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Era una Europa ancora
frastornata e che stava faticosamente rinascendo dalle macerie e dalle
catastrofi della guerra quella che vide tornare il Mondiale. L'assegnazione
alla Svizzera dell'organizzazione della quinta edizione della Coppa del
Mondo di calcio, riportava sul vecchio continente la manifestazione dopo
la fantasmagorica esperienza brasiliana ed era probabilmente la scelta
più sensata in quel frangente storico. Fra le nazioni europee, la
Svizzera era quella che meno aveva risentito della barbarie del conflitto,
la sua economia si era anzi arricchita e quindi la scelta dei delegati
della FIFA non poteva essere migliore dal lato delle capacità
organizzative e dall'assoluta mancanza di problemi finanziari. Anche da un
punto di vista prettamente politico, la scelta di un paese che aveva fatto
della neutralità il suo emblema, era la migliore possibile in una Europa
ormai divisa in due e che andava a grandi passi verso la Cortina di Ferro.
Aderirono alle qualificazioni per la fase finale 35 federazioni, e tra
queste anche Germania e Austria, che riprendevano i contatti con la Coppa
del Mondo dopo il forfait del '50. Anche Ungheria e Cecoslovacchia
facevano parte del lotto e le uniche assenze di rilievo si riferivano
all'Argentina, che persisteva nell'isolamento, e all'URSS, rivelatasi al
calcio internazionale con le Olimpiadi del '52, ma che aveva lasciato
cadere la possibilità di partecipare al mondiale. I turni di
qualificazione, portarono alla fase finale Germania, Austria, Inghilterra,
Scozia, Francia, Belgio, Turchia, Ungheria, Cecoslovacchia, Italia e
Yugoslavia che andavano ad aggiungersi Svizzera, paese organizzatore,
Uruguay, detentrice della Coppa, Messico, rappresentante del Centro
America, Brasile, per l'America del Sud e la Corea del Sud, in
rappresentanza dell'Asia. Formato il lotto delle squadre si doveva
decidere la formula con la quale le stesse si sarebbero disputate il
trofeo. E qui si rasentò il ridicolo. Si decise infatti che nei gironi a
quattro, le due teste di serie e le due ritenute più deboli non avrebbero
incrociato i bulloni e eventuali situazioni di parità sarebbero state
risolte tramite spareggio. Il problema era che i criteri con cui vennero
valutate le partecipanti, furono improntati più che altro a valutazioni
di carattere politico e caratterizzati da manovre di corridoio che
sortirono un vero e proprio pasticcio. L'Italia fu inserita tra le teste
di serie del suo girone e la cosa era abbastanza sorprendente visto ciò
che gli azzurri avevano fatto vedere nel corso del quadriennio. Se
nell'ultima partita di preparazione, l'Italia era riuscita a vincere in
casa della Francia, in precedenza aveva mostrato più di un tentennamento,
anche perchè una certa confusione tecnica continuava a permanere ai
vertici tecnici. La squadra
allenata da Lajos Czeizler, era lontana parente dello squadrone di Pozzo.
Il calcio italiano non aveva saputo approntare soluzioni alternative dopo
la scomparsa del Grande Torino e anzi, aveva continuato ad importare
grandi campioni che oltre a portare via il posto a giocatori indigeni,
erano a loro volta sacrificati dal catenaccio che ormai imperava alle
nostre latitudini. Inoltre lo scadimento tecnico prodotto dalla Sciagura
di Superga non accennava a diminuire i suoi sinistri effetti su un
movimento che era stato in pratica coventrizzato dal più grave disastro
che la storia del calcio ricordi, tanto che di lì a qualche anno si
sarebbe tornati ad usare gli oriundi per poter colmare il gap che ormai
divideva la nostra selezione nazionale da quelle più forti.
Per quanto concerne un quadro più generale, il Mondiale del 1954 fu di
fondamentale importanza per il futuro del calcio in quanto segnò
l'avvento della televisione. Le immagini trasmesse dal tubo catodico
tennero avvinti milioni e milioni di tifosi europei, facendo entrare il
calcio in nuova era.
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Il
Mondiale dell'Italia durò pochissimo. La nostra squadra andò a sbattere
contro l'ostacolo rappresentato dalla Svizzera e dal suo catenaccio, del
quale gli stessi elvetici potevano considerarsi precursori sin dai tempi
di Rappan. Nella prima partita tra le due rappresentative, la Svizzera
potè contare anche sul compiacente arbitraggio del brasiliano Viana che,
sul risultato di 1-1, annullò una rete parsa regolarissima agli azzurri,
che poi persero la partita. La Svizera fu poi battuta dall'Inghilterra,
mentre l'Italia sconfisse il Belgio per 2-0, rendendo necessario lo
spareggio tra le due squadre, che si trasformò in una rotta per gli
azzurri, sconfitti 4-1. Al termine di questa umiliante sconfitta,
l'ambiente italiano, invece di prendersela con la modestia della propria
squadra, cercò di scaricare le responsabilità su Viana, che aveva
arbitrato anche lo spareggio e questo indica la confusione che ormai
regnava in casa Italia.
Ma ancora più sorprendente fu l'eliminazione della Francia, che
presentava una grande stella come Kopa. I transalpini furono buttati fuori
dalla Yugoslavia che, dopo averli regolati nel primo incontro, andò ad
impattare col Brasile con conseguente promozione di entrambe le squadre.
Dagli altri gironi vennero fuori Uruguay, Ungheria, Germania e Austria.
Già nei quarti si ebbe una partita che avrebbe potuto rappresentare la
finale, quella tra i magiari e il Brasile. La Selecao, dopo la delusione
del 1950, aveva cercato di fare le cose a puntino e aveva messo su una
squadra ancora una volta fortissima. Sul vecchio tronco, erano stati
innestati alcuni giovani fuoriclasse come Julinho, Nilton e Djalma Santos,
Didì che avevano fatto ulteriormente lievitare il valore di una squadra
fortissima. L'Ungheria, a sua volta, poteva essere considerata la
grandissima favorita della vigilia. E questo pronostico era dovuto
soprattutto alla grandissima impresa compiuta qualche mese, quando Puskas
e compagni erano andati a battere l'Inghilterra a domicilio, nel
fortilizio sino ad allora inespugnabile di Wembley. La prima rete degli
ungheresi in quella partita sarebbe rimasta nel guinness dei primati:
l'azione, partita dal calcio di inizio, durò novanta interminabili
secondi, nel corso dei quali gli inglesi non riuscirono mai a prendere la
palla, se non una volta che fu arrivata in fondo al sacco. Ma non c'era
solo questo a decantare le virtù della "aranycsapat", la
squadra d'oro, come venne ribattezzata quella strepitosa compagine. Nel
corso delle Olimpiadi di Helsinki, Puskas e compagni avevano espresso un
calcio talmente bello da far dire alla rivista specializzata "Kicker"
che novanta minuti erano troppo pochi per un calcio così meraviglioso. La
partita tra queste due compagini si rivelò di altissimo livello, anche se
la supremazia dei magiari fu abbastanza indiscutibile. Dopo soli sette
minuti, Hidegkuti e Kocsis avevano già siglato il doppio vantaggio. La
reazione verdeoro fu orgogliosa: un rigore di Dyalma Santos,
concesso per fallo di Lorant su Indio, dimezzò le distanze, ma poi
l'immensa classe di Bozsik e compagni vanificò le offensive rabbiose e
ripetute condotte da Didi, Julinho e Tozzi. All'inizio della ripresa, un
rigore realizzato da Lantos neutralizzò la rete di Julinho in rapida
azione di contropiede. Ogni tentativo brasiliano per raggiungere il
pareggio fu frustrato dai magiari, tanto da provocare un sentimento di
impotenza che fece saltare i nervi a Nilton Santos e Tozzi, mandati
anzitempo negli spogliatoi assieme a Bozsik. Ad un paio di minuti dalla
fine Kocsis fissò il punteggio sul 4-2 e al fischio finale si accese una
baruffa con pugni, calci e morsi, denotando ancora una volta la mancanza
di nervi saldi da parte dei sudamericani. Lo stesso Puskas, che aveva
seguito la partita dai bordi del campo, decise di lasciare comunque il suo
segno sulla stessa spaccando una bottiglia in testa a Pinheiro nel
sottopassaggio degli spogliatoi. L'Ungheria aveva comunque superato il
primo duro ostacolo sulla strada della vittoria finale. Se ne profilava
subito un altro, l'Uruguay campione. La Celeste, nei quattro anni che la
avevano separata dalla difesa del titolo, aveva innestato linfa giovane
sul vecchio corpo dei veterani di Rio. In difesa era da registrare
l'ingresso del terzino Santamaria, che diverrà una delle colonne del
leggendario Real Madrid, mentre il posto di Ghiggia, passato alla Roma,
era stato preso da un altro artista come Abbadie. Nei quarti, l'Uruguay
aveva battuto l'Inghilterra 4-2 e si presentava con rinnovate ambizioni
alla semifinale con l'Ungheria. Come era ormai sua consuetudine,
l'Ungheria partì sparata e già al 13' Czibor convertì in rete un
passaggio di Kocsis. Sino all'intervallo, non accadde praticamente più
nulla. Dopo soli sessanta secondi della ripresa, Hidegkuti batteva in rete
da pochi passi una centrata di Budai e a qiesto punto, più di un
osservatore dette per finita la contesa, senza però aver fatto i conti
con l'orgoglio della Celeste, che si riversò in avanti. Dalla mezzora in
poi saliva in cattedra Hobherg, argentino di nascita, naturalizzato
uruguayano, giocatore capace di progressioni impressionanti, che nel giro
di dieci minuti conquistò il pareggio rendendo necessari i supplementari.
Addirittura, nel convulso assalto finale, Lorant dovette ricacciare
lontano dalla linea di porta una palla di Hobherg che aveva battuto
Grosics. Nel primo tempo supplementare, il forcing della Celeste continuò
a tenere sul chi vive i rossi, ma nel giro di cinque minuti della seconda
frazione, Kocsis spedì alle spalle di Maspoli due palloni imparabili,
risolvendo definitivamente la contesa. L'Ungheria era la prima finalista.
La seconda, a sorpresa, fu la Germania, la stessa che nel girone
eliminatorio era stata subissata di reti da Puskas e compagni (8-3).
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Era una finale del tutto
imprevista. Nessuno, alla vigilia, aveva pensato che la squadra tedesca
potesse arrivare sino in fondo. Herberger aveva trovato una inquadratura
base forte in difesa, efficace nel quadrilatero centrale e dalle doti
realizzative non comuni. Le punte della squadra, erano il regista, Fritz
Walter, un interno dalla classe cristallina, l'altro interno Morlock e
l'ala Rahn, un carro armato magari non rifinitissimo dal punto di
vista tecnico, ma dotato di tiro possente e grande senso della rete. La rappresentativa germanica
era nata da un miniblocco del Kaiserslautern (Kohlmeyer, Eckel, Liébrich,
e i due Walter), mentre gli altri erano tutti di provenienza composita. La
miglior dote della Germania era la solidità dell'insieme: la formazione
non presentava punti deboli e sul piano del gioco sciorinava una manovra
omogenea senza fronzoli, basata soprattutto sulla forza e tremendamente efficace.
Inserita nel secondo girone con Turchia, Corea del Sud e Ungheria, battè
agevolmente i turchi per 4-1 decidendo di snobbare la partita con l'Ungheria,
ritenuta del tutto inutile ai fini del cammino successivo. Proprio per
questo, Sepp Herberger, mandò in campo cinque riserve, sicuro che il
passaggio ai quarti sarebbe stato deciso da un ulteriore incontro di
spareggio con la Turchia, sicura vincitrice della Corea. Con i magiari, i
tedeschi furono pesantemente sconfitti per 8-3, ma nello spareggio di Zurigo tutto
il potenziale tedesco fu scaricato sui malcapitati turchi con un eloquente
7-2 che valeva il passaggio al turno successivo. Nei quarti, però, i
tedeschi si trovarono di fronte la Jugoslavia, una delle grandi europee
dell'epoca. Ci vollero un' autorete clamorosa di Horvath, un incidente a
Vukas, un'infinità di occasioni fallite dagli attaccanti slavi ed un gol
in fuorigioco di Rahn non rilevato dall'arbitro, per piegare la resistenza
degli slavi. Lo scetticismo con cui fu salutata questa vittoria,
fece sì che nella semifinale contro l'Austria, la squadra di Hergerger
fosse accreditata di poche speranze. L'allenatore tedesco, conosceva a
menadito la sua squadra e sapeva che giocando sapientemente le sue carte,
puntando sulla stupefacente condizione atletica dei suoi uomini, la
Germania ce la poteva fare. L'Austria, a sua volta, aveva eliminato nei
quarti gli svizzeri (7-5) dopo una rocambolesca partita nella quale era
saltato ogni schema. Si delineava all'orizzonte una finale tutta danubiana
fra Ungheria ed Austria, ma quest'ultima, che proprio nel corso del
mondiale s'era votata al Sistema e che poteva contare su fuoriclasse del
calibro di Happel, Hanappi, Stojaspal e Ocwirck, fu inaspettatamente
battuta ed umiliata per 1-6, complice la giornata del tutto negativa del
portiere Zeman, che spianò non poco la strada ai tedeschi. Era il canto del cigno di una grande scuola che, proprio
in quel mondiale, aveva esibito gli ultimi bagliori. Ancora una volta le capacità di recupero avevano
dimostrato di far premio sulla tecnica pura e i tedeschi, maestri nel
saper dosare le loro forze dimostrarono proprio a partire da questi
Mondiali di essere tagliati per le
competizioni raccolte in breve arco di tempo.
Il 4 luglio, all'entrata in campo delle formazioni, fu sciolto l'ultimo
dubbio che gravava sulla finale: c'era anche Puskas, il quale aveva
recuperato dall'infortunio alla caviglia che ne aveva limitato il
rendimento nel corso della competizione. Al fischio d'inizio dell'inglese
Ling, In poco più di un quarto d'ora, sembrarono confermarsi le
previsioni della vigilia, che non promettevano nulla di buono per la
squadra di Herberger: i magiari, accreditati di maggior classe,
realizzavano le reti del rapido vantaggio con Puskas e Czibor. Sembrava
una pietra tombale sulle ambizioni teutoniche, ma le risorse atletiche dei
tedeschi vennero subito fuori, come dimostrarono al 10' e al 18' Morlock e
Rahn, che pareggiavano il conto. Da questo momento la partita mutò
completamente di indirizzo: il raggiunto pareggio galvanizzò la vigoria
dei tedeschi e per contro le due impegnative partite con Brasile ed
Uruguay, cominciarono a farsi sentire sulle gambe dell'Ungheria. Inoltre
Puskas denotò le sue imperfette condizioni psicofisiche fallendo due
occasioni che in condizioni normali non avrebbe fallito mai. L'Ungheria fu
anche sfortunata, perchè Czibor colpì due volte i legni della porta
tedesca, ma ancora non era successo nulla che lasciasse presagire la
sorpresa finale. Che fu provocata anche dalla pesantezza del campo,
abbondantemente allentato dalla pioggia, il quale favorì la forza e la
resistenza fisica dei panzer tedeschi. Le lancette dell'orologio avevano
appena compiuto l'ottantaquattresimo giro, quando Schaffer carpì una
palla allo spento Bozsik e la smistò sul centro dove accorreva Rahn. Dopo
quasi un'ora e mezza di aspra battaglia sul terreno allentato dalla
pioggia, l'ala trovò la lucidità per evitare in dribbling Lorant e la
forza per battere sulla destra Grosics con un tiro dai sedici metri. La
reazione orgogliosa dei magiari si spense sul fischio di Ling, che annullò
una rete di Puskas apparsa ai più regolare e al 90' il segnale di
chiusura fece balenare davanti agli occhi degli attoniti osservatori, una
realtà che rasentava l'incredibile. L'Ungheria, quella che molti
considerano ancora oggi la squadra più forte di tutti i tempi, aveva
perduto sul filo di lana quel titolo che meritava più di ogni altra
squadra in favore di un complesso che in condizioni normali avrebbe
faticato assai per limitare il passivo. La realtà era talmente
incredibile che ben presto, l'episodio assunse i contorni di un giallo.
Alcuni avanzarono l'ipotesi che l'Ungheria avesse venduto la gara in
cambio di un considerevole numero di trattori, altri di doping
indiscriminato e questa ipotesi veniva avvalorata dal morbo itterico che
colpi gran parte dei calciatori tedeschi che avevano partecipato alla
finale, per non parlare della solita pista politica avanzata da chi parlò
di sabotaggio arbitrale ai danni di un paese dell'Est. Una volta che la
polvere alzata dalle discussioni si fu posata, si poterono tirare le somme
di una competizione che fu probabilmente la più bella tra tutte quelle
disputate sino ad oggi e che segnò uno spartiacque per il calcio che, con
l'avvento del mezzo televisivo, assumeva una rilevanza ancora più grande
di quella pur cospicua che aveva avuta sino ad allora.
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