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Secondo il criterio
dell'alternanza, il Mondiale 1962 spettava al Sudamerica. A spuntarla fu
il Cile, paese nel pieno di una battaglia politica senza tregua che nel
decennio successivo sarebbe sfociata in un sanguinosissimo golpe e
nell'azzeramento delle libertà fondamentali. Il protagonista
dell'assegnazione della manifestazione al paese andino, fu Carlos Dittborn,
il quale vinse la battaglia all'interno della FIFA grazie all'aiuto delle
federazioni sudamericane e manovrando con grande sapienza le pedine sulle
quali poteva contare nell'ambito dell'organismo che regolava il calcio
internazionale. Le maggiori preoccupazioni, erano date proprio dalla
situazione politica incandescente che vigeva in un Cile spaccato in due
blocchi contrapposti, quello conservatore guidato da Alessandri e quello
che reputava ormai arrivato il momento di riformare profondamente un paese
ove le ineguaglianze erano estremamente visibili, capitanato da Frei. A
rendere ancora più intricata la situazione, c'era poi l'ascesa delle
sinistre capeggiate dal socialista Allende, i cui programmi di
nazionalizzazione delle risorse del paese andavano a cozzare frontalmente
contro la ferrea presa esercitata sulle stesse dagli Stati Uniti.
Il mondiale cileno, almeno sulla carta, sarebbe dovuto essere uno
spettacolo strepitoso. Tutti i maggiori talenti dell'epoca avrebbero preso
parte alla manifestazione e, soprattutto, le squadre più forti avevano
tutte adottato il 4-2-4 che era ormai sinonimo di bel gioco. Tralasciando
per un attimo la Selecao, ancora caratterizzata dalla presenza di Pelè,
basti ricordare che la Spagna presentava un drappello di fuoriclasse come
i naturalizzati Puskas e Di Stefano, Suarez e Gento, che la ponevano tra
le maggiori favorite per la vittoria finale. Ma non c'era solo la Spagna a
fungere da alternativa al Brasile. La Yugoslavia poteva annoverare nelle
sue fila campioni come Sekularac e Skoblar, la Russia era capeggiata da
Lev Jascin, forse il portiere più forte di tutti i tempi, l'Italia
presentava gioielli come Rivera, Sivori e Altafini, l'Inghilterra
schierava Bobby Charlton. In pratica tutta la crema del calcio
internazionale dell'epoca era presente a Santiago. Nella capitale cilena,
era presente però anche il convitato di pietra che avrebbe reso del tutto
vana la parata di campioni di cui sopra, la violenza che, portata
all'esasperazione, avrebbe fatto strage di quegli stessi fuoriclasse e
reso l'edizione cilena una delle più brutte di tutti i tempi. Alla fine
del Mondiale, si sarebbero contate decine di infortuni gravi, addirittura
Jascin fu colpito proditoriamente alla testa dal cileno Landa nel corso
della gara tra Cile e URSS, mentre ancora peggio andò al russo Dubinski
(frattura di tibia e perone) e allo svizzero Eschmann, che uscì con la
gamba fratturata da un contrasto con Szymaniak. L'apice di questa
violenza, fu raggiunto nel corso della partita tra Italia e Cile, quando
l'arbitro inglese Aston non seppe far di meglio che espellere David e Ferrini, rei di aver reagito ai pugni di Leonel Sanchez. Ma andiamo per
ordine.
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La
scrematura delle 56 squadre che avevano aderito alla manifestazione,
portò alla formazione dei canonici quattro gironi eliminatori a quattro. A
Santiago avrebbero giocato Cile, Italia, Germania Ovest e Svizzera, a
Rancagua Argentina, Bulgaria, Ungheria e Inghilterra, a Vina del Mar
Brasile, Messico, Spagna e Cecoslovacchia e nella decentratissima Arica,
ai confini con il Perù, scelta nella speranza di vedervi affluire i
tifosi peruviani, Uruguay, URSS, Jugoslavia, Colombia. Il girone
dell'Italia non era facile. A parte la solita Germania, adattissima a
competizioni ove bisognava recuperare in fretta dagli sforzi sostenuti, a
preoccupare era la presenza dei padroni di casa, per i quali c'era da
aspettarsi un occhio di riguardo da parte delle giacchette nere. Inoltre,
il Cile non aveva una caratura tecnica eccezionale, ma poteva vantare una
coesione che gli aveva permesso di vincere la Coppa America nonostante la
presenza di squadre tecnicamente più dotate. A rendere ancora più
infuocata l'atmosfera della sfida tra Italia e Cile, concorse anche la
stampa del nostro paese, che facendo il suo mestiere aveva messo in
rilievo la situazione del paese andino. I resoconti in questione, erano
però rimbalzati in Cile e avevano provocato un sussulto di ridicolo
nazionalismo che era ben presto degenerato in esasperazione. Quando i
giocatori azzurri cercarono di donare fiori al pubblico, dalle tribune
l'omaggio floreale fu rispedito al mittente, mostrando immediatamente a
quali livelli sarebbe degenerata la partita. L'errore esiziale, era stato
compiuto nella fase precedente alla partita, quando la Commissione
Tecnica, formata da Giovanni Ferrari e da Mazza, aveva deciso di spedire
in campo gli elementi che davano più garanzie sul piano agonistico. Ci si
aspettava una battaglia, ma certo quello che sarebbe successo di lì a
poco superò l'immaginazione. I cileni, che non credevano ai propri occhi,
vedendo che gli azzurri non si tiravano indietro di fronte alla rissa che
stavano inscenando, capirono subito che l'arbitro, l'inglese Aston, non
era propriamente un cuor di leone e cominciarono a provocare platealmente.
Leonel Sanchez, decise che si poteva andare anche più in là e cominciò
ad usare i pugni, arte nella quale era probabilmente più bravo che in
quella pedatoria. David e Ferrini caddero nella trappola e furono espulsi
da Aston. Era la fine per l'Italia, che nella partita precedente aveva
pareggiato con la forte Germania a reti inviolate. La sconfitta col Cile,
non poteva più essere rimediata. Nonostante il netto
successo all'ultimo turno contro la Svizzera, gli azzurri dovettero fare i
bagagli e tornare in Italia, lasciando il passo a Toro e compagni. Non era proprio
una fortuna per quel mondiale, bensì il segnale che la battaglia era solo
all'inizio.
Nel gruppo di Arica, un'altra grande del calcio mondiale, l'Uruguay,
finiva stritolato nella morsa del calcio dell'est europeo rappresentata
dall'URSS, campione d'Europa e dalla Yugoslavia, modellata intorno alla
stella Sekularac. Gli slavi, tramontata la generazione di Beara e Vukas,
avevano trovato validi sostituti che avevano formato una squadra solida e
coesa che aveva vinto l'Olimpiade romana, riuscendo a cingere il massimo
alloro olimpico che neanche gli illustri predecessori avevano mai vinto.
Nel gruppo di Vina del Mar, per poco non ci scappò la grandissima
sorpresa. Il Brasile, che aveva portato nove dei Campioni di quattro anni
prima, dopo aver vinto 2-0 col Messico, pareggiò infatti a reti inviolate
con la Cecoslovacchia, trovandosi così nella scomoda situazione di
doversi giocare il prosieguo della manifestazione contro la forte Spagna
di Helenio Herrera. Che a sua volta era uscita a pezzi dall'incontro con i
cechi: oltre alla partita, le Furie Rosse avevano perso tre uomini (Rivilla,
Segarra e Teija) per le fratture riportate nel corso di quella che era
stata una vera battaglia. Alla sfida non poterono presentarsi i due
giocatori più attesi, Pelè e Di Stefano, entrambi infortunati. La
Spagna, andò in vantaggio con Adelardo e sfiorò ripetutamente il
raddoppio, ma trovò sulla sua strada l'arbitro cileno Bustamante, che non
concesse una rete parsa valida e un rigore nettissimo. Nell'ultimo quarto
d'ora, ci pensò poi il sostituto di Pelè, Amarildo, a ribaltare il
risultato con una doppietta che rispedì a casa la Spagna. Infine, nel
gruppo di Rancagua, si assisteva alla resurrezione dell'Ungheria, che
batteva l'Inghilterra e la Bulgaria, per poi chiudere sullo 0-0 contro
l'Argentina. Con l'avvento dei vari Albert, Tichy e Solymosi, gli
appassionati magiari avevano trovato finalmente degni eredi della Squadra
d'Oro del 1954. Insieme ai danubiani, passò il turno l'Inghilterra,
completando così il quadro delle otto finaliste. Lo scontro più
intrigante dei quarti, era quello tra Brasile e Inghilterra, risolto dalla
Selecao grazie ad una doppietta di Garrincha. Insieme ai verdeoro,
arrivarono in semifinale la Cecoslovacchia, trainata dalle prodezze del
sino ad allora sconosciuto Schroiff, portiere che sbarrò la strada ad
ogni conclusione degli ungheresi, permettendo ai suoi compagni di
sovvertire il pronostico avverso, il Cile, vincitore a sorpresa dell'URSS
e la Yugoslavia.
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Le due semifinali videro
di fronte Brasile-Cile e Yugoslavia-Cecoslovacchia. I favori del
pronostico erano nettamente per il Brasile, nella prima partita, mentre la
seconda non vedeva la netta prevalenza di una delle contendenti. Il
Brasile rispettò le previsioni della vigilia e in maniera abbastanza
facile, nonostante il solito tentativo dei padroni di casa di buttarla in
rissa e l'espulsione di Garrincha, esasperato dalla brutalità dei cileni,
mentre nell'altra semifinale, il solito Schroiff si ergeva a baluardo
insormontabile, impedendo con una lunga serie di prodezze la segnatura
agli avanti yugoslavi. Proprio sul finire della partita, poi, la
Cecoslovacchia approfittò della stanchezza degli slavi, che avevano
condotto all'attacco tutta la gara, per colpire in modo decisivo, fissando
il risultato sul 3-1.
Brasile e Cecoslovacchia erano perciò le finaliste. Se per la Selecao si
trattava di una semplice conferma, attesa da tutti gli osservatori
neutrali che non avevano dubbi sulla consistenza tecnica del materiale
umano a disposizione, la Cecoslovacchia rappresentava una clamorosa
sorpresa. E forse anche una sconfitta per la qualità tecnica della
manifestazione, visto che i danubiani non avevano brillato per la qualità
del gioco e dovevano moltissimo alle parate risolutive di Schroiff. I
cechi, però, avevano dimostrato una compattezza che faceva paura anche al
Brasile, che non aveva dimenticato le lezioni patite in passato da squadre
meno dotate tecnicamente, ma che puntando sulla coesione d'insieme avevano
procurato più di in dispiacere alla torcida.
La vigilia della finale fu movimentata dal dubbio riguardante Garrincha,
che non era stato squalificato, ma che risentiva di uno stato influenzale
che lo aveva fortemente debilitato. Alla fine, la funambolica ala fu della
partita, ma il suo rendimento risentì molto del cattivo stato di salute
dei giorni precedenti. Anche Pelè, cercò di essere della partita, ma il
suo stato era tale che i medici della nazionale brasiliana decisero di non
provarne nemmeno il recupero. La partita cominciò in salita per i
verdeoro. La Cecoslovacchia, infatti, ben disposta come al solito in
campo, colpì poco prima del quarto d'ora con Masopust. Il gioco della
Selecao stentò non poco a toccare i consueti livelli, proprio per la
latitanza di Garrincha. Poi per fortuna dei sudamericani, entrò
prepotentemente in scena Amarildo, il sostituto di Pelè che prima
pareggiò il conto e poi, nella ripresa, miese sulla testa di Zito la
palla del 2-1. Quando Vavà siglò la rete della sicurezza, la folla di
parte brasiliana potè abbandonarsi alla gioia per la conquista del
secondo Mondiale di fila. Era arrivato il tempo dei bilanci. E il bilancio
del mondiale cileno non era certo lusinghiero. Il gioco violento la aveva
fatta da padrone, mettendo in secondo piano le doti tecniche dei tanti
fuoriclasse presenti alla manifestazione. E la latitanza dei fuoriclasse,
aveva naturalmente abbassato il livello del gioco a livelli estremamente
scadenti. Alla povertà del gioco espresso, andava poi aggiunta la
scadentissima performance delle giacchette nere. Quello che erano riusciti
a combinare Aston e Bustamante, sarebbe rimasto a lungo nelle pagine più
brutte della storia dei Mondiali, dimostrando che i condizionamenti
arbitrali potevano dare una svolta decisiva in una competizione dove
troppo spesso la geopolitica, o addirittura la politica "tout
court" contava più della forza di una squadra. Stavolta era toccato
all'Italia verificare la difficoltà di scontrarsi con la squadra padrona
di casa, ma nel futuro molti altri si sarebbero dovuti lamentare per lo
stesso motivo.
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