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LA LEGGENDA DEL SANTO
BEVITORE |
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Nereo
Rocco è stato uno dei più grandi personaggi del calcio italiano,
uno di quelli che ha fatto la fortuna di intere generazioni di cronisti.
Prima ottimo giocatore, con le maglie di Triestina, Napoli e Padova, poi
grandissimo allenatore, costruttore di alcuni dei maggiori miracoli del
nostro calcio, come quello del grande Padova che alla fine degli anni '50
divenne un vero incubo per tutte le squadre che dovevano scendere
all'Appiani. Gli aneddoti su di lui si sprecano, tanto che è difficile
capire la linea di demarcazione tra mito e leggenda, ma in un calcio come
quello odierno, andare a rivedere le tappe della vita calcistica di Rocco
equivale ad una sana boccata di ossigeno. |
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MIRACOLO A PADOVA |
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Finita la carriera da
giocatore, anche perchè nel frattempo era arrivata la guerra sul suolo
italiano e l'imperativo categorico era diventato quello di salvare la
pelle tra i bombardamenti e il conflitto instauratosi nella zona di
Trieste tra partigiani titini e nazifascisti, Rocco abbracciò quella da
allenatore con una squadretta cittadina che puntualmente vinse il suo
campionato. Alla fine del conflitto, arrivò puntuale la grande occasione
che il Paron aspettava per dare una svolta alla sua nuova vita. Nel
1946-47, infatti, la Triestina era arrivata ultima nel campionato di serie
A, ma per sua fortuna, la città giuliana costituiva un vero e proprio
caso politico, in quanto contesa, ancora una volta, tra Italia e
Yugoslavia. La Federazione si fece interprete del sentimento ricorrente
presso l'opinione pubblica del nostro paese e dette il segnale politico
che tutti si aspettavano: la Triestina fu ripescata nella massima serie e,
in vista del nuovo torneo, chiamò Rocco sulla sua panchina. Senza però
stilare alcun contratto, con grande sorpresa degli osservatori. Il Paron,
infatti, credeva fermamente nei suoi mezzi e aveva compreso che si trovava
nella situazione ideale per lavorare al meglio, senza eccessive pretese da
parte di una tifoseria che nell'anno appena concluso aveva visto la sua
squadra finire in coda. Alla fine dell'anno, i muli, con grande sorpresa
dell'Italia calcistica, finirono addirittura al secondo posto e Rocco
vedeva praticamente alle stelle la sua popolarità, tanto da essere eletto
in Consiglio Comunale nelle file della Democrazia Cristiana. La sua
entrata in politica, però, si trasformò ben presto in un passo falso,
che i suoi avversari gli rinfacciarono quando le vicende della Triestina
cominciarono a prendere una piega molto meno positiva. |
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I TRIONFI DEGLI ANNI '60 |
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L'avventura di Rocco in
rossonero, non cominciò sotto i migliori auspici. Intanto, il Paron fu
costretto a fare a meno di Gipo Viani che, preda di un malore, dovette
rimanere lontano dai campi di gioco per alcuni mesi. Inoltre, la campagna
acquisti era stata fatta proprio da Viani, per cui si trovò a lavorare su
una squadra che non era stata costruita da lui. E il primo problema fu
quello di Jimmy Greaves, fuoriclasse britannico che non voleva
assolutamente saperne di sacrificarsi a favore della squadra. Greaves
resistette solo un paio di mesi, nel corso dei quali fece vedere a sprazzi
la sua caratura, poi decise di averne piene le scatole di Milano e del
calcio italiano. Rocco non rimase troppo turbato da quella che poteva
sembrare una tegola, anzi, ne approfittò per chiedere l'acquisto di Rosa
dal Padova, che però fu considerato incedibile. A questo punto
l'attenzione della società cadde su un brasiliano non più giovane, Dino Sani, lento di corsa, ma rapido di cervello e il suo arrivo sistemò
d'incanto la squadra. Alla fine del suo primo anno, l'ottavo scudetto
incorniciava la maglia del Milan, a riprova della bravura di un allenatore
che sembrava trasformare in oro tutto quello che toccava. Dopo lo
scudetto, toccava alla Coppa dei Campioni, conquistata a wembley contro il
Benfica, grazie alle reti di Altafini e alle giocate di un giovanissimo
Gianni Rivera, quando ormai il primo ciclo di Rocco in rossonero era agli
sgoccioli. Il cambio di presidenza, da Rizzoli a Felice Riva, spinse
infatti il tecnico triestino a passare la mano, con la motivazione di non
riconoscersi più nella nuova società e a passare al Torino, ove Orfeo
Pianelli lo aspettava a braccia aperte. Nel capoluogo sabaudo, Rocco prese
immediatamente posizione strategica nel bar gestito dai coniugi Cavallito,
dove riuniva la sua combriccola di amici, pochi e giusti per i suoi gusti.
Al primo anno, ottenne un settimo posto dovuto soprattutto alla scarsa
qualità di una squadra che il nuovo presidente stava cercando di
riportare a livelli adeguati al vecchio blasone. La seconda annata, vide
il Torino decollare ad alti livelli, grazie soprattutto all'esplosione di
un certo Gigi Meroni, ala dribblomane e anticonformista che usava
letteralmente nascondere la palla a compagni ed avversari. Il nemico più
grosso del suo lavoro, fu però un fantasma, quello di Superga, tanto che
il Paron usava spesso dire che al Filadelfia c'era sempre qualcuno che, se
gli facevi vedere un goal da cento metri, ti rispondeva che Valentino
Mazzola faceva regolarmente di meglio. Alla fine, probabilmente pensò che
era impossibile lottare contro i fantasmi e decise di tornare al Milan,
ove non aspettavano altro che di riabbracciarlo. A partire dagli amici di
sempre, Rosato, Rivera, Trapattoni, Schnellinger e Hamrin, coi quali
riannodò i fili del discorso interrotto quattro anni prima. E dopo
l'ottavo, arrivò anche il nono scudetto, grazie all'asse Rivera-Prati e
ad una difesa nella quale giganteggiavano il Ragno Nero, Fabio Cudicini e
Karl Heinz Schnellinger, giocatori che proprio sotto la sua guida seppero
dare il meglio di sè stessi. Alla guida della società non c'era più
Felice Riva, ma Luigi Carraro e proprio sotto la sua gestione il Milan
riuscì a vincere la sua seconda Coppa dei Campioni, battendo nella finale
di Madrid l'Ayax del fuoriclasse emergente, Johann Cruiyff, grazie ad un
ispiratissimo Rivera. Dopo il trono europeo, toccava alla Coppa
Intercontinentale, vinta dopo una corrida con l'Estudiantes nella quale il
povero Combin fu praticamente massacrato dagli avversari. A questo punto,
il grande obiettivo di Rocco divenne il decimo scudetto, quello della
stella, ma inutilmente. Per due volte il Milan vide sfumare il traguardo e
particolarmente clamorosa fu la beffa del 1972-73, quando gli uomini di
Rocco, quattro giorni dopo aver vinto la Coppa delle Coppe, caddero nella
"fatal" Verona, consegnando lo scudetto alla Juventus, vincente
nel finale contro la Roma all'Olimpico. Fu l'ultima occasione per Rocco,
che da quel momento entrò nella fase conclusiva di una strepitosa
carriera. L'arrivo di Albino Buticchi, infatti, lo spinse ancora una volta
a lasciare il Milan, per andare a Firenze, ove però non concluse neanche
la Coppa Italia. Una ultima parentesi in rossonero, con una società ormai
in fase di sfaldamento e il ritorno a Trieste, ove gli venne affidato il
settore giovanile, furono le ultime tappe di una carriera praticamente
irripetibile. Il 20 febbraio 1979, infine la morte, che lo privò della
gioia di vedere il suo Milan conquistare la stella, appena tre mesi più
tardi... |
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