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URUGUAY
1930
- ITALIA
1934 - FRANCIA 1938
- BRASILE 1950 -
SVIZZERA 1954
- SVEZIA 1958 - CILE 1962 -
INGHILTERRA 1966 - MESSICO 1970 -
GERMANIA 1974 - ARGENTINA 1978 - SPAGNA 1982 -
MESSICO 1986 - ITALIA 1990 - USA 1994 - FRANCIA 1998 - COREA/GIAPPONE 2002
- GERMANIA 2006
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NELLA PATRIA DEL FOOTBALL |
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Il Mondiale 1966 vide
finalmente sbarcare la Coppa Rimet nella patria del calcio, quella
Inghilterra che se, da un lato, aveva vista nettamente affievolita la sua
supposta supremazia sul resto del calcio mondiale da decenni di clamorose
sconfitte, dall'altro poteva vantarne una del tutto basata su dati di
fatto reali: quella organizzativa. Erano sempre inglesi infatti le
migliori e più confortevoli strutture in grado di ospitare lo spettacolo
calcistico e in tal senso, la scelta della FIFA per quella edizione del
Mondiale non poteva essere migliore. Per i padroni di casa, si trattava al
contempo di un impegno tremendo. Dopo essersi proclamati per decenni i
migliori footballers del mondo, ed aver inanellato figure barbine, non
potevano perdere l'occasione di vincere la massima competizione per
rappresentative nazionali, pena la perdita irrimediabile della faccia. Del
resto, Alf Ramsey, che aveva preso la guida della Nazionale nel 1962, lo
aveva proclamato a chiare note: "Vinceremo i Mondiali del 1966."
L'editto di Ramsey, alla luce del non proprio esaltante cammino
dell'Inghilterra nel corso degli ultimi anni, era sembrato a molti un vero
e proprio azzardo. I bianchi, infatti, non solo non erano più i migliori
del mondo, ma avevano perso anche la supremazia nell'ambito del calcio
britannico, perdendo le edizioni dell'Home Championship del 1962 e 1963, a
favore della Scozia di Law. Anche sul piano tattico, l'Inghilterra
mostrava segni di crisi derivanti dal mancato adeguamento ai sistemi più
evoluti in voga al momento. Fu proprio Ramsey a decidere che era ora di
mandare in soffitta il vecchio caro WM, dando alla sua squadra un sistema
di gioco molto simile al 4-2-4 che aveva costituito il marchio di fabbrica
del Brasile bicampione e della grande Ungheria del 1954. I primi esiti
dell'esperimento erano stati abbastanza confortanti, ma poi era arrivato
il patatrac del 1964, al torneo organizzato dalla CBD per festeggiare il
suo cinquantenario, a seminare dubbi. L'Inghilterra, dopo aver impattato
col Portogallo, aveva subito una dura punizione dal Brasile, un 1-5 che
esprimeva nella maniera più netta il divario tra le due selezioni e che
rendeva chiaro il lavoro titanico che aspettava Ramsey. Anche dalle
sconfitte, però, possono arrivare lezioni utili. E la lezione brasiliana,
fu utilissima per il Commissario Tecnico inglese, il quale decise che il
rinnovamento degli schemi, doveva procedere di pari passo con quello degli
uomini. In porta, fu promosso Gordon Banks, portiere forse non
spettacolarissimo, ma molto regolare nel rendimento e capace di guidare al
meglio il reparto arretrato. Al centro della difesa, c'era da registrare
l'avvento della coppia formata da Jackie Charlton e Nobby Stiles. Il primo
era fortissimo nel gioco aereo, ma un poco lento nelle chiusure, problema
che però fu risolto grazie alla sagacia di Moore, che non di rado scalava
dal centrocampo per dar manforte dietro. Stiles, era detto "il brutto
anatroccolo" e il soprannome la diceva lunga sulla mancanza di
estetica che ne caratterizzavano gioco ed aspetto. Era però un giocatore
capace di incollarsi al suo avversario diretto, sino a fargli mancare
l'aria e aveva un senso dell'anticipo strepitoso, col quale annichiliva
anche gli avversari più pericolosi. In mezzo al campo, fondamentale era
il gioco di Moore, che sapeva costruire la manovra con rara intelligenza e
in possesso di un senso tattico straordinario. Proprio Moore era il degno
completamento per il vero fulcro della manovra inglese, quel Bobby
Charlton che, dopo essersi salvato miracolosamente nell'incidente aereo
che aveva decimato il Manchester United a Monaco, era cresciuto in maniera
esponenziale, diventando per l'Inghilterra quello che Di Stefano aveva
rappresentato per il Real Madrid, l'uomo guida capace di accoppiare estro
e grande regolarità di rendimento ad altissimi livelli. In attacco,
infine, Ramsey trovò la quadratura del cerchio accantonando l'estroso
Greaves, in favore di Hunt, il quale gli dava garanzie di rendimento che
Greaves non poteva assicurargli a causa di un carattere bizzoso che del
resto aveva mostrato anche nella sua breve esperienza italiana. Greaves,
infatti, dopo aver giocato nel Milan dieci partite e aver messo a segno
otto reti che ne avevano confermato le grandissime capacità realizzative,
aveva di punto in bianco deciso che il calcio italiano non faceva per lui
e aveva fatto ritorno in patria. Gli stessi alti e bassi che ne
distinguevano il comportamento, facevano parte del suo modo di
interpretare le gare: nelle giornate di grazia, Greaves diventava
irresistibile, ma in quelle di luna storta si tramutava in un vero peso
per i compagni. Per il modo di Ramsey di guardare al calcio, andava molto
meglio Roger Hunt, attaccante molto più lineare, ma anche capace di
interpretare nella maniera più appropriata le direttive del tecnico. Altra mossa fondamentale
per conferire equilibrio alla squadra, fu quella di mettere un mediano,
Martin Peters, a tornante, in modo da assicurare il massimo di copertura
possibile. Con questa rinnovata inquadratura, l'Inghilterra era pronta a
sfidare il resto del mondo, la cui crema, le altre 15 finaliste, fu
espressa dalle solite eliminatorie, nelle quali uscirono fuori non poche
sorprese. Le più clamorose furono le esclusioni della Svezia, della
Cecoslovacchia e della Yugoslavia, squadre che nelle edizioni precedenti
avevano sempre degnamente figurato. Inoltre, si verificò l'eliminazione
della Scozia di Dennis Law, uno dei più forti ed estrosi calciatori
dell'epoca, che però aveva come valida attenuante il proibitivo sorteggio
che aveva posto sulla sua strada l'Italia. Non poche polemiche furono
suscitate dal fatto che ben dieci posti erano stati riservati all'Europa,
mentre dei rimanenti sei, quattro andavano al Sudamerica. A guidare le
rimostranze furono soprattutto i paesi africani, estromessi dal torneo, i
quali chiesero di allargare la manifestazione a 24 partecipanti o di
limitare i posti riservati alle europee: delle proteste in tal senso si
sarebbe tenuto in seguito. |
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LA COREA FA FUORI L'ITALIA |
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Le
sedici regine, furono naturalmente divise nei canonici quattro gruppi, in
modo da favorire l'avanzata delle più forti almeno sino ai quarti. Come
al solito, però, le sorprese furono molte. A cominciare dalla clamorosa
eliminazione dell'Italia. La quale, era stata inserita in un gruppo che,
almeno all'apparenza, non avrebbe dovuto costituire un problema. Le
avversarie designate erano infatti Unione Sovietica, Cile e Corea del
Nord. Se i sovietici erano accreditati come una delle possibili outsider,
ben diverso era il discorso per Cile e Corea del Nord. I sudamericani,
fuori dalla bolgia che gli aveva garantito il terzo posto ai Mondiali
disputati in casa, erano ben poca cosa, mentre della nazionale asiatica si
sapeva pochissimo, se non che il calcio asiatico era nettamente al di
sotto della sufficienza. La Federazione, dopo la magra del 1962, aveva
deciso di correre ai ripari mandando in soffitta la consuetudine della
Commissione Tecnica che tanti disastri aveva prodotto in passato e si era
affidata ad un allenatore, Edmondo Fabbri, che aveva prodotto un vero e
proprio miracolo col Mantova, portato in pochi anni dalla quarta serie
alla massima divisione, sull'onda di un gioco spumeggiante e producente
che lo aveva fatto ribattezzare Piccolo Brasile. I risultati ottenuti
dagli azzurri nelle qualificazioni, e il gioco espresso, avevano prodotto
grande entusiasmo nell'ambiente italiano. Tra l'altro l'eliminazione della
Scozia non poteva essere considerata del tutto scontata, visto quello che
la stessa aveva saputo combinare nel corso dell'Interbritannico nel
biennio 62/63. A stupire nei mesi precedenti il Mondiale, era stata
soprattutto la facilità con cui l'Italia aveva travolto ogni possibile
ostacolo. Basti pensare che nelle amichevoli di preparazione, gli uomini
di Fabbri avevano sbaragliato una squadra forte come l'Argentina
rifilandole un netto 3-0 che si andava ad aggiungere alle goleade con
Bulgaria (6-1) e Messico (5-0). La fluidità della manovra, imperniata su
una coppia di mezzali strepitosa come quella formata da Rivera e
Bulgarelli, era stata la sorpresa più piacevole, soprattutto se
rapportata al calcio in voga in quel periodo nel nostro paese,
caratterizzato dal catenaccio di cui l'Inter di Helenio Herrera era stato
il miglior interprete. Il mondiale italiano partì bene, almeno sul piano
del risultato, un 2-0 col Cile che sembrava blindare la qualificazione al
turno successivo. A questo punto, però, Fabbri perse completamente la
tramontana e, contro l'URSS, decise di puntare su una difesa chiusa che
però partiva con un vizio di origine, la rinuncia ai difensori interisti,
Picchi soprattutto, che di quel tipo di gioco erano i migliori interpreti.
La confusione tattica che ne derivò, portò alla sconfitta per 1-0 che
però avrebbe dovuto preoccupare non tanto per la povertà del gioco
espresso, quanto per alcuni comportamenti non proprio ortodossi da parte
dei nostri giocatori e per il nervosismo messo in mostra dalla squadra.
Sarebbe comunque bastato battere la Corea del Nord per approdare ai
quarti, cogliendo quel risultato minimo che avrebbe giustificato e dato un
senso al mondiale azzurro. La partita decisiva si aprì con una serie di
occasioni da rete clamorose per l'Italia, che però furono tutte fallite.
Nel breve spazio di un quarto d'ora, per ben cinque volte, gli azzurri
ebbero l'occasione di raddrizzare il loro mondiale, senza riuscirvi. Poi,
alla mezzora, Bulgarelli fu costretto ad uscire a causa del riacutizzarsi
di un infortunio al ginocchio che ne aveva messo in forse l'utilizzo e per
gli azzurri fu notte fonda. Pak Doo Ik, che nella vita di tutti i giorni
faceva il dentista, azzeccò un tiro nell'angolino di Albertosi e rispedì
l'Italia a casa, con il solito corollario di polemiche. Era la Waterloo
del calcio italiano. |
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LA VITTORIA DEI MAESTRI |
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Le due semifinali misero
perciò di fronte Germania-URSS e Inghilterra-Portogallo. Era perciò un
festival del calcio europeo, anche se non poco di questo festival pesava
sulla coscienza delle giacchette nere. Nella prima semifinale la Germania,
nelle cui fila era emerso il sino ad allora sconosciuto Franz Beckenbauer,
laterale dotato di grandissima tecnica, partiva coi favori del pronostico.
Accanto al futuro Kaiser Franz, si erano confermati quelli che potevano
essere considerati i piloni della squadra tedesca, il difensore del Milan
Schnellinger, le mezzali Overath e Haller e il
centravanti Seeler. L'URSS era una squadra che si trovava forse nel
miglior momento della sua storia calcistica. A differenza di quattro anni
prima, la formazione sovietica era riuscita a darsi quel minimo di estro
necessario a sfruttare nel modo migliore la potenza atletica che sino ad
allora era stato il suo marchio di fabbrica. La vivacità del fortissimo
laterale Sabo, di Cislenko e di Malafeev, era riuscita a rendere meno
monocorde la manovra d'attacco, donando alla squadra le alternative di
gioco che le avevano consentito di ridurre, sin quasi ad azzerarle, le
differenze con le migliori squadre del mondo, tanto che l'URSS aveva
vinto, nel 1964, la seconda edizione dell'Europeo. In semifinale, però,
il cammino di Jascin e compagni si arenò di fronte ad una Germania che
ebbe sempre in mano la partita. Le reti di Haller e di Beckenbauer, solo
parzialmente bilanciate da quella di Porkujan, lanciarono la squadra di
Helmut Schoen verso la finale. Ove furono raggiunti dall'Inghilterra, che
nella semifinale spazzò via i dubbi di cui aveva disseminato la sua
strada, tra strani tentennamenti di gioco e favori arbitrali. Il
Portogallo, che pure poteva vantare fuoriclasse assoluti del calibro della
Pantera Nera Eusebio e dell'anziano, ma sempre validissimo regista Coluna,
non potè fermare l'Inghilterra, soprattutto a causa del pratico
annullamento di Eusebio da parte di Stiles. Il protagonista assoluto della
semifinale, fu Bobby Charlton, autore di una doppietta e di una serie di
giocate superlative che ne confermarono in pieno la classe di cui era
accreditato. Per Eusebio rimase solo la consolazione di una rete su
rigore, da lui stesso procurato, che però non cambiava la sostanza delle
cose: l'Inghilterra era la seconda finalista. |
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