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MA QUANTI ANNI AVEVA
BARBUY? |
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Quella
di Amilcar Barbuy, è una delle leggende più durature del calcio italiano.
Allenatore della Brasilazio, cioè della Lazio edizione 1931-32 imbottita
di giocatori provenienti dal Brasile, Barbuy è diventato celebre perchè,
secondo alcuni, avrebbe giocato in serie A alla bella età di 52 anni
suonati! L'equivoco nasce da un falso clamoroso, in base al quale Barbuy
sarebbe nato nel 1879, notizia ricavata non si sa dove e come, mentre, in
realtà la data di nascita vera era il 29 aprile del 1894. In base a
questo dato, perciò, Barbuy giocò la partita del nostro massimo
campionato, diventata celebre col passare del tempo, alla comunque
notevole età di 37 anni. E, soprattutto, non poteva aver dimenticato come si
giocava al pallone, visto che aveva lasciato l'attività soltanto da pochi
anni, per abbracciare la carriera di allenatore. La sua prima carriera,
quella di giocatore, gli aveva comunque riservato grandi soddisfazioni,
tanto da vederlo raggiungere la maglia della nazionale del suo paese nel
ruolo di attaccante. Nel 1931, la Lazio, che era in un momento
estremamente difficile della sua vita calcistica e subiva la predominanza
cittadina di una Roma che stava tenendo fede alle premesse della sua
nascita e si era immediatamente proposta ad alti livelli, per cercare di
risolvere una crisi tecnica che durava ormai da anni, pensò bene di
giocare in maniera massiccia la carta della legislazione in materia di
oriundi, cioè di quei giocatori stranieri che fossero in grado di
dimostrare ascendenze nel nostro paese. Era, quello degli oriundi, un
marchingegno che aveva permesso al nostro calcio di accelerare la sua
crescita tecnica, portando al vero e proprio saccheggio delle squadre
sudamericane. Veri e propri fuoriclasse come Libonatti, Monti, Orsi,
Petrone e tanti altri, erano arrivati sui campi della penisola, ripagando
ampiamente l'investimento che su di loro avevano fatto le nostre squadre e
dimostrando grande adattabilità ad un calcio pur duro come il nostro.
Anche la Lazio, decise perciò nel 1931, di ricorrere alla carta del
Sudamerica, rivolgendo le proprie attenzioni al Brasile. Dove vennero
scovati giocatori che in quel paese avevano già dimostrato grande valore,
come i fratelli Fantoni, "Pepe" Rizzetti, Del Debbio,
Amphilogino Guarisi e De Maria, veri e propri idoli delle proprie squadre
di clubs e più volte nazionali. Il problema grosso, stava però nel fatto
che proprio il calcio verdeoro, tra quelli delle grandi scuole del Sud
America, era il meno adatto a raffrontarsi con il nostro e il travaso
di tanti giocatori di quella scuola rischiava perciò di trovare grossi
ostacoli. Come avvenne, infatti, per Del Debbio e compagni che, pur
facendo subito intravvedere di non essere certo degli sprovveduti, si
trovarono ben presto a mal partito contro le munitissime e dure difese
italiane, che non si fecero certo pregare per riservare ai brasiliani
della Lazio lo stesso trattamento che erano solite riservare agli
attaccanti italiani. Ad aggravare la situazione, concorse anche lo spirito
con cui i giocatori italiani accolsero il confronto con una squadra che
era costituita per la stragrande maggioranza da elementi forestieri. Il
risultato di tutto ciò fu il rapido precipitare della Brasilazio nella
zona calda della classifica, nonostante le ottime prestazioni di almeno
due elementi di quella squadra, Guarisi e De Maria, i quali furono
immediatamente notati dal settore tecnico delle squadre nazionali. E
proprio Guarisi, ribattezzato dai tifosi Filò, fu la causa del curioso
episodio che vide coinvolto Amilcar Barbuy. L'estrosa ala, infatti, trovò
qualche difficoltà all'inizio e giustificò le sue non ottimali
prestazioni col fatto che non aveva portato con sè le calzature abituali
con le quali aveva sempre giocato in Brasile. Le quali arrivarono il 20
dicembre del 1931, nel corso della partita col Bari che minacciava di
essere l'ultima spiaggia per la Brasilazio. E incredibilmente, alla
partita in questione, decise di prender parte anche Barbuy, il quale
probabilmente non si fidava molto dei suoi uomini. La partita finì 3-2,
con una doppietta proprio di Filò, che provocò il divertito commento del
Littoriale sull'opportunità di farsi arrivare prima quei benedetti
scarpini, ma alla storia sarebbe passata proprio la vicenda riguardante
Barbuy, supposto cinquantaduenne che si apprestava a diventare una vera
leggenda metropolitana del nostro calcio... |
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MUSSOLINI E LO SCUDETTO
DELLA ROMA |
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Altro giro, altra
leggenda. In questo caso, l'oggetto è il primo scudetto della Roma,
ottenuto nel 1941-42 e rimasto nella storia del nostro sport più popolare
come il primo conquistato da una squadra del centrosud, andando così a
spezzare il monopolio sino ad allora ferreo degli squadroni
settentrionali. Secondo alcuni, quel titolo, altro non sarebbe che un
grazioso regalo di Mussolini, dovuto alla voglia da parte del Duce di
rinverdire il mito di Roma imperiale, applicandolo stavolta al calcio.
Più di una volta, questa ardita interpretazione è stata proposta
all'attenzione della critica e a farsi interprete di questa ardita
rivisitazione storica del nostro calcio furono soprattutto lo scrittore
Mario Soldati e il grande Gianni Brera. Per non parlare di Helenio Herrera
che, nel 1971, appena esonerato da Alvaro Marchini, disse appunto che era
impossibile vincere uno scudetto a Roma, senza l'aiuto di Mussolini. |
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SCLAVI INDOSSO' ALTRE
MAGLIE? |
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Ezio Sclavi,
è stato a lungo considerato il più grande portiere che abbia mai
indossato la maglia numero uno della Lazio. Arrivato a Roma all'inizio
degli anni '20 per espletare il servizio militare, riuscì a convincere la
dirigenza laziale dopo un provino ottenuto in maniera abbastanza
avventurosa. In poco tempo, riuscì a convincere la tifoseria e i suoi
compagni delle sue doti, grazie soprattutto ad un coraggio leonino che non
di rado gli provocò gravi infortuni di gioco. Nel 1925-26, fu costretto a
lasciare la Lazio in quanto la società, alle prese con l'avvento del
professionismo, non voleva cedere alle richieste economiche dei giocatori,
molto spesso tese soltanto a vedersi riconosciuto il minimo vitale. Era
quella l'epoca del caso Bernardini,
fuoriclasse concupito a suon di soldi da molte società e che, provenendo
da famiglia povera voleva sfruttare le grandi doti calcistiche di cui era
portatore, trovando ostacoli nella fazione societaria che propugnava un
ferreo dilettantismo. La intricata vicenda societaria che ne scaturì,
terminò con la partenza del giovane fuoriclasse verso Milano, ma anche
con quelle non meno gravi di Sclavi, appunto, e di Vojak.
Il portierone di Stradella, andò alla Juventus, ove però si trovo la
porta sbarrata da Combi, tanto che dovette accontentarsi di giocare una
sola partita, e per di più in attacco. Dopo solo un anno, la Lazio decise
di richiamarlo, aderendo alle sue richieste economiche e da quel momento
la porta biancoceleste trovò un vero e proprio baluardo. |
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