza a puntare sull'esperienza e sotto la Lanterna non smentì questa
sua propensione. Dal Milan furono prelevati il mediano Bergamaschi e l'ala
Tito Cucchiaroni, ritenuti ormai sul viale del tramonto, mentre dall'altra
sponda dei navigli arrivava Guido Vincenzi, terzino giudicato ormai
arrivato ad alti livelli. Inoltre dalla Triestina fu prelevato Aurelio
Milani, mentre dalla Lucchese arrivava Toschi. C'era però da registrare
una cessione molto impopolare, quella di Firmani: il "Tacchino
freddo" veniva infatti ceduto all'Inter per la bella cifra di 150
milioni. Le premesse non sembravano delle migliori, soprattutto in
considerazione dell'elevata età media della squadra e dell'incognita
rappresentata da giocatori che occorreva in pratica ricostruire. Monzeglio
seppe però operare un vero e proprio miracolo, restituendo all'efficienza
agonistica i suoi vecchietti e cogliendo alla fine un quinto posto che
nessuno avrebbe potuto preventivare alla vigilia. Da registrare
soprattutto la grande annata di Ernesto Tito Cucchiaroni, ala argentina
che a Milano era stato bollato come giocatore ormai fuso e che a Genova
seppe ritrovare gli estri che nelle giornate di grazia lo rendevano
praticamente immarcabile. L'estate del 1959, vide ancora una cessione
molto impopolare, quella di Benito Sarti alla Juventus. Da Milano, però,
arrivava un altro vecchietto dato per spacciato, il grande Nacka Skoglund
e, come c'era da aspettarsi, la cura Monzeglio rigenerò anche lui,
consentendo alla Sampdoria di schierare una linea di attacco strepitosa,
nella quale l'estro dello svedese, andava ad aggiungersi a quello di
Cucchiaroni, alla classe e alle geometrie di Ocwirk, all'impeto giovanile
di Mora e alla concretezza di Milani. Purtroppo, proprio il centravanti fu
vittima alla nona giornata di un gravissimo infortunio nel corso di uno
scontro di gioco con l'uruguaiano del Bologna De Marco, che privò la
squadra del suo terminale offensivo. Le difficoltà causate da questo
contrattempo frenarono non poco il cammino doriano, anche se alla fine la
squadra di Monzeglio riuscì a limitare i danni con un onorevole ottavo
posto. Ravano decise allora di intervenire in sede di mercato, per dare
alla squadra quel punto di riferimento all'attacco che le era mancato,
prelevando Sergio Brighenti dal Padova, ove
il centravanti era definitivamente esploso mettendosi in evidenza come
implacabile realizzatore. L'innesto di Brighenti riuscì alla perfezione e
le 27 reti realizzate dall'attaccante portarono la Sampdoria addirittura
al quarto posto. E i doriani avrebbero potuto agevolmente salire ancora,
se il rendimento esterno fosse stato meno traballante e, soprattutto, se
lo stesso Ravano non avesse deciso di cedere Mora alla Juventus, mossa che
i tifosi gli rimproverarono a lungo. Era il punto più alto toccato dalla
Sampdoria dalla nascita: proprio alla fine di quella magnifica stagione
Ravano lasciava la poltrona presidenziale e cominciava il primo periodo
nero. |
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