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IL PRIMO CAPOLAVORO DI
BERNARDINI |
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Negli
anni successivi alla seconda guerra, la Fiorentina entrò, come molte
delle sue consorelle, in una fase di forte difficoltà economica che la
costrinse ad adottare la politica della lesina. Abbastanza indicativo di
ciò, fu il modo in cui la società viola ricorse al mercato estero, con
l'acquisto di giocatori di secondo piano come Roosenburg
o Lefter, abbastanza famosi nei loro paesi, ma
sconosciuti a grandi livelli internazionali. Nel 1952, la Fiorentina vide un mutamento nel suo assetto dirigenziale che
avrebbe avuto di lì a poco esiti clamorosi. Ad assumere la massima carica
sociale, fu Enrico Befani, un industriale tessile di Prato, che alle
cospicue doti finanziarie, univa doti organizzative e manageriali non
indifferenti. La sua prima mossa, come era del resto tradizione, fu quella
di aumentare in maniera considerevole il budget destinato alla campagna
acquisti. Nulla di clamoroso, intendiamoci, ma per una squadra come quella
viola, che veniva da anni di ristrettezze finanziarie, ciò segnava un vero e
proprio spartiacque. Una campagna estremamente mirata, terminò con
l'acquisizione di elementi come Lucentini, ala messasi in luce nella
Sampdoria, Prini, attaccante dell'Empoli, Mariani, ala dell'Udinese e,
soprattutto, Armando Segato, centrocampista del Prato che andava a
cominciare una grande carriera. I frutti di questa campagna, tardarono
però ad arrivare e a farne le spese, come al solito, fu il tecnico Magli,
il quale fu messo da parte dopo diciassette giornate, in favore di Fulvio
Bernardini. Il "Dottore", dopo una strepitosa carriera da
giocatore, vissuta quasi tutta a Roma, aveva intrapreso quella di
allenatore con la Mater, una squadretta della capitale che aveva portato
in serie B. Chiamato al capezzale della sua Roma, Bernardini aveva cercato
di imporre gli stilemi del Sistema, tattica che riteneva molto più
avanzata rispetto al vetusto Metodo, ma era entrato in rotta di collisione
con Sacerdoti, finendo per essere allontanato dalla panchina giallorossa. |
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UNA SQUADRA DA PARADISO |
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Dopo i grandi successi
degli anni '30, il Bologna era entrato in un cono d'ombra. La grande
squadra che aveva fatto tremare il mondo, si era trasformata in una
compagine abbastanza mediocre, simboleggiata dai pastorini, Jensen e
Pilmark, atleti generosi e di grande affidabilità, ma non certo dei
fuoriclasse. Per tutto il corso degli anni successivi alla guerra, la
squadra presieduta da Dall'Ara aveva arrancato alle spalle di Juventus,
Milan e Inter, per non parlare del Grande Torino, senza poter contrastare
il loro strapotere, anche per effetto della mancanza di fondi adeguati. Di
fronte a questa realtà, il bersaglio della delusione della tifoseria
bolognese divenne naturalmente Dall'Ara. Il quale decise di rispondere ai
contestatori chiamando all'ombra delle Torri l'uomo che era stato il
principale artefice del miracolo della Fiorentina edizione 1955-56, quel
Fulvio Bernardini che il grande ed immaginifico Gianni Brera aveva
ribattezzato Dottor Pedata. Un soprannome ben meritato e che rendeva con
tutta evidenza la bravura di uno dei migliori tecnici mai espressi dal
nostro calcio. Dopo aver portato la Fiorentina al primo titolo della sua
storia, Bernardini era stato al capezzale della Lazio nel 1958 e aveva
vinto la Coppa Italia, primo torneo in assoluto nella storia della società
biancoceleste, per poi essere travolto dalla inarrestabile crisi che
avrebbe portato la stessa in serie B per la prima volta. Il fallimento
romano, a lui non imputabile, non sminuiva certo il valore di un tecnico
che aveva fondato sulla cifra estetica espressa dalle squadre da lui
gestite, le sue fortune. Appena insediatosi sulla panchina, Bernardini
cominciò ad assemblare la squadra che aveva in mente e che, secondo le
coordinate che lo avevano sempre caratterizzato, avrebbe dovuto unire
bellezza estetica e praticità. Le
esigenze espresse all'atto del suo insediamento dal Dottore, furono
prontamente recepite dal Direttore sportivo, Carlo Montanari, il quale
provvide a prelevare dalla Lazio il libero Franco Janich,
che Bernardini aveva già avuto alle sue dirette dipendenze e del quale
conosceva alla perfezione le doti tecniche e la grande affidabilità.
Sempre dalla Lazio, arrivava anche Bruno Franzini,
un generosissimo cursore di centrocampo, che doveva supplire alle lacune
in fase di interdizione di Giacomo Bulgarelli, ormai diventato titolare
inamovibile. Ma il colpo più grosso, almeno in prospettiva, fu messo a
segno proprio da Dall'Ara, il quale alle Olimpiadi di Roma aveva
adocchiato un poderoso centravanti danese, il giovanissimo Harald Nielsen,
che aveva fatto sfracelli con la nazionale del suo paese e aveva vinto la
classifica dei cannonieri della manifestazione. Il presidente decise di
rivolgersi direttamente alla squadra di Nielsen, il Frederikshavn
e concluse una operazione che si sarebbe rivelata di fondamentale
importanza. Gli innesti in questione, e la conferma dei vari Perani,
Pascutti, Bulgarelli e Pavinato non potevano però colmare tutto ad un
tratto il gap con le squadre che regolarmente monopolizzavano il tetto
della classifica, le milanesi e la Juventus. |
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IL MAESTRO E I SUOI
ALLIEVI |
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La Lazio degli anni '60 e
dei primi anni '70, era ormai diventata la classica squadra ascensore,
perennemente in bilico tra massima serie e cadetteria. Era questo il
risultato più evidente della dissennata gestione Tessarolo, che aveva
visto la Lazio trasformarsi nella Cassa del Mezzogiorno, con risultati mai
all'altezza dei clamorosi investimenti fatti. Nel frattempo, la presidenza
era stata assunta da Umberto Lenzini, un costruttore edile che però non
aveva mezzi finanziari sufficienti per poter rapidamente riportare la
barca in linea di navigazione. Nel 1970-71, si era verificata l'ennesima
retrocessione, nonostante l'esplosione ad alti livelli di Giorgio Chinaglia,
poderoso centravanti scovato a Massa e di Peppino Massa, funambolica ala
di origini napoletane. Lenzini, prese a quel punto una decisione che si
sarebbe rivelata di capitale importanza, chiamando sulla panchina Tommaso
Maestrelli, allenatore di quel Foggia appena retrocesso in maniera
immeritata, dopo aver fatto vedere una cifra di gioco inusitata alle
latitudini del calcio italiano, ove ormai da decenni imperava lo squallido
catenaccio. Il nuovo tecnico, rappresentava in effetti una anomalia in un
calcio come il nostro ove imperava il motto "primo, non
prenderle". Il gioco da lui predicato, e praticato, era molto più
vicino a quello in voga nelle scuole più avanzate, con terzini che
avanzavano a sostegno del centrocampo, inserimenti continui dei
centrocampisti in fase avanzata e un continuo tourbillon in grado di
confondere le idee sul piano tattico ad avversari cui non erano dati punti
di riferimento. Il primo periodo di Maestrelli alla Lazio fu abbastanza
tormentato, soprattutto a causa di una fazione della tifoseria che
continuava a professarsi fedele a Juan Carlos Lorenzo, il suo
predecessore. Poi, però, arrivò la serie A e qui, il corso della storia
laziale, mutò completamente di segno. In sede di mercato, furono
assestati alcuni colpi che al momento furono sottovalutati e, a volte,
anche osteggiati. La cessione di Massa all'Inter, portò a Roma,
direttamente o indirettamente, grazie alla cifra ottenuta, giocatori come
Frustalupi, Garlaschelli, Martini, Pulici e Re Cecconi, tutti atleti
ancora sconosciuti al grande pubblico (se si fa eccezione per Frustalupi),
ma individuati dal tecnico come pedine fondamentali nella costruzione
della squadra che aveva in mente. Il
precampionato non fu brillante, tanto da innestare grandi preoccupazioni
in una tifoseria che già temeva un immediato ritorno nella cadetteria. In
effetti nessuno aveva capito che per poter fare risultato, la Lazio,
proprio per effetto della rivoluzionarietà del proprio sistema di gioco
aveva bisogno di entrare nella condizione fisica ottimale. E infatti, gli
uomini di Maestrelli, una volta terminato il laborioso rodaggio, misero in
mostra un calcio che raramente si era visto sui campi italiani e che
riusciva anche a superare la non straordinaria caratura tecnica di alcuni
uomini dell'organico facendo della truppa di Maestrelli un congegno
pressoché perfetto. I primi segnali di ciò che andava maturando si
ebbero sin dalla prima giornata contro l'Inter, in una partita che ebbe
proprio nella squadra di Maestrelli il vincitore morale. Quando a poche
giornate dalla fine del torneo, la vittoria contro il Milan lanciò la
Lazio in testa alla classifica, lo stupore della critica specializzata
rasentò l'incredulità: mai una neopromossa era riuscita a vincere lo
scudetto. Alcune battute di arresto, consentirono però alla Juventus, che
solo qualche settimana prima sembrava tagliata fuori dalla lotta per il
titolo, di rientrare e di trasformare il duello con il Milan in un vero e
proprio triello. Alla penultima giornata la Lazio sconfisse il Verona,
mettendo gli scaligeri nella posizione di dover per forza vincere contro
il Milan per poter salvarsi, mentre la Juventus si sarebbe recata a Roma
contro i giallorossi. La situazione di classifica vedeva a novanta minuti
dal termine la seguente situazione: Milan 44 punti, Lazio e Juventus 43. A
sua volta la Lazio doveva recarsi a Napoli e qui bisogna fare un passo
indietro, alla famigerata partita di andata nella quale qualche giocatore
della Lazio non aveva saputo tenere la bocca a freno, facendo in modo che
i partenopei non aspettassero proprio con piglio pacifico lo scontro
finale. E le conseguenze di tutto ciò furono devastanti. Il Milan
infatti, sin dal primo tempo vide crollare nella "fatal" Verona
ogni sogno di vittoria, mentre la Lazio chiuse sullo 0-0. In
contemporanea, la Roma dava luogo ad un primo tempo strepitoso, nel corso
del quale metteva a segno una rete con Spadoni che era un premio molto
magro per il dominio manifestato. A quarantacinque minuti dalla fine, gli
uomini di Maestrelli vedevano perciò il titolo a portata di mano. Nel
secondo tempo successe però di tutto. Mentre il Verona finiva di
passeggiare sui resti del grande Milan, il Napoli segnava la rete dell'1-0
e la Juventus prima pareggiava con Altafini e poi metteva a segno la rete
della vittoria con Cuccureddu, vincendo l'ennesimo rocambolesco titolo.
Dopo una annata così esaltante, non erano in molti nell'ambiente
calcistico nazionale ad aspettarsi una conferma della Lazio: non era la
prima volta che una squadra non eccelsa sorprendeva tutti e dava luogo ad
annate straordinarie. Pochi avevano capito che la Lazio era realmente una
squadra straordinaria forgiata da Maestrelli su un modello di cui ancora
pochi erano a conoscenza in quel momento, quello dell'Olanda. Gli
incursori di fascia Martini e Petrelli, capaci di difendere e di ripartire
a tutta birra senza dare agli avversari la possibilità di prendere le
necessarie contromisure, erano una novità assoluta per il calcio
italiano, così come il pressing dettato dai centrocampisti e il
simultaneo movimento senza palla di tutti i giocatori e gli incroci cui
davano luogo in continuazione centrocampisti e attaccanti. Per un gioco
così dispendioso, servivano però atleti veri e proprio in tal senso
risaltava un giocatore come Re Cecconi, capace di macinare chilometri su
chilometri e di scaricare il contachilometri accoppiando alla vigoria
atletica una tecnica di primo ordine. Quando fu il momento di fare le
necessarie valutazioni su quanto era successo, Lenzini e Maestrelli
capirono che un meccanismo così perfetto, non doveva essere smontato,
bensì ritoccato in alcuni minimi particolari capaci di portarlo alla
pratica perfezione. La rosa che tanto bene s'era comportata nell'anno
precedente fu ritoccata solo marginalmente con l'innesto di Inselvini e
Franzoni, segno evidente che Maestrelli non voleva cambiare nulla nel suo
disegno tattico, nel timore di far svanire l'equilibrio miracolosamente
raggiunto. Altra novità era rappresentata da un giovanissimo aggregato
alla prima prima squadra, Vincenzo D'Amico,
mezzala dotata di grandissime doti tecniche che avrebbe costituito la
maggiore sorpresa della stagione, candidandosi ad uomo nuovo del calcio
italiano.In questa inquadratura la Lazio cominciò il suo cammino
stagionale andando a vincere a Vicenza, grazie alle reti di Chinaglia, Re
Cecconi e Garlaschelli, per poi bissare con la Sampdoria, per effetto di
una rete di Wilson. E proprio la facilità con cui difensori e
centrocampisti apponevano il loro nome sul tabellino dei marcatori era
un'altra lampante dimostrazione della validità del meccanismo messo su da
Maestrelli e della coralità di una manovra che non puntava sulle qualità
dei singoli (o meglio non soltanto, perchè era indubbio che quando
Chinaglia era in giornata per gli avversari tutto diventava più
difficile). Il primo stop stagionale di Torino contro la Juventus alla
terza giornata, quando la rete di Chinaglia servì soltanto a rendere meno
amaro il risultato, aprì un primo periodo di difficoltà confermato dai
successivi pareggi con Fiorentina, Cesena e Inter, ma poi la vittoria di
Cagliari introdusse la brigata di Maestrelli alla prima stracittadina
stagionale, che vedeva la rivale cittadina arrivare con l'acqua alla gola
e un cambio appena avvenuto sulla panchina, ove Niels Liedholm aveva
sostituito Scopigno. Una stracittadina infuocata vide la Roma scatenata
nel primo tempo con Rocca ad imperversare sulla fascia e D'Amico
annichilito di fronte allo strapotere atletico dell'avversario. Nel
secondo tempo fu giocoforza lasciare il golden boy, ormai in preda ad una
crisi di nervi, negli spogliatoi, ma questa fu proprio la mossa decisiva
della gara. Il suo sostituto infatti, Franzoni, appena un minuto dopo il
suo ingresso in campo segnò la rete del pareggio. Inoltre la sua maggior
propensione offensiva costituì un valido contrappeso allo straripante
Rocca, che spinse la Lazio a guadagnare metri su metri sino alla rete
decisiva di Chinaglia. La partita si chiuse con le furibonde proteste dei
giallorossi contro l'arbitro Lo Bello, reo secondo loro di aver
convalidato il secondo goal irregolare e di aver negato un paio di rigori,
ma intanto la Lazio prendeva il volo definitivamente dando il via ad una
serie di vittorie consecutive che la lanciarono in testa alla classifica.
La serie magica fu interrotta dal Torino che vinse a Roma alla tredicesima
giornata grazie ad una rete di Ciccio Graziani, proprio nel giorno in cui
si infortunava Re Cecconi che però nelle partite successive veniva ben
sostituito da Inselvini. La corsa della Lazio riprese comunque ad andatura
sostenuta fermandosi soltanto a Genova contro la Sampdoria, nella domenica
che precedette il match-clou contro la Juventus. Il successo netto (3-1)
ottenuto contro i bianconeri, in una partita che aveva visto l'arbitro
Panzino assegnare due rigori alla Vecchia Signora, dette la conferma che
la Lazio era la squadra più forte e da questo momento la marcia della
squadra di Maestrelli osservò solo qualche incertezza come quella
derivante dalla sconfitta di Milano con l'Inter. L'ultimo grande ostacolo
fu ancora una volta rappresentato dalla Roma che si presentò alla
stracittadina di ritorno in condizioni di classifica e di morale assai
diversi da quelle dell'andata e, soprattutto col supporto di un pubblico
straripante, che già pregustava la rivincita. La partita confermò subito
tutte le sue difficoltà, tanto che già al primo minuto la Roma si trovò
in vantaggio, grazie ad una papera di Pulici che entrò in porta con la
palla su un innocuo spiovente proveniente da centrocampo. La Lazio decise
di gettarsi con tutto il suo furore agonistico nella contesa, tanto che
Chinaglia mise fuori gioco Orazi, e nel secondo tempo, come già era
successo all'andata, riuscì a ribaltare il risultato con reti di D'Amico
e Chinaglia, in un Olimpico reso irrespirabile dal fumo dei lacrimogeni,
usati dalla forza pubblica per arginare la furia dei sostenitori
giallorossi che, per protestare contro l'arbitraggio secondo loro
scandalosamente pro-Lazio, avevano dato luogo ad una invasione di campo
che costò due giornate di squalifica all'Olimpico stesso. L'ultimo
sussulto si ebbe alla tredicesima giornata di ritorno quando i
biancocelesti persero a Torino contro i granata, ma fu proprio la Roma,
che aveva deciso probabilmente di farsi perdonare l'arrendevolezza
dimostrata un anno prima contro la squadra torinese all'ultima giornata, a
fornire un'insperato aiuto fermando in contemporanea la Juventus con uno
spettacolare 3-2. L'apoteosi arrivò il 12 maggio del 1974, giorno nel
quale la Lazio, battendo il Foggia per 1-0 con rete di Chinaglia su
rigore, divenne per la prima volta nella sua storia Campione d'Italia, a
settantaquattro anni da quella fredda mattinata di gennaio in cui un
gruppo di ragazzi romani aveva deciso di formare una società sportiva
chiamata Lazio. |
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