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LA
FONDAZIONE - PRENDE
CORPO LO SQUADRONE - IL
GIRONE UNICO - AD UN PASSO DAL TITOLO
- GLI ANNI RUGGENTI DI TESTACCIO -
UNA FUGA MISTERIOSA - VERSO
LA GUERRA - IL PRIMO SCUDETTO
- GLI ANNI DELLA CRISI - LA
SERIE B - LA RINASCITA CON
SACERDOTI - L'EPOCA DELLE
CONTRADDIZIONI - ANACLETO
V - TRIONFI E DELUSIONI: DALLA COPPA DELLE FIERE ALLA NASCITA DELLA
ROMETTA - MARCHINI ED HERRERA - GLI ANNI BUI DI ANZALONE - INIZIA L'ERA
VIOLA - IL SECONDO SCUDETTO - UNA MALEDETTA SERATA DI MAGGIO - DECLINA LA
STELLA DI VIOLA - CON CIARRAPICO AD UN PASSO DAL FALLIMENTO - LA RINASCITA
CON SENSI - ALTI E BASSI CON MAZZONE E BIANCHI - ZEMANLANDIA - DA ZEMAN A
CAPELLO - IL TERZO SCUDETTO
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L'EPOPEA DEL
CORSARO NERO
La gracilità difensiva vanifica le prodezze di Guaita e Scopelli. Il
Corsaro Nero e Ferraris IV vincono il Mondiale con l'Italia di Pozzo.
Attilio passa clamorosamente alla Lazio tra le rimostranze dei tifosi. Per ovviare alle
difficoltà difensive, la Roma acquista Allemandi e Monzeglio. La Roma
diventa la naturale favorita per il titolo.
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Con l'innesto di
Guaita e Scopelli, la Roma divenne fortissima in avanti, ove alle doti
realizzative di Guaita si univano quelle non meno fulgenti di Scopelli,
capace di costruire il gioco e di concluderlo con eguale efficacia.
Alla grande forza offensiva non fece però riscontro nelle annate 1933-34
e 1934-35 analogo valore della difesa, ove le grandi doti di Masetti non
bastavano a mascherare alcuni difetti di base che impedirono alla Roma di
andare oltre un quinto e un quarto posto che comunque la confermavano nella
crema del calcio italiano.
Altro grande motivo di orgoglio, per i tifosi
romanisti, fu la partecipazione di Ferraris IV e Guaita alla conquista del
titolo mondiale da parte della Nazionale di Pozzo, nella quale i due
atleti rivestirono un ruolo decisivo. Lo stesso Ferraris IV, alla fine
della competizione, fu però protagonista di un clamoroso passaggio alla
Lazio che provocò non poche polemiche nella tifoseria, privata del
giocatore che più di ogni altro era il simbolo della Roma testaccina. La mossa della
dirigenza era però motivata da un drastico calo di rendimento di un
atleta il cui tenore di vita non era proprio il più adatto a quello di
una sportivo, come del resto avrebbe dimostrato il suo rapido
declino.
Proprio per ovviare agli scompensi difensivi messi in mostra nel biennio
precedente, la dirigenza giallorossa
pensò allora all'acquisizione di ciò che di meglio esisteva sui campi
della penisola, cioè alla coppia di terzini dell'Italia campione del
Mondo, Eraldo Monzeglio del
Bologna e Luigi Allemandi
dell'Ambrosiana. Entrambe le trattative andarono a buon fine, ponendo come
naturale conseguenza la
Roma come la principale favorita nella corsa al titolo 1935-36. Era sin
troppo facile prevedere il successo per una squadra che poteva unire una
difesa nella quale spiccavano le doti acrobatiche del portiere Masetti e
la saldezza granitica di Monzeglio e Allemandi, ad un reparto centrale nel
quale la straordinaria tecnica di Bernardini si univa alle geometrie di
Scopelli e ad un attacco composto da autentici fuoriclasse come Guaita e
Costantino. Tra l'altro i comprimari rispondevano ai nomi di Gadaldi,
Frisoni, Scaramelli e Tomasi, tutti giocatori il cui valore era ampiamente
comprovato e che offrivano grandi garanzie dal punto di vista della
continuità.
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UNA FUGA CLAMOROSA
Quando tutto sembra pronto per il primo titolo, gli argentini scappano
in patria per paura di essere arruolati per la guerra d'Etiopia. L'attacco si ritrova praticamente
decapitato. Barbesino le prova tutte, ma senza successo, sino a quando non
decide di provare il giovanissimo Di Benedetti. La Roma termina ad un solo punto dal
Bologna.
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Quando già la
stampa specializzata indicava la Roma come unica candidata al titolo, e la
tifoseria non si premurava di nascondere una euforia ai limiti del
trionfalismo, sui
piani della dirigenza romanista si abbattè però, come un fulmine a ciel
sereno, la clamorosa fuga del trio
argentino, che in pratica lasciò la squadra monca nelle sue propaggini
offensive. Era praticamente impossibile infatti ovviare a mercato ormai
chiuso all'assenza di Guaita e Scopelli, mentre per Stagnaro il problema
fu assai meno grave, vista la presenza del sempre gagliardo Bernardini,
che poteva tranquillamente rivestire il vecchio ruolo di centromediano,
nel quale si era affermato.
Dopo il rimpatrio dei tre in Argentina, Barbesino si ingegnò a trovare
una soluzione di ripiego in grado di ovviare agli scompensi che ne erano
derivati, arrivando addirittura a provare il terzino Gadaldi, per le sue
rinomate doti acrobatiche e l'ottima tecnica di base, al centro
dell'attacco, senza però che i risultati fossero di una qualche
rilevanza. L'unica fortuna del tecnico, fu la tenuta di una difesa
d'acciaio, nella quale Allemandi e Monzeglio dimostrarono ampiamente le
proprie capacità, garantendo a Masetti una copertura straordinaria.
Naturalmente oltre a non subire, la Roma doveva anche segnare per poter
vincere le partite e nella parte iniziale del torneo, il problema della
rete si dimostrò in tutta la sua drammaticità. La pur ottima cifra di
gioco garantita dal centrocampo, veniva costantemente vanificata dalla
mancanza di un terminale offensivo di adeguato valore.
Fu proprio nella
prima parte del campionato che la Roma acquisì lo svantaggio nei riguardi
del Bologna che si sarebbe rivelato esiziale al tirar delle somme. In preda alla disperazione,
il tecnico decise infine di provare un ragazzino delle minori giallorosse,
Dante Di Benedetti,
trovando d'incanto nella grezza potenza del giovanissimo attaccante il
toccasana ai mali offensivi della squadra. Col suo innesto la Roma prese
finalmente a volare, arrivando ad insidiare il Bologna e il Torino che
avevano sin lì dominato il torneo. Il risultato finale fu un clamoroso
secondo posto, ad una sola lunghezza dal Bologna, e tanti rimpianti per
quello che avrebbe potuto essere senza la incredibile fuga degli argentini...
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COMPRIMARI DI
LUSSO
La fuga dei tre argentini viene
colmata dai giallorossi serrando le file di difesa e centrocampo. In
grande spolvero il terzetto difensivo formato da Masetti, Allemandi e
Monzeglio, ma anche la mediana, ove Fulvio Bernardini giganteggia e offre il suo
contributo risolutivo nella costruzione del gioco. Meno bene, ovviamente,
l'attacco.
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La fuga di Guaita proiettò
sulla ribalta giocatori di discreta levatura come Otello Subinaghi
e Domenico D'Alberto, che la
Roma aveva preso in funzione di rincalzi di lusso e che proprio in questa
veste avrebbero potuto dare un contributo decisivo alle fortune della
squadra. La risposta offerta da entrambi fu molto buona, soprattutto in
considerazione del fatto che non avevano avuto sino ad allora particolari
esperienze nel calcio d'alto bordo, ma certo non
sufficiente a riempire il vuoto che si era aperto in attacco con l'addio
di Guaita. In particolare i due non erano abituati a fungere da prima
punta e questo provocò grandi difficoltà nella finalizzazione della
manovra offensiva che, priva di un terminale adeguato, dette risultati
molto inferiori al necessario, soprattutto in avvio di torneo quando le
squadre avversarie intuirono le difficoltà della Roma e si regolarono di
conseguenza. Quando Barbesino si decise a buttare dentro Di Benedetti, al
quale non mancavano le doti di coraggio e potenza tipiche della prima
punta, la mole di gioco creata dalla squadra fu finalmente oggetto di
adeguata finalizzazione, consentendo la rapida risalita che portò la Roma
a sfiorare la conquista del suo primo titolo.
La sintesi della stagione romanista e del rendimento discreto ma nulla di
più dell'attacco fu offerto dalla "Gazzetta dello Sport" che
così descriveva il gioco della Roma: "Si deve alla difesa il merito
dell'incalzante marcia giallorossa. Le squadre che devono affrontare la
pattuglia romanista sono costrette ad imporsi una consegna: superare la
mediana e compiere ogni sforzo per battere la difesa. Siccome non si teme
eccessivamente l'attacco romano, si picchia con tutto l'impeto, con tutta
la forza, contro i baluardi estremi giallorossi, nel proposito di
scardinarli. Ma deve essere tanto forte il terzetto composto da Masetti,
Monzeglio e Allemandi e deve saper compiere così bene il proprio dovere
la mediana che gira attorno al classico Bernardini, che, nella fatica per
arrivare al traguardo, gli avversari ci rimettono tutto. Ragione per cui
non sempre riescono a contenere l'impeto, le puntate, gli attacchi in
contropiede degli avanti romanisti. Essi, alla fine, sono riusciti ad
attrezzarsi e costituiscono oggigiorno un reparto tutt'altro che privo di
numeri."
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