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URUGUAY
1930
- ITALIA
1934 - FRANCIA 1938
- BRASILE 1950 -
SVIZZERA 1954
- SVEZIA 1958 - CILE 1962 -
INGHILTERRA 1966 -
MESSICO 1970 - GERMANIA 1974 - ARGENTINA 1978 - SPAGNA 1982 -
MESSICO 1986 - ITALIA 1990 - USA 1994 - FRANCIA 1998 - COREA/GIAPPONE 2002
- GERMANIA 2006
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INIZIA L'ERA DI PELE'
Il Mondiale 1958 viene affidato alla Svezia. Una scelta felice in un
mondo ormai diviso in blocchi. L'appartenenza del paese scandinavo al
blocco dei non allineati favorisce infatti la più larga partecipazione
possibile, compresa quella dell'URSS. In Svezia non arrivano però Italia
e Uruguay, eliminate a sorpresa nella fase eliminatoria.
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In un mondo ormai diviso
in blocchi, la scelta per l'organizzazione del Mondiale 1958 cadde sulla
Svezia. Ancora una volta, dal punto di vista politico, la scelta della
FIFA poteva essere considerata saggia: il paese scandinavo, infatti,
faceva parte del blocco dei non allineati e, in considerazione del sistema
politico di cui godeva, una monarchia costituzionale e un governo guidato
dalle sinistre, intratteneva buoni rapporti con tutti. La cosa si rivelò
subito evidente quando ben 51 paesi si iscrissero alla fase che avrebbe
dovuto portare alla scrematura delle sedici partecipanti alla fase finale
e, soprattutto, decise di partecipare anche l'URSS, fresca vincitrice
delle Olimpiadi di Helsinki.
Purtroppo, all'appuntamento svedese, mancò proprio la nostra selezione
nazionale che, nel corso della fase preliminare aveva conosciuto la più
cocente delle delusioni, finendo eliminata dall'Irlanda. Purtroppo, la
lunga notte del calcio italiano, cominciata con la Sciagura di Superga,
non era ancora terminata. Le squadre di clubs avevano dato segnali di
risveglio, ma il calcio italiano, oltre a risentire negativamente del
nefasto influsso del catenaccio ormai imperante sui nostri campi, era in
preda ad un equivoco di carattere tecnico che stava minandone alle basi la
forza. Era infatti ormai arrivata all'estremo quella specializzazione dei
ruoli che equivaleva ad una totale spersonalizzazione dei giocatori, con
conseguenze facilmente immaginabili. I giocatori italiani, ormai,
limitavano il loro compitino alle poche cose che il ruolo richiedeva,
ragion per cui se la partita si metteva male, nessuno provava a dare
qualcosa in più per cambiarla. Il reparto che più degli altri aveva
risentito del nuovo corso, era il centrocampo. I mediani non avevano più
la necessaria tendenza alla corsa, in quanto il calcio italiano
privilegiava ormai la battuta lunga, mentre le mezzali erano ormai perse
in un narcisismo senza sbocchi e non possedevano più neanche un briciolo
del dinamismo di predecessori come Serantoni, Loik e Mazzola. Alle lacune
di carattere tecnico che ormai affliggevano il nostro calcio, si
accompagnarono in questa fase i clamorosi errori collezionati dalle varie
troike che componevano la Commissione Tecnica. In questo caso furono
Ferrari, Mocchetti e Biancone ad agevolare la clamorosa eliminazione degli
azzurri, schierando una formazione inzeppata di oriundi che però mal si
integravano con la componente nostrana. Gli irlandesi buttarono sul campo
tutto il loro orgoglio e riuscirono a sopperire al gap di carattere
tecnico esistente sulla carta, facendo anche leva sulla polemica montata
dalla stampa britannica riguardo all'ausilio degli oriundi di cui godeva
l'Italia.
Insieme all'Italia, era nel frattempo uscita la seconda squadra che
vincendo il Mondiale, avrebbe potuto portarsi definitivamente a casa la
Coppa Rimet, l'Uruguay che, priva di Schiaffino e
Abbadie, emigrati in Italia e con la generazione del '54 ormai avviata sul
viale del tramonto, fu sbattuta fuori dal modesto Paraguay. Se a livello
di tradizione, il Mondiale cominciava orfano di due pezzi importanti,
rimaneva però la validità di un cartellone che poteva tranquillamente
fare a meno di due grandi in decadenza. Le sedici finaliste erano state
così suddivise: Germania Ovest, Cecoslovacchia, Irlanda e Argentina nel
primo gruppo, Francia, Jugoslavia, Scozia e Paraguay nel secondo, Svezia,
Messico, Ungheria e Galles nel terzo ed infine Inghilterra, URSS, Brasile
e Austria nel quarto.
Da notare, in particolare, la massiccia partecipazione del Regno Unito,
che, a sorpresa, era riuscito a portare tutte e quattro le sue
rappresentanti in Scandinavia.
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BRASILE E SVEZIA ARRIVANO
IN FONDO
Alla conferma del Brasile, grande favorito della vigilia, fa riscontro
la sorpresa provocata dalla Svezia nell'altra parte del tabellone. Gli
svedesi buttano fuori i campioni olimpici sovietici e i campioni del Mondo
della Germania Ovest. La grande sopresa del torneo è però la Francia di
Kopà, che si vede la strada chiusa dal Brasile, ma si consola col terzo
posto.
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La
fase a gironi, vide alcune sorprese. Nel girone uno, destò clamore
l'uscita di scena di Cecoslovacchia e Argentina. I cechi, che avevano
innestato una nuova generazione di campioni in grado di rinverdire i fasti
degli anni '30, erano stati accreditati come una delle possibili sorprese,
ma si arenarono sull'ostacolo rappresentato dall'Irlanda. Come del resto
fece l'Argentina, che pagò oltremodo la partenza verso l'Italia dei vari Maschio, Grillo, Angelillo e Sivori e la disabitudine ad un calcio intenso
come quello europeo. Partiti per la Svezia accompagnati da uno slogan
trionfalistico, "Somos lo mejores do mundo", i biancocelesti
fecero vedere una mezzora di splendido calcio contro la Germania, ma poi
non ressero all'urto atletico dei Campioni del Mondo nel resto della
partita. Una facile vittoria per 3-1 contro l'Irlanda illuse la tifoseria
argentina facendole credere che la sconfitta nella partita di apertura
fosse solo un incidente di percorso, ma poi la partita contro la
Cecoslovacchia sgombrò il campo dagli equivoci. L'Argentina fu
letteralmente triturata dai cechi che maramaldeggiarono sui sudamericani
rimandandoli a casa con l'onta di un 6-1 che fu alla base delle furibonde
proteste dei tifosi platensi, i quali accolsero il ritorno a casa dei loro
beniamini con un autentico diluvio di monetine. Anche il secondo girone
vide una sorpresa, quella causata dalla Francia che, guidata dalla classe
di Kopà e dal fiuto del goal di Just Fontaine, riuscì ad eliminare
l'accreditata Scozia, accompagnando la Jugoslavia nei quarti. Meno
sorprendente poteva invece essere considerata l'uscita di scena
dell'Ungheria, per mano del Galles di Charles, visto il prezzo salato che
i danubiani avevano dovuto pagare alla Rivoluzione del 1956, che aveva
spinto quasi tutti i suoi più acclamati campioni a riparare all'estero.
Con il Galles passava il turno la Svezia padrona di casa e questa non era
certo una sorpresa, soprattutto per il pubblico italiano, abituato a
vedere la forza dei professionisti svedesi che militavano da noi. Infine
nel quarto girone, si aprì una lotta senza quartiere alle spalle del
Brasile, che vide prevalere l'URSS di Jascin sull'Inghilterra. Anche per
gli inglesi c'erano valide attenuanti per la prematura uscita di scena: un
gravissimo incidente aereo a Monaco di Baviera, che aveva coinvolto il
Manchester United, aveva infatti privato la squadra britannica di elementi
come il centravanti Tommy Taylor, il terzino Roger Byrne e il mediano
Duncan Edwards che nonostante la giovane età erano considerati già dei
fuoriclasse e costituivano il nerbo della Nazionale. In un girone
durissimo anche una squadra forte come l'Austria fu costretta a fare da
vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro.
Esaurita la fase a gironi, cominciarono i quarti di finale. Il Brasile,
che aveva intanto provveduto ad immettere in pianta stabile il diciassettenne Pelè e aveva dovuto rinunciare a Vavà, causa un infortunio
provocato dall'eccessiva irruenza, dovette soffrire non poco per aver
ragione del Galles, facendo un passo indietro sul piano del gioco rispetto
alla straordinaria prestazione offerta con l'URSS. Per fortuna della
Selecao, Pelè aveva ormai acquisito la piena consapevolezza dei suoi
straordinari mezzi e aveva tolto le castagne dal fuoco ai compagni più
anziani. Una certa sorpresa fu invece causata dall'eliminazione dell'URSS,
ad opera di una Svezia che all'inizio del torneo non godeva di grandissimi
favori, soprattutto a causa di una certa disomogeneità dell'insieme. I
sovietici, la cui forza era stata eccessivamente mitizzata anche a causa
delle scarse notizie che arrivavano da oltrecortina, erano sì una squadra
possente, ma mancavano completamente di estro. La Svezia, nella quale
giganteggiavano molti giocatori che giocavano nel nostro paese o vi
sarebbero arrivati (Liedholm, Hamrin,
Gustavsson, Bergmark, solo per
citarne alcuni) riuscì a passare in vantaggio all'inizio della gara con
Hamrin per poi chiudere la stessa nel finale con il goal della sicurezza
di Simonsson. Le altre due semifinaliste erano la Germania Ovest, uscita
vincitrice dalla gara con la Yugoslavia e la Francia, facile vincitrice
dell'Irlanda. Proprio i transalpini erano la grande novità della
competizione. Partiti senza grosse pretese, a poco a poco avevano trovato
la quadratura del cerchio, soprattutto grazie alla forza del reparto
avanzato, ove alla classe di Kopà, si univano la straordinaria agilità e
forza di Fontaine, la solidità di Wisnieski (che verrà a giocare nella
Sampdoria) e la spinta continua assicurata sulla fascia sinistra dal duo
formato da Vincent e Piantoni. E proprio la Francia andava ad incrociare
in semifinale il favoritissimo Brasile, in una partita che si dimostrò
estremamente spettacolare. Purtroppo per la Francia, che in apertura si
era dimostrata degna competitrice, alla mezzora del primo tempo, Jonquet
riportò la frattura del perone in uno scontro fortuito con Vavà,
lasciando i compagni con un uomo in meno di fronte ad un Pelè in giornata
di grazia che, nella ripresa, salì al proscenio con una tripletta.
Nell'altra semifinale, la Svezia aveva la meglio sulla Germania Ovest,
soprattutto grazie ad uno strepitoso Hamrin, capace di far ammattire il
suo avversario diretto sino a fargli perdere la testa e a fargli
guadagnare anticipatamente gli spogliatoi per espulsione. La finale era
perciò Svezia-Brasile, mentre nella finale di consolazione la Francia
batteva la Germania e si piazzava terza.
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IL PRIMO TRIONFO DELLA
SELECAO
La finale tra Svezia e Brasile comincia nel modo più scioccante per la
Selecao trafitta dopo pochi minuti da Liedholm. I fantasmi di otto anni
prima vengono però subito scacciati da una rete di Vavà. Alla mezzora
comincia la leggenda di Pelè. La Perla Nera sigla una tripletta che
rimarrà agli occhi degli appassionati e porta il Brasile al suo primo
trionfo.
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L'arrivo del Brasile in
finale non costituiva certo una sorpresa, anche se i precedenti della
Selecao avevano lasciato sperare il contrario. Stavolta, però, le cose
erano state preparate al meglio, a partire dalla scelta del tecnico, quel
Vicente Feola che poteva essere considerato il migliore tra i tecnici del
suo paese. Feola, decise di far vagliare minuziosamente i giocatori di
interesse nazionale da una equipe medica che avrebbe dovuto promuovere
solo coloro che avessero dimostrato di non avere la minima imperfezione di
carattere fisico. Nel corso di questi esami caddero nomi celebri come
quelli di Zequinha e Luisinho, ritenuti troppo fragili per poter sostenere
le battaglie che aspettavano i verdeoro in Europa. Alla fine di questa
scrematura, rimasero 33 giocatori di eguale livello, tanto che Feola alla
fine del Mondiale affermò che il Brasile avrebbe potuto presentare
un'altra squadra della stessa forza di quella che aveva trionfato. Tra i
nomi nuovi, emergevano quelli di Bellini, uno dei più forti centrali
difensivi mai espressi dal calcio brasiliano, di Zito, di Altafini (detto
Mazzola per la grande somiglianza con il celebre capitano del Grande
Torino), dell'estrosa ala Garrincha, ma, soprattutto, quello di Edson
Arantes Do Nascimento detto Pelè. La "Perla Nera", aveva
esordito nel Santos a soli 16 anni, mettendo subito in mostra doti
tecniche straordinarie, unite a mezzi fisici non comuni e una rapidità
che lo rendevano praticamente immarcabile. In avvio di torneo, Feola,
aveva puntato su Altafini, ma dopo la gara conclusa a reti inviolate
contro l'Inghilterra, spinto anche dalle pressioni di Bellini e Nilton
Santos, aveva deciso di immettere Pelè, ignorando la carta d'identità e
i risultati lo avevano ripagato della scelta. Insieme al giovanissimo
santista, erano entrati nell'undici titolare anche Zito, che aveva preso
il posto del compassato Dino Sani, e Garrincha, che aveva avvicendato Joel.
Con questa inquadratura, il Brasile era diventato praticamente una
macchina da calcio, che aveva triturato tutti gli ostacoli posti dal
tabellone nella strada verso la finale.
La Svezia, della quale pure si conosceva la forza, era un pò una
sorpresa. L'allenatore, l'inglese Raynor (anche lui conosciuto dalle
nostre parti), aveva deciso di avvalersi dei professionisti e aveva messo
sù una formazione molto competitiva, anche se difettosa in omogeneità a
causa della scarsa conoscenza tra coloro che erano emigrati e quelli che
erano rimasti a casa, in attesa anche essi di una chiamata dall'estero. La
fortuna degli scandinavi fu l'inserimento nel girone più modesto, che
funzionò anche come allenamento, dando modo alla squadra di trovare
l'amalgama necessario per le ben più impegnative contese che la
aspettavano dai quarti in poi. E così fu, tanto che la squadra di Raynor
fu capace di sovvertire il pronostico avverso sia con l'URSS che con la
Germania, mettendo in luce elementi che i tifosi italiani conoscevano
bene, a partire dall'atalantino Gustavsson, un vero gigante in difesa,
passando per i centrocampisti Gren e Liedholm, finendo con le ali Skoglund
e Hamrin. Adesso però rimaneva da scalare la montagna più alta, quel
Brasile che, secondo la critica specializzata, era imbattibile.
La finale cominciò nel modo più scioccante per il Brasile, trafitto al
nono minuto da Liedholm. La Svezia aveva cominciato spingendo
sull'acceleratore, proprio nel tentativo di intimorire gli elementi più
giovani della Selecao, i meno abituati a contese tirate allo spasimo. E in
quei primi minuti, soprattutto Pelè e Garrincha latitarono sotto
l'imperversare del forcing nordico. Sembrava clamorosamente profilarsi una
ripetizione del dramma del 1950, ma per fortuna dei brasiliani, gli
elementi più navigati non persero la testa e fu proprio uno che la beffa
di otto anni prima la aveva vissuta da spettatore sugli spalti del
Maracanà, Vavà, a pareggiare i conti al quarto d'ora, convertendo in
rete un magnifico assist di Garrincha. La rete del pareggio dette l'inizio
ad una partita completamente diversa da quella che si era giocata sino ad
allora, anche perchè si stava per scatenare Sua Maestà, Pelè che si
accingeva a porre il primo mattone nella costruzione della più grande
leggenda del calcio mondiale di tutti i tempi. Il giovanissimo santista,
quando era da poco passata la mezzora, portò in vantaggio la Selecao con
una rete che sarebbe rimasta nell'immaginario collettivo degli amanti del
calcio, facendo prima passare la palla sopra la testa di Gustavsson per
poi spararla nell'angolino della porta svedese. Ormai non ce n'era più
per i malcapitati padroni di casa: il Brasile si riversava in avanti e
prima Pelè e poi Zagalo mettevano la Coppa Rimet in cassaforte. Per la
Svezia rimaneva solo la pallida consolazione della rete di Simonsson,
prima del suggello di Pelè che andava a siglare la sua personale
tripletta proprio mentre l'arbitro, il francese Guigne, emetteva il
triplice fischio di chiusura. E mentre tutta la Selecao si riversava
intorno a Pelè, in Brasile cominciava una festa di popolo che andava a
cancellare il terribile dramma vissuto otto anni prima. Era iniziata l'era
Pelè.
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