Google
 

LA FONDAZIONE - GLI ANNI '50 E LA SAMP DEI VECCHIETTI TERRIBILI - IL PRIMO PERIODO BUIO - I GRIGI ANNI '70 - INIZIA L'ERA MANTOVANI - DALLA PRIMA COPPA ITALIA ALLO SCUDETTO - LA DELUSIONE DI WEMBLEY - DALLA MORTE DI MANTOVANI ALLA SERIE B - ARRIVA GARRONE


PIU' BASSI CHE ALTI

I primi anni '50 non sono esaltanti, tanto da riportare alla mente dei tifosi gli anni bui di Andrea Doria e Sampierdarenese. Arriva Foni e porta i blucerchiati al settimo posto. I dissapori con Parodi lo costringono a lasciare Genova. Il 1951-52 verrà ricordato più che altro per le mattane di Bepi Moro. Viene ceduto Bassetto all'Atalanta. L'addio di Parodi fa da prologo al discreto ottavo posto del 1953-54.

Il non esaltante comportamento della squadra, nel corso del biennio appena concluso, dimostrava che era arrivato il momento di voltare pagina e di potenziare la rosa, per non rivivere le angustie che aveva segnato la storia delle squadre che avevano dato luogo alla Sampdoria negli anni precedenti la fusione. La campagna acquisizioni dell'estate 1951 vide perciò una robusta iniezione di forze nuove, a partire da Bepi Moro, portiere bizzoso, ma capace nelle giornate di grazia di tirar giù la saracinesca di fronte agli attaccanti avversari, prelevato dalla Lucchese. La difesa vedeva inoltre l'innesto di Fommei, centromediano di buona levatura e rendimento costante acquistato dal Livorno. In mediana, arrivava il forte laterale Oppezzo, dal Novara, mentre il reparto offensivo vedeva gli arrivi di Oliviero Conti, dalla Minerva di Milano, di Emiliano Farina, dalla Cremonese e di Clemente Gotti, dal Ponte San Pietro, tutti elementi che costituivano promesse da coltivare. Era una campagna di rafforzamento senza squilli di tromba, ma fatta con buon discernimento e metteva nelle mani del nuovo allenatore, Mario Foni, una squadra in grado di destreggiarsi con buon profitto. Il risultato del campo confermava questo assioma e la Sampdoria chiudeva con un dignitoso settimo posto, che avrebbe potuto rappresentare un trampolino di lancio per il futuro. Settimo posto che però non serviva a mascherare l'ormai evidente dissidio tra Foni e il presidente Parodi, dovuto non solo a dissapori di carattere tecnico, ma anche ad una evidente assenza di simpatia tra due personaggi dal carattere non facile. Foni decise perciò di lasciare la Superba e di andarsene all'Inter, mentre la guida tecnica passava al suo secondo, Poggi. La campagna acquisti cercò di tappare le falle che stavano emergendo nella rosa con gli arrivi del centromediano Mialich dalla Mestrina, del laterale Agostinelli dal Brescia, dell'altro laterale Bernicchi dal Bologna, dell'interno Gritti dal Bologna, e degli attaccanti Galassi dalla Fiorentina e Arce dalla Lazio, oltre ad una giovane promessa, Ronzon del Gemona, che avrebbe fatto parlare molto di sè in futuro, ma sul lato delle cessioni ve n'erano due molto pesanti, quelle di Bergamo, passato alla Lazio e di Lucentini, andato alla Fiorentina, che vanificavano gli arrivi. Il campo si assunse l'incarico di spazzare via ogni illusione e già alla nona giornata, Poggi era costretto a passare la mano a Ivo Fiorentini, il quale riuscì a raddrizzare la barca, ma non potè far molto per mascherare i difetti strutturali della stessa, anche perchè Bassetto era incorso in una delle annate più negative della sua carriera. La crisi della squadra era talmente profonda che, nel corso dell'ultima parte della stagione Moro aveva pensato bene di prodursi in una delle performances più incredibili della sua stramba carriera. Nel corso della partita con l'Udinese, dopo aver propiziato la rete friulana bucando l'uscita, e vedendo frustrati tutti i tentativi dei suoi compagni di attacco di raggiungere il pareggio, chiamò Galassi e scambiò la maglia con lui spostandosi all'attacco. Dopo aver ricevuto il pallone, superò in dribbling un paio di esterrefatti bianconeri e aprì alla perfezione per Gei, il cui traversone consentì a Conti di segnare di testa. Il pubblico gradì molto l'estemporanea alzata di genio di Moro, non altrettanto la società che decise perciò di mettere il portiere della Nazionale sul mercato. E mentre Moro finiva alla Roma, ove avrebbe continuato a mettere in mostra la sua irriducibile bizzarria, Bassetto, dopo sette stagioni esaltanti, veniva ceduto all'Atalanta. Si sarebbe dimostrato un grande errore, poichè l'interno a Bergamo sarebbe tornato sui suoi consueti livelli, tanto da arrivare in maglia azzurra. Veniva ceduto anche Arce, altro giocatore mattocchio che però da questo punto di vista nella sua esperienza genovese era stato eclissato dall'inarrivabile Moro, mentre sul fronte degli arrivi, v'era da registrare il ritorno di Pinella Baldini, che dopo l'anno passato al Como tornava sotto la Lanterna ove aveva dato il meglio di sè. Insieme a Baldini, arrivavano però alcuni giocatori di grande solidità e rendimento, a partire da quel Karl Aage Hansen, danese della Juventus che insieme a Praest e John Hansen aveva fatto la fortuna dei bianconeri negli anni passati sotto la Mole. Dalla Juventus arrivava anche l'altro mediano Giacomo Mari, mentre in porta Moro veniva sostituito da Pin. Un acquisto al momento sottovalutato, quello di Tortul dal Taranto, si sarebbe dimostrato invece di grande importanza negli anni a venire, ben più di quel Testa, dell'Atalanta che non riuscì mai a confermare il ruolo di grande promessa col quale era giunto. Mentre la squadra era affidata a Tabanelli,anche sul fronte societario v'erano da registrare novità: Parodi lasciava e la gestione passava ad un Commissariato formato da Gallina, Corti, Dazzaro e Edmondo Costa i quali trapassarono i poteri a Alberto Ravano. Fu proprio sotto la sua guida che lo Statuto venne cambiato in modo da prevedere l'elezione del Presidente non più da parte del Direttivo, bensì per acclamazione dell'assemblea dei soci. Alla fine dell'anno, la Sampdoria dimostrò che la fase peggiore era passata, conquistando un onorevole ottavo posto.    

ARRIVANO FIRMANI E OCWIRK

L'equivoco Rosa e l'arrivo di Gaudenzio Bernasconi. Finalmente la dirigenza decide di allargare i cordoni della borsa per arrivare al grande centravanti che serve come il pane: arriva Firmani dall'Inghilterra. Il decennale viene festeggiato con un ottimo sesto posto. Nell'estate del 1956 arriva il grande Ernst Ocwirk, cervello del Wunderteam e la Sampdoria parte alla grande: alla fine sarà quinta.

L'ottavo posto del 1953-54 costituiva il classico bicchiere che stava alla tifoseria decidere se mezzo peino o mezzo vuoto. Se il piazzamento non poteva certo essere considerato esaltante, poteva però costituire la base per una nuova fase di floridezza. La società cercò di migliorare la rosa a disposizione di Tabanelli, puntellando in particolare quell'attacco che nella stagione appena conclusa era stato il punto debole della squadra. Si procedette perciò all'acquisizione di Humberto Rosa dal Rosario Central, giocatore che arrivò a stagione inoltrata e che si dimostrerà un equivoco. L'oriundo, infatti, non era un centravanti, bensì un regista e, per fortuna della squadra, Conti, Baldini, Ronzon e Tortul riuscirono con il loro tourbillon continuo a mascherare l'assenza di un vero ariete d'attacco. Il difficile avvio di stagione, aveva nel frattempo costretto la società ad affiancare Lajos Czeizler a Tabanelli. Proprio nel corso di quella annata, fece il suo esordio nelle file doriane un giocatore che avrebbe segnato un'epoca, quel Gaudenzio Bernasconi, ribattezzato affettuosamente "Orsacchiotto", che avrebbe vestito per ben 338 volte la casacca blucerchiata. Prelevato dall'Atalanta, previo versamento di un nutrito numero di milioni e cessione di Fommei, Bernasconi fece subito vedere che le referenze che lo avevano preceduto sotto la Lanterna avevano saldo fondamento. Al termine della stagione, la Sampdoria fece un piccolo passo indietro rispetto all'anno precedente, chiudendo al nono posto. Ancora una volta, la dirigenza decise perciò che bisognava allargare i cordoni della borsa per cercare di procurare a Czeizler il materiale umano in grado di far fare il tanto desiderato salto di qualità. L'obiettivo principale della campagna di rafforzamento, fu individuato in Inghilterra, quell'Eddie Firmani, centravanti del Charlton per avere il quale furono necessari 80 milioni. L'arrivo di Firmani, autore di ben 17 reti nella sua stagione di esordio in Italia, costituì un vero toccasana per il settore avanzato doriano, in quanto apportò quel peso che era mancato negli anni precedenti e dette ai vari Ronzon, Conti e Tortul una spalla validissima. Nonostante qualche passaggio a vuoto, come quello che alla seconda giornata portò al terribile rovescio col Milan (6-1 per i rossoneri dilaganti dopo l'effimero ventaggio doriano), la squadra di Czeizler alla fine dell'anno festeggiò il decennale della nascita societaria con un ottimo sesto posto che permetteva alla tifoseria di guardare con grande fiducia al futuro. Confortata in questo anche da una campagna acquisti di grande spessore che vide arrivare da Vienna il regista della nazionale austriaca Ocwirk, uno dei migliori giocatori del Vecchio Continente. Ma non solo lui, se si pensa che dal Padova arrivò una delle maggiori promesse del nostro calcio, l'ala Marcello Agnoletto, mentre dal Vicenza venne prelevato il mediano Azelio Vicini. In porta c'era inoltre da registrare l'avvicendamento tra Pin, ceduto al Padova e Bardelli, acquistato dal Catania. La prima parte della stagione confermò i pronostici fatti in sede di calcio mercato dagli osservatori, i quali avevano indicato proprio nella Sampdoria la possibile grande sorpresa. La squadra, affidata a Czeizler e Rava, partì nella maniera più spettacolare, rifilando un clamoroso 6-2 al Padova all'Appiani, per poi battere in rapida sequenza Torino e Spal (3-0 a Ferrara, con tripletta di Tortul). Alla settima giornata, la Sampdoria era prima in classifica, posizione che mantenne anche all'ottava tornata nonostante la sconfitta di Vicenza. A questo punto, però, cominciò una fase negativa che culminò nel rovescio di Roma coi giallorossi e che allontanò il vertice della classifica. Alla fine del girone di andata, Ocwirk e compagni girarono in quarta posizione, ma le ambizioni smodate che avevano destato i primi risultati portarono ad una grande confusione societaria che ebbe come risultato un vero e proprio tourbillon in panchina. Dopo il rovescio casalingo con la Spal, Czeizler fu costretto ad abbandonare il binomio con Rava, il quale a sua volta dovette gettare la spugna alla trentunesima giornata in favore di Amoretti. Incredibilmente, però, non era finita, perchè dopo soltanto una settimana, Amoretti fu costretto a farsi da parte in favore di Bill Dodgin. In simili condizioni, il quinto posto finale, poteva essere considerato un vero e proprio miracolo.         

I VECCHIETTI TERRIBILI DANNO SPETTACOLO

Ancora errori di valutazione da parte della dirigenza, frenano la crescita tecnica della Sampdoria. L'esordio di Mora, unica nota positiva del 1957-58. Arriva Monzeglio: è la svolta. Con Cucchiaroni, Vincenzi, Ocwirk e Skoglund, la Sampdoria dei vecchietti mette paura a tutti. Arriva Brighenti e la Sampdoria vola: il quarto posto del 1960-61 rappresenta la fine di un'epoca. Se ne va Ravano e comincia il primo periodo buio.  

Dopo una stagione per molti versi esaltante, la squadra blucerchiata sembrava ormai pronta per poter competere ad alti livelli, ma la dirigenza fece un clamoroso errore di valutazione e, invece di puntellare la rosa con giocatori capaci di portare ad un ulteriore salto di qualità, varò una campagna acquisti minimale. L'unico acquisto fu in pratica quello di Benito Sarti, terzino messosi in evidenza nel Padova, mentre sul fronte delle partenze ve ne erano due molto pesanti, quella di Agnoletto, passato al Vicenza e quella Ronzon, che veniva ceduto all'Atalanta. Nessuno poteva però pensare che la squadra avrebbe fatto registrare un arretramento capace di portarla ai margini della zona retrocessione, come invece avvenne. Naturalmente, a fare le spese del mancato rendimento dei giocatori, fu l'allenatore, quel Dodgin che fu costretto a farsi da parte dopo la sconfitta del 16 febbraio 1958 contro il Milan. Fu l'eterno Baloncieri ad incaricarsi di portare la Sampdoria fuori dalle sabbie mobili, chiudendo con un comunque deludentissimo dodicesimo posto. L'unica nota positiva dell'annata, fu l'esordio di un giovanotto che avrebbe fatto molto parlare di sè, l'ala Mora, il quale dimostrò immediatamente di avere i mezzi necessari per emergere ad alti livelli. Il pessimo rendimento della squadra, fu affrontato da Ravano nell'unico modo possibile, con un deciso cambio di rotta, che investì innanzitutto la panchina, ove si installò Eraldo Monzeglio. L'ex terzino di Bologna e Roma, era noto anche per la sua tendenza a puntare sull'esperienza e sotto la Lanterna non smentì questa sua propensione. Dal Milan furono prelevati il mediano Bergamaschi e l'ala Tito Cucchiaroni, ritenuti ormai sul viale del tramonto, mentre dall'altra sponda dei navigli arrivava Guido Vincenzi, terzino giudicato ormai arrivato ad alti livelli. Inoltre dalla Triestina fu prelevato Aurelio Milani, mentre dalla Lucchese arrivava Toschi. C'era però da registrare una cessione molto impopolare, quella di Firmani: il "Tacchino freddo" veniva infatti ceduto all'Inter per la bella cifra di 150 milioni. Le premesse non sembravano delle migliori, soprattutto in considerazione dell'elevata età media della squadra e dell'incognita rappresentata da giocatori che occorreva in pratica ricostruire. Monzeglio seppe però operare un vero e proprio miracolo, restituendo all'efficienza agonistica i suoi vecchietti e cogliendo alla fine un quinto posto che nessuno avrebbe potuto preventivare alla vigilia. Da registrare soprattutto la grande annata di Ernesto Tito Cucchiaroni, ala argentina che a Milano era stato bollato come giocatore ormai fuso e che a Genova seppe ritrovare gli estri che nelle giornate di grazia lo rendevano praticamente immarcabile. L'estate del 1959, vide ancora una cessione molto impopolare, quella di Benito Sarti alla Juventus. Da Milano, però, arrivava un altro vecchietto dato per spacciato, il grande Nacka Skoglund e, come c'era da aspettarsi, la cura Monzeglio rigenerò anche lui, consentendo alla Sampdoria di schierare una linea di attacco strepitosa, nella quale l'estro dello svedese, andava ad aggiungersi a quello di Cucchiaroni, alla classe e alle geometrie di Ocwirk, all'impeto giovanile di Mora e alla concretezza di Milani. Purtroppo, proprio il centravanti fu vittima alla nona giornata di un gravissimo infortunio nel corso di uno scontro di gioco con l'uruguaiano del Bologna De Marco, che privò la squadra del suo terminale offensivo. Le difficoltà causate da questo contrattempo frenarono non poco il cammino doriano, anche se alla fine la squadra di Monzeglio riuscì a limitare i danni con un onorevole ottavo posto. Ravano decise allora di intervenire in sede di mercato, per dare alla squadra quel punto di riferimento all'attacco che le era mancato, prelevando Sergio Brighenti dal Padova, ove il centravanti era definitivamente esploso mettendosi in evidenza come implacabile realizzatore. L'innesto di Brighenti riuscì alla perfezione e le 27 reti realizzate dall'attaccante portarono la Sampdoria addirittura al quarto posto. E i doriani avrebbero potuto agevolmente salire ancora, se il rendimento esterno fosse stato meno traballante e, soprattutto, se lo stesso Ravano non avesse deciso di cedere Mora alla Juventus, mossa che i tifosi gli rimproverarono a lungo. Era il punto più alto toccato dalla Sampdoria dalla nascita: proprio alla fine di quella magnifica stagione Ravano lasciava la poltrona presidenziale e cominciava il primo periodo nero.