|
|
|
LA
FONDAZIONE - PRENDE
CORPO LO SQUADRONE - IL GIRONE
UNICO - AD UN PASSO DAL TITOLO
- GLI ANNI RUGGENTI DI TESTACCIO -
UNA FUGA MISTERIOSA - VERSO
LA GUERRA - IL PRIMO SCUDETTO
- GLI ANNI DELLA CRISI - LA
SERIE B - LA RINASCITA CON
SACERDOTI - L'EPOCA DELLE
CONTRADDIZIONI - ANACLETO
V - TRIONFI E DELUSIONI: DALLA COPPA DELLE FIERE ALLA NASCITA DELLA
ROMETTA - MARCHINI ED HERRERA - GLI ANNI BUI DI ANZALONE - INIZIA L'ERA
VIOLA - IL SECONDO SCUDETTO - UNA MALEDETTA SERATA DI MAGGIO - DECLINA LA
STELLA DI VIOLA - CON CIARRAPICO AD UN PASSO DAL FALLIMENTO - LA RINASCITA
CON SENSI - ALTI E BASSI CON MAZZONE E BIANCHI - ZEMANLANDIA - DA ZEMAN A
CAPELLO - IL TERZO SCUDETTO
|
||
![]() |
NASCITA DI UNA
STELLA |
|
|
Il primo torneo
di carattere nazionale, imperniato su due gironi, aveva visto l'Alba
all'ultimo posto del girone A e la Fortitudo all'ultimo del girone B. Il
ruolo del calcio romano in quel lasso di tempo era un ruolo di rincalzo.
Esso aveva sino ad allora espresso squadre di discreta levatura come la
Lazio della fase precedente il primo conflitto mondiale, l'Alba e la
Fortitudo, che erano arrivate alla finale nazionale per lo scudetto e la
Roman. Nessuna di esse era però riuscita ad insidiare in maniera concreta
il primato del calcio nordico se si fa eccezione per la Fortitudo dei
fratelli Sansoni (la famosa linea del Piave) e di Degni. Nel corso del
torneo 1926-27 poi la differenza di valori col calcio nordico era emersa
in tutta la sua interezza e rischiava di ripetersi nel campionato che
andava ad iniziarsi, nel quale tra l'altro vi sarebbe stata anche la
partecipazione della Lazio, appena tornata nella massima serie, dopo una
non gloriosa escursione sui campetti impolverati della provincia, pane
quotidiano della serie B in cui era caduta l'anno prima. Proprio per
questo Italo Foschi aveva elaborato un piano per la creazione di una sola
grande squadra della Capitale, che avrebbe dovuto uscire fuori dalla
fusione di tutte le squadre che sin lì avevano dato luogo ad una sterile
contesa circoscritta ai confini di Roma. Resisi conto della realtà, i
dirigenti delle squadre romane si accodarono ben volentieri al progetto
Roma, dando luogo ad una serie di fusioni che videro progressivamente
ridursi il numero delle squadre, sino all'ultima, quella tra Alba,
Fortitudo e Roman che portò infine alla nascita della Roma. La neonata
squadra decise naturalmente di prendere i colori della città eterna, il
giallo e il rosso, riaffermando in questo modo la volontà di
rappresentare al meglio la Capitale. Una volta scelti i colori, rimase il
problema più spinoso, quello della scelta dei giocatori, in quanto si
trattava di scartare circa trenta giocatori. Fu perciò formata una
commissione tecnica che ridusse la rosa a 27 elementi. Tredici provenivano
dalla Fortitudo: Rapetti,
Bramante, Antonio Bianchi, Cappa, Canestrelli, De
Micheli, Ferraris IV, Preti,
Scocco, Scardola, Sbrana, Vittori e Zamporlini. Nove avevano fatto parte
dell'Alba: Ballante, Angelo
Bianchi, Corbyons, Chini,
Degni, Fasanelli, Mattei,
Rovida e Ziroli. Infine cinque
arrivarono dal Roman: Carpi, Bossi, Fosso, Isnardi e Maddaluno. |
||
![]() |
MANCA LA LAZIO |
|
|
Naturalmente nei
piani in questione sarebbe dovuta rientrare anche la Lazio in
considerazione del fatto che la società biancoceleste pur essendo in un
momento non esaltante della propria storia, aveva una cosa che nell'ottica
della nascita di una grande società rivestiva una importanza
fondamentale, lo stadio della Rondinella che sembrava fatto su misura per
accogliere le grandi masse di sportivi che avrebbero con ogni probabilità
seguito le imprese della stessa. Il piano che ne prevedeva l'annessione
andò però a monte grazie all'operato di alcuni soci del più antico
sodalizio calcistico romano i quali, avendo capito ciò che stava
avvenendo, decisero di far entrare nella partita alcune amicizie
altolocate e in particolare il generale della Milizia Vaccaro che si pose
di traverso e riuscì a sventare l'annessione della più antica società
romana. A permettere la sopravvivenza della Lazio fu in particolare il
fatto che la stessa società biancoceleste era stata insignita di una
benemerenza al merito che consentiva ai suoi soci di opporsi ad eventuali
scioglimenti o fusioni imposti a forza. Naturalmente la scelta della
società biancoceleste fu vissuta come uno sgarbo dalla neodirigenza e
dalla tifoseria romanista, andando immediatamente ad accendere una
rivalità fortissima consegnando al calcio italiano quello che è forse il
derby più sentito tra quelli che lo caratterizzano. A rendere ancora più
feroce la rivalità, oltre agli strascichi delle partite disputate negli
anni precedenti a livello cittadino, terminate molto spesso con solenni
scazzottate, contribuì la grande differenza dei ceti sociali che
formavano la grande massa dei tifosi delle due squadre: la borghesia
cittadina teneva le parti della Lazio, il popolino non esitò a schierarsi
compattamente dietro la Roma. Anche per questo motivo la stragrande
maggioranza dei tifosi romani divenne della Roma. |
||
|
|
ARRIVA GARBUTT |
|
|
Scelti i colori
sociali, fatta la scrematura tra i giocatori delle squadre che avevano
partecipato alla fusione, restava una delle incombenze principali, la
scelta dell'uomo che avrebbe dovuto allenare la squadra. Inizialmente
sembrò che la scelta riguardante il trainer fosse caduta su Ging, uno dei
tanti esponenti di quella scuola ungherese che in quel lasso di tempo
andava per la maggiore e che aveva guidato la Fortitudo, tanto che questi
iniziò a svolgere il suo compito e a muoversi in vista della stagione che
andava ad iniziare. Poi però l'onorevole Igliori decise di raccomandare
un inglese, William Garbutt, il quale aveva allenato per molti anni il
Genoa che aveva portato al nono scudetto. Non poteva esserci scelta
migliore, in considerazione del fatto che Garbutt era stato in pratica il
primo allenatore professionista che avesse mai esercitato nel nostro paese
e aveva introdotto una serie di accorgimenti nella preparazione atletica
che avevano portato a grandi progressi da parte dei giocatori affidati
alle sue cure. L'accordo fu presto raggiunto e Garbutt divenne così il
primo allenatore della storia giallorossa. Oltre ad essere un ottimo
preparatore atletico, fu il primo a far vedere nel nostro paese tecniche
che avevano il compito di raffinare i fondamentali tecnici dei giocatori
come l'uso dei pioli tra i quali i giocatori dovevano correre con la palla
al piede scartandoli senza farli cadere. Se oggi queste cose sono le basi
del minicalcio, all'epoca dei pionieri rappresentavano una vera e propria
rivoluzione che spazzava via il dilettantismo che aveva caratterizzato
quella fase. |
||
|
|
||