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LO SCONTRO TRA HERRERA E
ANGELILLO |
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I casi riguardanti
Ballack, Shevcenko e Beckham, non sono certo una novità nel calcio. Non
sempre un investimento importante dà la garanzia di poter essere
ripagato. Perchè sono molti i motivi che impediscono ad un giocatore di
mostrare appieno il suo talento. A volte basta un allenatore geloso della
fama di un asso alle sue dipendenze per tarpare le ali allo stesso. Alla
fine degli anni '50 toccò ad Angelillo scoprire questa amara verità.
L'asso argentino, dopo un primo anno di ambientamento, nel corso del quale
aveva comunque fatto intravvedere le sue doti di goleador mettendo a segno
16 reti in 34 partite era esploso nel modo più fragoroso possibile nel
corso dell'annata 1958-59, mettendo a segno ben 33 reti in altrettante
partite, record ancora oggi imbattuto nei campionati a 18 squadre. Proprio
allora erano cominciati i suoi guai, in quanto Helenio Herrera aveva preso
a pretesto la vita privata di Angelillo per metterlo in discussione. Quasi
certamente si trattava soltanto di un pretesto per mettere in difficoltà
un giocatore che aveva il solo torto di mettere in secondo piano un
allenatore incapace di vivere senza far convergere sulla sua persona le
attenzioni dell'opinione pubblica. da quel momento Angelillo non riuscì
più a ripetere gli strepitosi exploit del 1958-59. Le sue reti
cominciarono a diradarsi e nella stagione 1960-61 si vide messo più di
una volta in disparte, anche se quando Herrera lo chiamò sul campo
rispose da par suo, segnando 8 reti in 15 partite. Infine Moratti decise
di obbedire all'aut aut di Herrera e lo cedette alla Roma. In giallorosso
Angelillo ritrovò la serenità perduta, anche se non seppe mai ripetere
le mirabolanti imprese del primo periodo milanese. A poco a poco si
trasformò in ottimo regista, grazie a mezzi tecnici di primordine e
divenne uno dei beniamini della folla giallorossa per effetto di una buona
continuità di rendimento che gli consentiva di rimanere su livelli di
eccellenza anche nelle giornate meno fortunate. Per una sorta di
contrappasso, anche Helenio Herrera avrebbe seguito qualche anno dopo il
cammino di Angelillo, ma a differenza dell'argentino non riuscì mai a
diventare un beniamino della tifoseria romanista, anche se non mancò di
farsi notare soprattutto per le dichiarazioni rilasciate a seguito del suo
esonero da parte di Marchini, quando per giustificare la mancanza di
risultati tirò fuori la storia secondo la quale lo scudetto 1941-42,
l'unico vinto dalla Roma sino ad allora, altro non era che il frutto delle
attenzioni di Mussolini.
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IL BLOCCO PSICOLOGICO DI SORMANI |
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Nell'estate del 1963, la
Roma si svenò letteralmente per Sormani, attaccante brasiliano che aveva
segnato la bellezza di 29 reti nelle due stagioni precedenti disputate al
Mantova, rivelandosi come uno dei migliori bomber del nostro calcio.
Purtroppo per la Roma, Sormani non riuscì mai ad ambientarsi nella
Capitale, frenato da un blocco psicologico dovuto alla paura di non
riuscire a ripagare l'ingente investimento fatto dalla società. Sin
dall'inizio il brasiliano stentò e le sue prestazioni si rivelarono
lontane anni luce da quelle fornite coi virgiliani. In maglia giallorossa,
Sormani riuscì a disputare 25 partite, raggranellando la miseria di sei
reti, troppo poco per giustificare l'esborso ingente che ne aveva
caratterizzato l'acquisizione. La dirigenza romanista decise allora di
cederlo e la mancanza di pazienza che distinse questa operazione fu punita
dal pronto ritorno di Sormani ai consueti livelli di rendimento. Negli
anni successivi, il brasiliano sarebbe divenuto un punto di forza del
grande Milan di Nereo Rocco, per poi confermarsi ad altissimi livelli al
Napoli, confermando che la pessima stagione con la Roma era soltanto la
consueta eccezione che caratterizza le regole e che la stessa era stata
causata dal fatto che il giocatore non aveva retto alla pressione
psicologica derivante dal clamore con cui l'opinione pubblica aveva
accolto la consistenza della cifra che aveva consentito il suo
trasferimento a Roma. Per la Roma, come spesso succede, al danno si
aggiunse la beffa di vedere Sormani tornare ai consueti livelli di
rendimento e di aver messo a repentaglio per gli anni a venire il
bilancio, tanto da dover aprire la stagione delle cessioni, la più
clamorosa delle quali fu quella di Picchio De Sisti alla Fiorentina, della
quale i giallorossi si sarebbero pentiti a lungo. Stava per aprirsi la
stagione della Rometta, stagione che si sarebbe conclusa soltanto con
l'avvento di Viola...
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BELLO DI NOTTE |
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La campagna acquisti in
vista della stagione 1982-83, fu caratterizzata da due clamorosi colpi
della Juventus. La squadra bianconera, che aveva vinto i due campionati
precedenti, pur tra molte polemiche, si era infatti assicurata le
prestazioni di due dei migliori giocatori europei di quegli anni, Michel
Platini e Zibì Boniek, ponendosi in tal modo come la naturale favorita
della stagione entrante. Il caso del polacco, fu probabilmente il più
eclatante, soprattutto in considerazione del fatto che l'attaccante era
stato soffiato alla Roma dopo una trattativa che aveva visto l'intervento
diretto della famiglia Agnelli, che aveva posto sul tavolo della
trattativa tutto il suo peso interessando del fatto anche il potere
politico. In un primo momento, l'operazione fu salutata con grande
entusiasmo dalla tifoseria bianconera, soprattutto in considerazione delle
prestazioni sciorinate da Boniek nel corso dei mondiali di Spagna ove,
l'attaccante aveva trascinato la sua squadra alla semifinale poi persa con
l'Italia. Poi però, Boniek rivelò inaspettate difficoltà nell'approccio
con il calcio italiano. Le sue difficoltà furono tra l'altro amplificate
dall'inaspettato rendimento di una Roma che proprio in quell'anno si
avviava a vincere il suo secondo scudetto, guidata da un fuoriclasse
straordinario come Paulo Roberto Falcao. Se però in campionato il polacco
stentava, nelle partite europee, ove non esistevano i clamorosi catenacci
in vigore nel nostro paese, riusciva a ritrovare gli estri che lo avevano
portato ad essere considerato un asso. Nel corso di un intervista, Gianni
Agnelli siglò questa strana (ma non troppo) caratteristica di Boniek,
definendolo "Bello di Notte", parafrasando il titolo di un film
di successo di qualche anno prima. Il nomignolo affibbiatogli da Agnelli,
sarebbe rimasto a lungo come un marchio. La stagione bianconera del
polacco non decollò mai, tanto che la dirigenza bianconera decise di
sostituirlo con un altro grande talento come Michael Laudrup. Fu questa la
fortuna di Zibì, il quale potè infine vestire la maglia di quella Roma
che non aveva mai smesso di seguirlo. E proprio a Roma, Boniek tornò a
giocare anche di giorno ai livelli che lo avevano fatto emergere, in
particolare nel corso della sua prima annata in giallorosso, allorchè la
squadra allenata da Eriksson riuscì nell'impresa di recuperare 9 punti di
distacco alla Juventus per poi perdere lo scudetto a seguito
dell'incredibile sconfitta con il già retrocesso Lecce alla penultima
giornata. |
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