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DALLA FONDAZIONE
ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DOPO
LA GUERRA UN PICCOLO MILAN - DAL
GIRONE UNICO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE - IL
TRIO RIPORTA IL MILAN TRA LE GRANDI - ROCCO E RIVERA
PORTANO IL MILAN SUL TETTO D'EUROPA - DALLE STELLE ALLE STALLE - COMINCIA L'ERA
BERLUSCONI - UN TRIONFO TIRA L'ALTRO - DALLO SCANDALO CALCIOPOLI
ALLA CHAMPIONS LEAGUE
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CALCIO DI GUERRA |
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La
stessa Federazione che, l'anno prima, aveva forse troppo
frettolosamente deciso di sospendere l'attività, decise a quel punto di
organizzare tornei in grado di tenere in attività i giocatori che non
erano partiti per il fronte. Il più importante di questi fu la Coppa
Federale, che però non vedeva il titolo nazionale in palio. Ad esclusione
della Pro Vercelli, tutte le altre primattrici si iscrissero al torneo,
facendone una sorta di campionato nazionale, anche se il livello tecnico,
vista la partenza di molti degli elementi migliori per le trincee della
guerra, non poteva avere un grandissimi livello tecnico. Lo stesso Milan
puntò tutto sulla foga agonistica e sul coraggio, per imporre la propria
supremazia sul resto del lotto. Tra l'altro, a rinforzare la squadra, si
era verificato il ritorno di Aldo Cevenini, capace di siglare 10 reti in
altrettante partite e di dare un contributo decisivo alla vittoria finale,
ottenuta a spese di Juventus, Modena, Genoa e Casale. Nell'anno
successivo, l'attività fu a scartamento ancora più ridotto, tanto che si
riuscì soltanto ad organizzare una Coppa Regionale, anch'essa vinta dal
Milan davanti a Legnano e Inter. |
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TORNA LA NORMALITA' |
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Il
4 novembre 1918 finalmente l'Italia potè proclamare la vittoria e
restituire i suoi soldati, i sopravvissuti, alla vita di tutti i giorni.
Col ritorno degli atleti dal fronte, anche il calcio cominciò la
ricostruzione, anche se rimanevano da superare grandi problemi logistici
che sconsigliarono l'immediato ritorno del campionato. L'attività nel
1918-19 si limitò perciò alla Coppa Mauro, rimessa in palio dal Milan
dopo le polemiche dell'anno precedente. Il trofeo fu vinto dal Legnano, ma
la novità principale dell'anno fu il cambiamento della ragione sociale:
il Milan diventava infatti Football Club. Nella stagione seguente, che
segnò il ritorno del campionato nazionale, i rossoneri cambiarono il
teatro delle loro gesta. Abbandonato il campo del Velodromo Sempione, il
Milan giocò le prime partite ufficiali al campo Pirelli, alla Bicocca,
per poi trasferirsi a Viale Lombardia. La squadra, nella quale era assoluta
la predominanza di elementi cresciuti in casa o provenienti da formazioni
minori della città o della provincia, continuò a manifestare una cera
difficoltà a mantenere il passo delle compagini più attrezzate. Dopo
aver maramaldeggiato contro le squadrette del girone eliminatorio, nel
girone di semifinale il Milan dovette cedere il passo alle forti Genoa e
Pro Vercelli, finendo al terzo posto insieme all'Alessandria. Ma la caduta
in atto era ormai inarrestabile, tanto che nel 1920-21, i rossoneri si
classificarono addirittura quarti nel girone eliminatorio, qualificandosi
per il rotto della cuffia alla fase successiva, ove però inanellarono
solo brutte figure. Anche i tornei successivi riservarono poche
soddisfazioni al Milan, anche perchè la società non volle prendere atto
di quello che stava avvenendo nel calcio italiano, ove cominciava a farsi
strada un professionismo sempre più accentuato. A poco servirono gli
innesti di giocatori di buon livello come De Franceschini o Santagostino,
che pur mettendosi in luce non poterono ovviare alla debolezza del
complesso. Nel 1922, si cercò di ovviare con l'assunzione del primo
allenatore professionista nella storia della società, l'austriaco Ferdi
Oppenheim, il quale resistette per due stagioni prima di lasciare il posto
ad un certo Vittorio Pozzo, lo stesso che nel decennio successivo avrebbe
condotto la nazionale italiana al doppio trionfo mondiale. Pozzo fu
esonerato nel corso del torneo 1925-26: neanche lui poteva cavare qualcosa
di apprezzabile da un materiale tecnico che risentiva della mancanza degli
investimenti necessari. |
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VERSO IL GIRONE UNICO |
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Intanto il calcio
italiano andava verso una riorganizzazione decisiva per le sue future
fortune. La Federazione aveva infatti deciso di sfoltire in maniera decisa
il lotto delle squadre che potevano essere considerate la crema e, in capo
ad un triennio i gironi territoriali avrebbero dovuto lasciare il posto al
girone unico. Nel 1926-27 fu perciò varata la Divisione Nazionale,
suddivisa in due gironi che prendevano il posto delle leghe Nord e Sud. Il
Milan si presentò ai nastri di partenza del nuovo campionato decisamente
rinforzato. Erano infatti arrivati elementi di ottima caratura come il
terzino Barzan, l'attaccante ungherese Hajos e il mediano
Marchi, mentre
alla guida tecnica era da registrare l'avvento dell'inglese Burgess. I
risultati si videro subito, tanto che i rossoneri riuscirono a
classificarsi secondi in un girone che comprendeva Torino, Bologna,
Alessandria, Livorno, Sampierdarenese, Padova, Andrea Doria, Cremonese e
Fortitudo. Nel girone finale, però, le cose andavano meno bene, tanto che
la squadra di Burgess chiuse all'ultimo posto, prendendosi però la
soddisfazione di vincere il primo derby per 2-1, grazie alle reti di
Santagostino. |
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