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DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DOPO LA GUERRA UN PICCOLO MILAN - DAL GIRONE UNICO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE - IL TRIO RIPORTA IL MILAN TRA LE GRANDI - ROCCO E RIVERA PORTANO IL MILAN SUL TETTO D'EUROPA - DALLE STELLE ALLE STALLE - COMINCIA L'ERA BERLUSCONI - UN TRIONFO TIRA L'ALTRO - DALLO SCANDALO CALCIOPOLI ALLA CHAMPIONS LEAGUE


CALCIO DI GUERRA

L'attività prosegue a scartamento ridotto. Il Milan vince la Coppa Federale nel 1915-16, la Coppa Regionale nell'anno seguente e la Coppa Mauro nel 1917-18. Finisce la guerra e il calcio può riprendere a pieno ritmo. La squadra rossonera rimane ai margini della lotta tra le migliori, limitandosi a maramaldeggiare con le squadre di minor lignaggio.  

La stessa Federazione che, l'anno prima, aveva forse troppo frettolosamente deciso di sospendere l'attività, decise a quel punto di organizzare tornei in grado di tenere in attività i giocatori che non erano partiti per il fronte. Il più importante di questi fu la Coppa Federale, che però non vedeva il titolo nazionale in palio. Ad esclusione della Pro Vercelli, tutte le altre primattrici si iscrissero al torneo, facendone una sorta di campionato nazionale, anche se il livello tecnico, vista la partenza di molti degli elementi migliori per le trincee della guerra, non poteva avere un grandissimi livello tecnico. Lo stesso Milan puntò tutto sulla foga agonistica e sul coraggio, per imporre la propria supremazia sul resto del lotto. Tra l'altro, a rinforzare la squadra, si era verificato il ritorno di Aldo Cevenini, capace di siglare 10 reti in altrettante partite e di dare un contributo decisivo alla vittoria finale, ottenuta a spese di Juventus, Modena, Genoa e Casale. Nell'anno successivo, l'attività fu a scartamento ancora più ridotto, tanto che si riuscì soltanto ad organizzare una Coppa Regionale, anch'essa vinta dal Milan davanti a Legnano e Inter. 
Naturalmente quello che succedeva sul fronte, ove milioni di ragazzi di ogni nazionalità si immolavano a difesa della loro patria, non poteva non avere ripercussioni sull'attività calcistica, tanto che nel 1917-18, cioè nel periodo più tragico e doloroso del conflitto, e dopo Caporetto, le partite furono addirittura giocate a porte chiuse, stante il divieto di far assistere il pubblico alle stesse. Il Comitato Regionale Lombardo riuscì anche in tali condizioni ad organizzare un torneo, la Coppa Mauro, cui parteciparono sette squadre. Ancora una volta il Milan ebbe la meglio, anche se la manifestazione fu turbata da alcune decisioni di carattere disciplinare che penalizzarono il Legnano a favore dell'Inter e che spinsero i legnanesi a ventilare l'abbandono della competizione. Per fortuna il buonsenso ebbe la meglio e il torneo fu concluso regolarmente con uno spareggio tra Inter e Milan, che vide i rossoneri stritolare la rivale cittadina, con un 8-1 che rimane ancora oggi il massimo divario mai registrato in un derby.  


TORNA LA NORMALITA'

Finisce la guerra e il calcio torna ad una lenta e faticosa normalità. Il Milan, abbandona il campo del Velodromo sempione e va a giocare prima alla Bicocca e poi a Viale Lombardia. I rossoneri però continuano a stentare e i risultati si dimostrano non all'altezza delle aspettative. Nel 1922-23 arriva il primo allenatore professionista: Ferdi Oppenheim.  

Il 4 novembre 1918 finalmente l'Italia potè proclamare la vittoria e restituire i suoi soldati, i sopravvissuti, alla vita di tutti i giorni. Col ritorno degli atleti dal fronte, anche il calcio cominciò la ricostruzione, anche se rimanevano da superare grandi problemi logistici che sconsigliarono l'immediato ritorno del campionato. L'attività nel 1918-19 si limitò perciò alla Coppa Mauro, rimessa in palio dal Milan dopo le polemiche dell'anno precedente. Il trofeo fu vinto dal Legnano, ma la novità principale dell'anno fu il cambiamento della ragione sociale: il Milan diventava infatti Football Club. Nella stagione seguente, che segnò il ritorno del campionato nazionale, i rossoneri cambiarono il teatro delle loro gesta. Abbandonato il campo del Velodromo Sempione, il Milan giocò le prime partite ufficiali al campo Pirelli, alla Bicocca, per poi trasferirsi a Viale Lombardia. La squadra, nella quale era assoluta la predominanza di elementi cresciuti in casa o provenienti da formazioni minori della città o della provincia, continuò a manifestare una cera difficoltà a mantenere il passo delle compagini più attrezzate. Dopo aver maramaldeggiato contro le squadrette del girone eliminatorio, nel girone di semifinale il Milan dovette cedere il passo alle forti Genoa e Pro Vercelli, finendo al terzo posto insieme all'Alessandria. Ma la caduta in atto era ormai inarrestabile, tanto che nel 1920-21, i rossoneri si classificarono addirittura quarti nel girone eliminatorio, qualificandosi per il rotto della cuffia alla fase successiva, ove però inanellarono solo brutte figure. Anche i tornei successivi riservarono poche soddisfazioni al Milan, anche perchè la società non volle prendere atto di quello che stava avvenendo nel calcio italiano, ove cominciava a farsi strada un professionismo sempre più accentuato. A poco servirono gli innesti di giocatori di buon livello come De Franceschini o Santagostino, che pur mettendosi in luce non poterono ovviare alla debolezza del complesso. Nel 1922, si cercò di ovviare con l'assunzione del primo allenatore professionista nella storia della società, l'austriaco Ferdi Oppenheim, il quale resistette per due stagioni prima di lasciare il posto ad un certo Vittorio Pozzo, lo stesso che nel decennio successivo avrebbe condotto la nazionale italiana al doppio trionfo mondiale. Pozzo fu esonerato nel corso del torneo 1925-26: neanche lui poteva cavare qualcosa di apprezzabile da un materiale tecnico che risentiva della mancanza degli investimenti necessari.

VERSO IL GIRONE UNICO

La riorganizzazione in atto nel calcio italiano, spinge finalmente la società a fare investimenti. Arrivano giocatori di buon livello come Barzan, Marchi, Sgarbi, Pastore, Compiani e altri e il Milan riesce a risalire alcune posizioni nella scala del calcio italiano. Resta però lontano il vertice, nonostante gli sforzi della società di colmare il gap con le migliori.

Intanto il calcio italiano andava verso una riorganizzazione decisiva per le sue future fortune. La Federazione aveva infatti deciso di sfoltire in maniera decisa il lotto delle squadre che potevano essere considerate la crema e, in capo ad un triennio i gironi territoriali avrebbero dovuto lasciare il posto al girone unico. Nel 1926-27 fu perciò varata la Divisione Nazionale, suddivisa in due gironi che prendevano il posto delle leghe Nord e Sud. Il Milan si presentò ai nastri di partenza del nuovo campionato decisamente rinforzato. Erano infatti arrivati elementi di ottima caratura come il terzino Barzan, l'attaccante ungherese Hajos e il mediano Marchi, mentre alla guida tecnica era da registrare l'avvento dell'inglese Burgess. I risultati si videro subito, tanto che i rossoneri riuscirono a classificarsi secondi in un girone che comprendeva Torino, Bologna, Alessandria, Livorno, Sampierdarenese, Padova, Andrea Doria, Cremonese e Fortitudo. Nel girone finale, però, le cose andavano meno bene, tanto che la squadra di Burgess chiuse all'ultimo posto, prendendosi però la soddisfazione di vincere il primo derby per 2-1, grazie alle reti di Santagostino.
La politica di rafforzamento fu proseguita nell'estate del 1927, con gli acquisti degli attaccanti Torriani e Pastore dalla Juventus, del mediano Sgarbi, del portiere Compiani e dell'ala Tansini dalla Cremonese. Allenatore era ancora Burgess, che condusse i suoi uomini ad un buon quarto posto nel girone eliminatorio. Ancora una volta, però, un rilassamento nel corso del girone finale impedì al Milan di poter lottare per traguardi ambiziosi e ne derivò un sesto posto buono soltanto per superare i cugini dell'Inter.
La stagione 1928-29 si aprì con un avvicendamento societario. Piero Pirelli, infatti, dopo quasi un ventennio alla guida del Milan, decise che era arrivato il momento di farsi da parte e il suo posto fu preso da Luigi Ravasco. La campagna acquisti fu praticamente inesistente. La società preferì infatti puntare sull'affiatamento raggiunto dal gruppo costruito nel biennio precedente, affidando la squadra all'austriaco Koenig. I risultati dettero ragione a questa intuizione e il Milan, secondo nel suo raggruppamento, dietro al fortissimo Torino del Trio formato da Rossetti, Libonatti e Baloncieri, andò a giocarsi l'ingresso in Coppa Europa con il Genoa. Per dirimere la questione non bastarono però due tiratissime partite finite ai supplementari, rendendo necessario il ricorso alla monetina che premiò la squadra della Lanterna. Non era però il caso di fare drammi, visto l'ottimo comportamento dei ragazzi di Koenig.