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LA
FONDAZIONE - PRENDE
CORPO LO SQUADRONE - IL
GIRONE UNICO - AD UN PASSO DAL TITOLO
- GLI ANNI RUGGENTI DI TESTACCIO -
UNA FUGA MISTERIOSA -
VERSO
LA GUERRA - IL PRIMO SCUDETTO
- GLI ANNI DELLA CRISI - LA
SERIE B - LA RINASCITA CON
SACERDOTI - L'EPOCA DELLE
CONTRADDIZIONI - ANACLETO
V - TRIONFI E DELUSIONI: DALLA COPPA DELLE FIERE ALLA NASCITA DELLA
ROMETTA - MARCHINI ED HERRERA - GLI ANNI BUI DI ANZALONE - INIZIA L'ERA
VIOLA - IL SECONDO SCUDETTO - UNA MALEDETTA SERATA DI MAGGIO - DECLINA LA
STELLA DI VIOLA - CON CIARRAPICO AD UN PASSO DAL FALLIMENTO - LA RINASCITA
CON SENSI - ALTI E BASSI CON MAZZONE E BIANCHI - ZEMANLANDIA - DA ZEMAN A
CAPELLO - IL TERZO SCUDETTO
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SI PONGONO LE BASI
PER LO SCUDETTO
Il bidone Provvidente apre le porte della prima squadra ad Amadei.
Diventa allenatore Alfred Schaffer. In Germania gira un aneddoto che
nessuno conosce, ma che la dice lunga su di lui. Arrivato a Roma, Schaffer
chiede solo due giocatori per vincere lo scudetto, Cappellini e un
centromediano, tra Gallea e Mornese. Arriva il secondo.
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Il bidone preso
con Provvidente, si sarebbe poi rivelato un vero regalo della sorte in
quanto convinse la società giallorossa a dare spazio ad una giovane
promessa delle minori, Amedeo Amadei. Il giovanissimo attaccante, che era
stato mandato a farsi le ossa a Bergamo, ove aveva disputato una stagione
nella cadetteria, si dimostrò ben presto un vero asso e mise in mostra un
fiuto del goal eccezionale diventando ben presto un idolo della tifoseria.
La dote che colpiva maggiormente del giovanissimo attaccante era la straordinaria
velocità che gli consentiva di farsi trovare sempre smarcato sui lanci
provenienti dal centrocampo. Era nata una stella che avrebbe brillato con
grande fulgore per molti anni sul cielo di Roma.
Nel finale del 1939-40 era divenuto tecnico Alfred Schaffer. Ex grande
giocatore, molto noto in Germania, ove aveva trovato moglie, Schaffer
aveva la sua miglior referenza in un aneddoto che girava nel mondo del
calcio di tutto il continente. Ingaggiato dall'Hungaria di Budapest,
impelagata nei bassifondi della classifica, si era visto chiedere dal
presidente di quali giocatori avesse bisogno la formazione per migliorare
il suo non proprio esaltante rendimento. Dopo aver visto la sua squadra
all'opera nel corso di due partite, egli si era prodotto in una profezìa
molto audace: "Nessun acquisto, con gli uomini che abbiamo, possiamo
vincere il campionato!" Probabilmente il presidente dell'Hungaria si
convinse di aver a che fare con un visionario, se non proprio con un
pazzo, ma alla fine dell'anno dovette ricredersi, in quanto la squadra,
sull'onda di 27 partite utili consecutive, aveva veramente vinto il campionato. Anche al
suo arrivo sulla panchina della Roma, Schaffer si dimostrò molto sicuro
di sè e ai dirigenti chiese di poter avere soltanto due giocatori per
puntare al titolo: Cappellini
e uno tra Gallea del Torino e Mornese
del Novara. Poichè si trattava di giocatori buoni ma non eccelsi e che la
Roma degli ultimi anni era andata così così, molti pensarono che quella
di Schaffer fosse soltanto una sbruffonata. Forse erano tra i pochi in
Europa a non sapere quel famoso aneddoto, ma fu il campo a far capire che
invece il nuovo tecnico giallorosso aveva visto giusto.
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UNA SQUADRA
COMPATTA
La Roma 1941-42 mostra nell'equilibrio la sua migliore dote. Mancano i
fuoriclasse, ma la compattezza della squadra ovvia alla grande alla lacuna
in questione. La grande
annata del vecchio Masetti e quella di un incontenibile Amadei. Fondamentale anche
la capacità di costruire gioco da parte di Coscia, il Falcao dell'epoca.
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La Roma 1941-42
si dimostrò subito team dotato di grande equilibrio, dote fondamentale in
un torneo difficile come quello italiano, dove squadre dotate di ottime
doti tecniche, ma sprovviste di carattere, avevano sovente fallito.
Proprio in questo, si vide subito la mano del tecnico ungherese, uno che
aveva compreso appieno l'importanza del gioco di squadra e la vitale
necessità di lavorare sui piccoli difetti che spesso, impedivano a
compagini assai dotate, di esprimere il loro valore.
In porta il vecchio Masetti, recuperato
dopo essere stato sul punto della cessione al Padova, sfoderò una annata
mostruosa, nel corso della quale sciorinò una serie di prestazioni
straordinarie, che portarono non pochi punti. La sua sicurezza, si propagò ben presto al reparto difensivo,
facendo dello stesso un vero e proprio baluardo che fu alla base della
grande annata giallorossa. Con lui si mise in grande evidenza il terzino
Brunella acquisito dal Torino che lo aveva ritenuto finito, causa un grave
infortunio e che invece a Roma ritrovò d'incanto le doti che lo avevano
posto in grande evidenza nella prima parte della carriera. Al suo lato
v'era Andreoli, la cui vigorìa fisica ben si accoppiava alla grande
tecnica del compagno e la cui straripanza atletica metteva in forte
soggezione gli avversari. Mornese, Bonomi
e Donati si rivelarono una
cerniera centrale di grande affidamento, decisiva per la tenuta di una
difesa imperforabile. Bravi soprattutto nel filtrare il gioco avversario,
non disdegnavano la partecipazione alla manovra offensiva e sovente
andavano alla conclusione personale, aggiungendo un'arma in più alla
manovra di squadra. Mezzali erano Coscia e Cappellini, un giovane in
grande crescita e un anziano giramondo, capaci di cucire in modo
formidabile il gioco della squadra. L'estro delle loro giocate e la
continuità con cui dispensavano tesori di gioco, si dimostrarono
fondamentali per una squadra che non eccedeva di primedonne. Ali erano
l'albanese Krieziu e l'argentino
Pantò, entrambi autori di una grande annata nel corso della quale non
fecero mai mancare rifornimenti per gli attaccanti e una adeguata mano nei
ripiegamenti. A chiudere l'undici
c'era poi la stella della squadra, Amadei, l'uomo che trasformava in oro
ogni pallone giocato.
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LE TAPPE DEL
TRIONFO
La Roma parte subito forte e si
laurea Campione d'Inverno. Venezia e Torino, sono le principali avversarie. Dopo
la sconfitta di Milano, contro i rossoneri, la Roma si allontana dalla vetta. La svolta a
Venezia: Masetti para e Amadei segna. Il pareggio a Torino spiana la
strada. Il 14 giugno 1942 la Roma si laurea Campione d'Italia!
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La squadra di
Schaffer partì subito forte, facendo capire che chi voleva vincere lo
scudetto doveva fare i conti con lei. Il 5-1 rifilato al Napoli alla prima
giornata, fu seguito dalla grande vittoria di Bologna, tanto più
importante a livello psicologico, in quanto ottenuta su un campo ove la Roma non
aveva mai raccolto molto, e da un nuovo trionfo con la sempre insidiosa
Juventus. Una prima sconfitta in casa del Genoa, fu riscattata da una
serie positiva che si protrasse sino alla diciottesima giornata, quando la
Juventus restituì il 2-0 dell'andata. Nel frattempo la Roma si era però
laureata campione d'inverno e soprattutto aveva sciorinato una sicurezza
straordinaria che l'aveva fatta diventare la maggior candidata al titolo.
Le maggiori rivali si erano rivelate il Torino e il Venezia guidato dalla
straordinaria coppia formata da Mazzola e Loik, che avevano prontamente
approfittato di una nuova battuta d'arresto della Roma, in casa col Genoa,
per scavalcarla. Alla sesta giornata di ritorno sembrò che la parabola
dei giallorossi fosse ormai nella fase discendente. Con la sconfitta patita a
Milano contro i rossoneri infatti, la Roma si trovò con tre punti di
svantaggio sul Torino. Da questo momento però i giallorossi non
sbagliarono più. La svolta si ebbe a Venezia, quando Masetti parò un
rigore e Amadei colpì in contropiede eliminando i lagunari dalla lotta
per il titolo. L'ultima grande emozione fu lo scontro diretto di Torino
pareggiato 2-2, non senza grandi recriminazioni per alcune controverse
decisioni arbitrali. Ma la svolta vera fu a tre turni dal termine quando il
Torino perse a Venezia nel giorno in cui Ferruccio Novo procedeva
all'acquisto di Valentino Mazzola ed Ezio Loik, lasciando via libera alla Roma che
poteva così laurearsi
campione il 14 giugno 1942, a due anni dallo scoppio della guerra.
Una tappa fondamentale nella strada verso lo scudetto fu il derby di
andata, dell'11 gennaio 1942, una stracittadina come al solito combattuta
all'arma bianca (in senso solo metaforico per fortuna, visto quello che
stava succedendo sui fronti di guerra) dalle due squadre. Sul punteggio di
1-1 e a soli 13 minuti dal termine la Roma usufruì di un rigore che però
fu calciato sul palo da Mornese, tra la disperazione dei supporters
romanisti e di Masetti, che addirittura si era voltato verso le tribune
per non vedere. Al secondo minuto di recupero la Roma riuscì però a
segnare la rete della vittoria grazie ad un clamoroso autogol del terzino
biancoeleste Faotto che provocò le furiose proteste dei laziali a causa
di una spinta che secondo loro era stata la causa dell'errore del
difensore.
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