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URUGUAY
1930
- ITALIA
1934 - FRANCIA 1938
- BRASILE 1950 -
SVIZZERA 1954
- SVEZIA 1958 - CILE 1962 -
INGHILTERRA 1966 -
MESSICO 1970 - GERMANIA 1974 - ARGENTINA 1978 - SPAGNA 1982 -
MESSICO 1986 - ITALIA 1990 - USA 1994 - FRANCIA 1998 - COREA/GIAPPONE 2002
- GERMANIA 2006
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L'APOTEOSI DI PELE'
Il Mondiale del 1970, si gioca in Messico ed è caratterizzato
soprattutto dalla condizioni in cui si gioca, in particolare dalla
micidiale altura che favorisce le squadre che fondano il proprio gioco
sulla sapienza tecnica. E in simili condizioni, è del tutto logico che
emerga la squadra che in fatto di tecnica non teme rivali, il grandissimo
Brasile di Pelè, Tostao, Rivelino, Gerson e Jairzinho che in finale
annichilisce una stanca Italia.
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Il
Mondiale del 1970, fu assegnato al Messico, paese che aveva già ospitato
due anni prima le Olimpiadi. I giochi olimpici del 1968, avevano messo in
grande evidenza il problema legato all'altitudine, con la grande incidenza
che il fattore in questione aveva sui risultati e le prestazioni degli
atleti. Non a caso uno dei simboli della manifestazione era stato il salto
di Bob Beamon, che nel lungo aveva stabilito il nuovo record mondiale alla
stratosferica misura di 8,90 metri. E il fattore altitudine, divenne
subito uno degli spauracchi delle squadre che si accingevano a dar vita
alla kermesse messicana, soprattutto di quelle che avevano nelle doti
atletiche il proprio punto di forza. Chi aveva studiato con un minimo di
attenzione le problematiche legate all'altura, aveva compreso alla
perfezione che la stessa avrebbe alfine premiato chi avrebbe basato il
proprio gioco tenendo conto appunto delle condizioni ambientali nelle
quali si sarebbe sostenuto lo sforzo fisico, in particolare della
rarefazione dell'aria, della maggiore velocità del pallone e della
capacità da parte degli atleti di saper dosare lo sforzo. Tutte
condizioni che sembravano fatte apposta per avvantaggiare le scuole
fondate sulla padronanza tecnica, a partire da quelle sudamericane. E che
di converso sfavorivano quelle che erano solite impostare il proprio gioco
sulla forza fisica, a partire da quelle del Nord Europa.
Il calcio internazionale, nel quadriennio che precedette il Mondiale del
1970, aveva visto alcuni avvenimenti di grande rilievo, che avevano
spostato notevolmente gli equilibri che avevano caratterizzato lo stesso
sino ad allora. Nel 1967 l'Uruguay aveva trionfato nel Campionato
Sudamericano, mentre l'anno successivo aveva visto l'Italia ritornare alle
vittorie internazionali vincendo la Coppa Europa per Nazioni. L'Italia,
con la vittoria degli Europei romani, era tornata sulla ribalta
internazionale, dopo un periodo buio cominciato dopo la tragedia di
Superga. La classe di Rivera, Mazzola, De Sisti e Domenghini, la potenza
devastante di Gigi Riva, capace di portare uno storico scudetto a Cagliari
e una salda tenuta difensiva, avevano restituito gli azzurri al loro
naturale ruolo di protagonisti. La povertà di gioco espressa dagli uomini
affidati a Valcareggi, trovava comunque un efficace antidoto nella
straordinaria vena realizzativa di Riva, anche se grossi dubbi
continuavano ad aleggiare sulle reali capacità degli azzurri. Le squadre che avevano dominato le prime
quattro edizioni della manifestazione, ritornavano comunque e prepotentemente alla
ribalta e promettevano di essere tra le maggiori protagoniste di Città
del Messico.
Il calcio europeo, ove continuavano ad essere protagoniste la Germania e
l'Inghilterra, aveva inoltre visto i grandi progressi di una ex
cenerentola, l'Olanda, che si accingeva a rivoluzionare i concetti sui
quali avevano dissertato per lungo tempo i teorici della scienza
calcistica. Mentre però l'Ajax di Cruijff, pilotata da un tecnico di
grande vaglia come Rinus Michels, aveva dimostrato di essere pronta per il
grande salto, arrivando alla finalissima di Coppa dei Campioni del 1969
poi persa col Milan, imitata in meglio dal Feyenoord di Van Hanegem,
capace di vincere l'edizione successiva, la selezione arancione non aveva
ancora raggiunto la maturità e la caratura internazionale necessarie,
tanto da essere eliminata in Coppa Europa dall'Ungheria e nelle
qualificazioni della Coppa Rimet dalla Bulgaria. Non era ancora arrivato
il momento giusto per l'Arancia Meccanica.
Al mondiale messicano aderirono 70 federazioni, soprattutto per effetto di
una partecipazione massiccia di paesi africani, sottoposti ad un
lunghissima trafila di incontri per esprimere un solo partecipante alla
fase finale: il Marocco. La zona centro-americana era invece
rappresentata da El Salvador e dal Messico, in qualità di paese
organizzatore, mentre l'Asia-Oceania aveva visto la qualificazione di
Israele, che aveva regolato l'Australia vincitrice del gruppo XV composto
da Corea del Sud, Giappone e appunto Australia.
La rappresentanza europea era come al solito molto nutrita: Italia,
Romania, Cecoslovacchia, URSS, Svezia, Belgio, Germania, Bulgaria e
l'Inghilterra detentrice del trofeo. Tra le sudamericane s'affacciava, a
sorpresa, il Perù, capace di eliminare l'Argentina, mentre Brasile e
Uruguay completavano la rappresentanza del continente latino-americano. A
questo punto, rimaneva solo da comporre i quattro gironi: a Mexico
City, URSS, Belgio, El Salvador e Messico; a Puebla e Toluca, Italia,
Uruguay, Svezia ed Israele; a Guadalajara, Inghilterra, Romania, Brasile e
Cecoslovacchia; a Leon, Germania, Bulgaria, Perù e Marocco. Il 31 maggio,
il presidente messicano Echevarria, procedeva a dichiarare aperta la Coppa
del Mondo. La partita di apertura era quella tra i padroni di casa e
l'URSS.
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VENGONO FUORI LE MIGLIORI
I gironi eliminatori vedono la conferma delle squadre più accreditate.
A partire dal Brasile di Pelè, Tostao e Gerson, che mette subito in
chiaro le proprie ambizioni. Anche la Germania dimostra subito la sua
solidità. Più contrastato il cammino di Italia e Uruguay. Il Messico
padrone di casa, usufruisce dei soliti regali arbitrali ai danni del
Belgio. L'unica sorpresa è il passaggio del Perù ai danni della quotata
Bulagria di Asparukov.
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Il girone
A, vide la preventivata avanzata di Messico e URSS. I padroni di casa,
come era ormai consuetudine, erano stati sfacciatamente favoriti da un
rigore inesistente concesso dall'arbitro argentino Coerezza nella partita
col Belgio, con corredo di infuocate polemiche. Nel girone B, l'Italia
confermò ampiamente i dubbi che ne avevano caratterizzato la partenza.
Gli uomini di Valcareggi, risentirono ampiamente del dualismo tra Mazzola
e Rivera, dovuto alla mancanza di energia del Commissario Tecnico.
Mazzola, nato come attaccante, col tempo era diventato un regista, meno
classico del suo dirimpettaio milanese, ma più portato alla corsa e al
contrasto. Il problema poteva essere risolto spostando uno dei due
all'ala, ma entrambi fecero chiaramente capire di non gradire la
soluzione. Con l'esclusione di Rivera, il gioco dell'Italia perdeva
ulteriormente di qualità, come del resto si vide nella prima fase dei
mondiali in cui gli azzurri vinsero 1-0 con la Svezia e impattarono a reti
bianche con Uruguay e Israele. Le note positive vennero soprattutto dalla
difesa, che aveva subito un deciso rimescolamento con l'innesto di Cera a
libero. Il cagliaritano, non aveva mai giocato in questo ruolo, che nella
sua squadra di club era coperto da Tommasini, ma fece immediatamente
vedere di esservi estremamente tagliato. La facilità con la quale usciva
dall'area per sostenere il proprio centrocampo, unita alla rocciosità di Rosato, permisero alla difesa di diventare un blocco granitico, ciò di
cui aveva bisogno la squadra azzurra in una fase in cui il gioco non
fluiva. Insieme agli azzurri passava l'Uruguay, che pur perdendo con la
Svezia aveva potuto godere della sconfitta degli scandinavi con Israele.
Il girone di Guadalajara, vedeva naturalmente come grandi favorite l'Inghilterra e
il Brasile. I bianchi di Ramsey aprivano il loro mondiale con la Romania
vincendo a fatica per 1-0. La squadra che aveva vinto il Mondiale del
1966, era stata rivoluzionata, tanto che dei campioni di quattro anni
prima, erano rimasti solo Banks, Moore, Bobby Charlton, Jackie Charlton,
Peters, Ball e Hurst, il calcio inglese, era uscito rivitalizzato dalla
vittoria mondiale. L'Inghilterra aveva ripreso a dominare
nell'Interbritannico e si era piazzata terza nella Coppa Europa vinta
dall'Italia, e anche i clubs inanellavano ottimi risultati nelle Coppe
Europee. Il Manchester United aveva trionfato in Coppa Campioni nel 1968,
il Manchester City in Coppa delle Coppe nel 1970, mentre in Coppa UEFA
Leeds United, Newcastle United ed Arsenal avevano trionfato nelle ultime
tre edizioni.
Naturalmente, la squadra di Ramsey era partita per il Messico col chiaro
intento di riconfermarsi. Battuta la Romania con il minimo di scarto, gli
inglesi si ripetevano con la Cecoslovacchia e guadagnavano il passaggio ai
quarti, rendendo ininfluente la sconfitta col Brasile. Quella sconfitta,
aveva però dimostrato che se c'era una grande favorita per la vittoria
finale, questa era proprio la squadra di Mario "Lobo" Zagalo,
tecnico che aveva preso il posto di Joao Saldanha, che aveva guidato la
Selecao nel corso delle qualificazioni. Proprio a Saldanha, andava però
il merito di aver imposto una scelta che avrebbe prodotto i suoi risultati
in Messico, quella di far giocare insieme Pelè e Tostao. O' Rey, nel
periodo immediatamente successivo al Mondiale inglese, aveva giocato poco
con la Nazionale, in parte per i pressanti impegni commerciali, ma
soprattutto perchè una certa parte della critica lo aveva giudicato ormai
logoro. Nel periodo della sua assenza, si era imposto Tostao, il quale
aveva fatto capire immediatamente di essere un autentico fuoriclasse.
Saldanha sfidò appunto la critica, che riteneva impossibile la
coesistenza tra i due, facendoli giocare insieme nelle qualificazioni e i
risultati gli dettero clamorosamente ragione, poichè Tostao mise a segno
dieci reti che unite alle sei di Pelè proiettarono il Brasile in Messico.
Se Saldanha aveva sfidato la critica, Zagalo fece qualcosa di ancora più
clamoroso. Insieme a Pelè e Tostao, mise in attacco altri tre uomini che
nelle proprie squadre di club giostravano più con compiti di regia che
come terminali del gioco offensivo. I tre in questione, tutti numeri dieci
naturali, erano Jairzinho, Gerson e Rivelino. Se sulla carta, la decisione
di Zagalo sembrava una pazzia, sul campo il marchingegno predisposto
funzionò alla perfezione, grazie all'umiltà con la quale Pelè si
adattò a fare la mezza punta, lasciando i compiti di regia a Gerson,
mentre Tostao e Jairzinho giostravano da punte e Rivelino si dedicava
anche a compiti di tamponamento. I risultati dettero ampiamente ragione a
Zagalo, sin dalle prime partite del Mondiale messicano: tre partite, tre
vittorie. Infine il gruppo D vide il facile passaggio di Germania Ovest e
quello, sorprendente, del Perù ai danni dell'accreditata Bulgaria.
Allenati dal brasiliano Didì, proprio il grandissimo regista del Brasile
bicampeon del 1958 e 1962, gli andini si trovarono perciò sulla strada
del Brasile nei quarti di finale. Il 4-2 finale, che sancì il passaggio
in semifinale di Pelè e compagni, rendeva comunque onore ad una squadra
che aveva messo in mostra un gioco discretamente spettacolare e alcune
ottime individualità come Chumpitaz e Cubillas. Negli altri quarti, le
emozioni non mancarono, ma soprattutto si verificò l'esplosione
dell'Italia che, opposta al Messico, dopo essersi trovata in svantaggio
rifilò quattro reti ai padroni di casa, mettendo in mostra un grande Gigi
Riva. L'Uruguay escluse l'URSS dopo i supplementari in una partita
estremamente combattuta, mentre la Germania riuscì ad approfittare del
clamoroso errore di Ramsey che, con la sua squadra sul 2-1, pensò bene di
sostituire Bobby Charlton per risparmiarlo in vista della semifinale. La
Germania ringraziò il grazioso cadeau del baronetto e ribaltò le sorti
della gara, vincendola con una rete di Muller all'ottavo minuto del primo
tempo supplementare. Le semifinali erano perciò Italia-Germania Ovest e
Brasile-Uruguay.
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QUELL'INCREDIBILE 4-3 E IL
SIGILLO DI PELE'
Le semifinali vedono la vittoria del Brasile contro l'Uruguay, ma
soprattutto l'incredibile 4-3 dell'Italia contro la Germania, in una
partita che rimarrà ad eterna testimonianza della bellezza del calcio. La
maratona contro i tedeschi pesa però come piombo nelle gambe degli
azzurri che, in finale, cedono di schianto contro un Brasile stellare
guidato da Pelè. Per la Perla Nera è praticamente il miglior suggello ad
una carriera irripetibile.
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Mentre la prima
semifinale, vedeva la contrastata vittoria del Brasile ai danni di un
ostico Uruguay, la semifinale tra Italia e Germania Ovest si accingeva ad
entrare nella storia del calcio mondiale. La Germania di Schoen, era una
squadra molto forte, che abbinava alla solita consistenza atletica che era
il suo marchio di fabbrica, doti tecniche molto elevate. Elementi come
Beckenbauer, Seeler, Maier e Muller, erano quanto di meglio poteva vantare
il calcio europeo dell'epoca. La maratona di cui era stata protagonista la
squadra tedesca contro l'Inghilterra, la rendeva però più vulnerabile
del solito, proprio in considerazione delle condizioni in cui si
svolgevano le partite. E quando l'Italia passò in vantaggio, dopo soli
otto minuti, con Boninsegna, i tedeschi cominciarono a denunciare una
insolita mancanza di compattezza che permise agli azzurri di andare
ripetutamente vicini al raddoppio. La staffetta tra Mazzola e Rivera,
provocò però una certa disorganizzazione nel solido reparto centrale
azzurro, ove il prodigarsi di De Sisti e Domenghini fu reso vano dalla
rete del pareggio del milanista Schnellinger, proprio all'ultimo minuto.
Se per gli azzurri era una disdetta, per la storia del calcio era una
manna dal cielo, perchè andava a cominciare uno degli spettacoli più
incredibili mai visti sui campi erbosi. Al 94', Muller portava in
vantaggio i tedeschi, nelle cui file giganteggiava un Beckenbauer
costretto a giocare con un braccio al collo, ma quattro minuti dopo
Burgnich pareggiava il conto sugli sviluppi di una punizione. Ogni schema
era saltato e le energie cominciavano ad affievolire, con il risultato di
rendere la partita una sorta di flipper impazzito, in cui i protagonisti
andavano avanti per forza d'inerzia. Al tredicesimo minuto del primo tempo
supplementare, uno stupendo goal di Riva riportò avanti l'Italia, ma un
errore di Rivera consentiva ancora a Muller di pareggiare il conto. Non
era però finita, perchè con grande tenacia Boninsegna portava avanti una
palla servendola infine a Rivera, appostato al centro, il quale provvedeva
a spedirla alle spalle dell'esterrefatto Maier, preso in controtempo. Gli
ultimi 10' passarono lentissimi a scandire il trionfo degli azzurri, in
una atmosfera quasi irreale. Al triplice fischio finale, mezza Italia si
riversava nelle strade per festeggiare una straordinaria vittoria in una
partita che sarebbe rimasta negli occhi di tutti coloro che ebbero la
fortuna di assistervi, al grido di "Riva-Rivera, Brasile sotto
terra".
Se però la partita con la Germania si era conclusa nel migliore dei modi,
rimanevano le tossine della stessa sui muscoli degli undici azzurri.
Valcareggi non ebbe però il coraggio di modificare qualcosa nella
formazione che tanto bene si era comportata sino ad allora e le prime fasi
della finalissima dimostrarono subito che le energie spese nella
semifinale, non erano state recuperate, anche perchè l'Italia aveva avuto
un giorno di riposo in meno rispetto ai rivali. Una Italia molto abulica,
preoccupata soltanto di non scoprirsi, si rinserrò sin dalle prime
battute a difesa della propria area, disponendosi nella solita marcatura a
uomo. Il Brasile, non aveva di questi problemi. I suoi straordinari
solisti, come al solito, erano entrati in campo per imporre il loro gioco
ed erano immediatamente riusciti nel loro intento. Al diciottesimo minuto,
su una palla crossata dalla fascia, Pelè dette luogo ad uno straordinario
balzo, regalando quasi mezzo busto al suo avversario diretto, Burgnich e
spediva una vera e propria sassata alle spalle di Albertosi. Il vantaggio
brasiliano, non ebbe particolari reazioni da parte azzurra. Gli uomini di
Zagalo continuarono a governare il pallone con la risaputa abilità,
riducendo al minimo i pericoli per la propria porta. Poi, però, al
trentasettesimo, uno svarione di Everaldo permise a Boninsegna di
pareggiare il conto, tra la sorpresa generale. Pelè e compagni ripresero
però a tessere il loro gioco come se non fosse successo nulla, mentre
l'Italia tornava a rinserrarsi nella propria metà campo. A poco a poco
gli sbarramenti predisposti da Valcareggi saltarono e quando al ventesimo
minuto della ripresa Gerson, con un forte tiro dal limite dell'area,
battè Albertosi, fu chiaro a tutti che per gli azzurri era ormai finita.
Jairzinho, cinque minuti più tardi, e Carlos Alberto a quattro minuti dal
termine, fissarono il risultato su un 4-1 che non ammetteva repliche. La
partita finiva però con il ridicolo siparietto dei sei minuti concessi da
Valcareggi a Rivera, l'uomo più atteso dai tifosi italiani, che
inaugurava la campagna di stampa predisposta da una stampa indegna, la
quale arrivava ad adontare l'ipotesi che col milanista in campo le cose
sarebbero potute andare diversamente. In questo modo, si apriva la strada
agli incresciosi episodi che caratterizzarono il ritorno degli azzurri in
Italia, ove furono accolti all'aeroporto di Fiumicino con un fitto lancio
di pomodori!
La realtà era che il Brasile di Pelè difficilmente poteva essere
superato e che, soprattuto, non poteva farlo una Italia in deciso debito
di ossigeno. Con il terzo trionfo nella Coppa Rimet, la Perla Nera poneva il
sigillo indiscutibile ad una carriera irripetibile.
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