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DALLA FONDAZIONE
ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DOPO
LA GUERRA UN PICCOLO MILAN - DAL
GIRONE UNICO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE - IL
TRIO RIPORTA IL MILAN TRA LE GRANDI - ROCCO E RIVERA
PORTANO IL MILAN SUL TETTO D'EUROPA - DALLE STELLE ALLE STALLE - COMINCIA L'ERA
BERLUSCONI - UN TRIONFO TIRA L'ALTRO - DALLO SCANDALO CALCIOPOLI
ALLA CHAMPIONS LEAGUE
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IL GIRONE UNICO |
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Dopo
il buon comportamento del torneo 1928-29, sembrava ormai arrivato il
momento di risalire posizioni importanti nelle gerarchie del calcio
italiano. Purtroppo, nell'estate del 1929, arrivò la tragica notizia
della morte di Abdon Sgarbi, uno dei migliori elementi della squadra e
già nazionale, causata da una infezione tifoidea. La morte di Sgarbi,
unita alla insufficienza di una campagna acquisti che aveva visto arrivare
elementi di secondo piano come Giunta e Borgo
dalla Juve, Ranelli e Moroni
dalla Cremonese e Sternisa dal Monfalcone,
produsse un deludente undicesimo posto che risaltava ancor più
negativamente se confrontato al primo dell'Inter. Ormai la gerarchia
cittadina vedeva una netta prevalenza dei cugini, molto più pronti a
capire l'importanza di adeguati investimenti, rispetto ad una dirigenza,
come quella milanista, che guardava ancora ad un ideale dilettantistico
che ormai stava per essere travolto dai tempi. |
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AUREA MEDIOCRITA' |
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Nel
1933, tornò alla guida della società Luigi Ravasco. La sua prima mossa
fu quella riguardante la guida tecnica della squadra, affidata
all'ungherese Viola. Sul fronte degli arrivi, furono da registrare le
acquisizioni del mediano Bortoletti, del
terzino Rigotti, del mediano Capitanio,
tutti prelevato dalla Triestina, e dell'ala Stella,
messosi in luce nel biennio precedente nella Pro Patria. Ancora una volta
la campagna acquisti si svolgeva perciò in tono minore, come del resto
confermò il campo. Il Milan, dopo una ottima partenza, si sgonfiò a poco
a poco e, nonostante avesse girato al quarto posto la fase ascendente del
torneo, ottenne un mediocre nono posto. A pesare sul cammino degli uomini
di Viola fu la totale incapacità di cogliere punti in trasferta, chiaro
indice di una mancanza di personalità che non poteva certo stupire. Ma se
la campagna del 1933-34 era stata in tono minore, quella dell'anno
successivo fu addirittura contrassegnata dall'immobilismo. Unico arrivo fu
quello del terzino Silvestri, mentre la guida tecnica veniva assegnata a
Baloncieri. Il decimo posto finale, fu accolto con rassegnazione da una
tifoseria ormai abituata alla modestia dei risultati. Ci voleva una
sterzata e, a livello societario, la sterzata avvenne: Ravasco lasciò
infatti il posto a Pietro Annoni, il quale decise, finalmente, di buttarsi
anche lui nel florido mercato sudamericano dal quale avevano in quegli
anni attinto a piene mani le squadre italiane. Dal Brasile arrivarono
perciò Gabardo e Arnoni, mentre sul mercato nostrano furono pescati il
portiere Zorzan, dal Vicenza, il mediano
Bertolotti e l'interno Zidarich dalla Fiumana.
Ancora una volta si trattava di una campagna acquisti in tono minore, come
del resto si incaricò di dimostrare il campionato, nel quale la squadra,
ancora allenata da Baloncieri, si attestò all'ottavo posto. Un pò meglio
andò nella neonata Coppa Italia, ove i rossoneri riuscirono a raggiungere
le semifinali, ma rimaneva la realtà di una squadra che stentava
non poco a tenere il passo delle migliori. |
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ALTI E BASSI PRIMA DELLA
GUERRA |
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Il quarto posto del
1936-37, ebbe il risultato di galvanizzare un ambiente da troppo tempo
depresso. La campagna acquisti in vista del torneo 1937-38 ne fu la
riprova. Arrivarono l'interno Loik, dalla Fiumana,
una giovane promessa della quale, però, al Milan non fu compreso appieno
il valore, il mediano Antonini, dal Verona,
l'interno Loetti, dal Bari e il difensore Remondini,
il futuro "giocatore al sangue" decantanto dal grande Bruno
Roghi. La squadra, ancora affidata a Garbutt, scalò di un posto in
classifica, piazzandosi al terzo posto, a soli tre punti dall'Inter
campione. Anche in Coppa Italia, il Milan confermò il suo ottimo momento,
arrivando ancora una volta alle semifinali, mentre meno fortunata fu la
comparsata in Coppa Europa, ove i rossoneri furono subito eliminati dal
Ripensa Timisoara. La stagione 1938-39 doveva essere quella della
definitiva consacrazione, ma nonostante gli acquisti di Ellena
e Buscaglia dal Torino, il campionato divenne
presto una sorta di Via Crucis, tanto che alla diciannovesima giornata il
Milan era ultimo in classifica. Per fortuna Boffi confermò la sua
evidente crescita, segnando 19 reti ed aggiudicandosi la classifica
cannonieri, cosicchè la squadra, prima affidata a Felsner e poi a Viola,
riuscì a chiudere al nono posto che, se pur deludente, poteva alla fine
essere salutato con evidente sollievo. Intanto la società era preda di
sommovimenti senza fine. Nel corso del 1938 la presidenza era stata
assunta da Emilio Colombo, che però durò un solo anno, lasciando in
favore di Achille Invernizzi. Lo spavento della stagione precedente
produsse una ottima campagna acquisti che vide l'arrivo di Pasinati
e Chizzo dalla Triestina, di Boniforti dal
Varese e di Menti dal Vicenza. Naturalmente il pezzo forte della campagna
era Pasinati, appena laureatosi Campione del Mondo con l'Italia ai Mondial
in terra di Francia, ma neanche la sua classe potè evitare il crollo
finale della squadra, che condannò il Milan ad un desolante ottavo posto,
dopo che il girone di andata aveva visto la squadra allenata ancora da
Viola a soli due punti dal Bologna Campione d'Inverno. Il solito terremoto
dirigenziale, inaugurò la stagione 1940-41, quella del riscatto. La
presidenza fu assunta da Umberto Trabattoni, il quale decise di rivolgersi
a Guido Ara, per la conduzione tecnica della squadra. Ara era un ottimo
rappresentante di quella scuola piemontese nota per la disciplina e la
coesione, la stessa di cui probabilmente mancava la compagine rossonera in
quel lasso di tempo. Gli acquisti di Toppan
dalla Falck, dell'estroso Cappello dal Padova,
di Arcari IV dal Genoa e, a stagione inoltrata, del grande Peppino Meazza
dall'Inter, portarono ad una crescita esponenziale della squadra, che
chiuse al terzo posto. La continuità non era però nelle corde del Milan
anteguerra, se solo si pensa che il torneo 1941-42 vide la squadra, ora
affidata a Magnozzi, chiudere al decimo posto, per poi risalire al sesto
in quella successiva. Poco male, però, visto che ormai anche il nostro
paese vedeva la guerra di Hitler toccare il suo suolo, costringendo il
calcio a chiudere, temporaneamente, i battenti.
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