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Nel 1934 però
Remo Zenobi, la cui politica improntata al buon senso aveva avuto come
conseguenza un aumento del già folto plotone degli scontenti che nella
società biancoceleste era sempre di casa, lasciò la presidenza a Gualdi,
il quale recava con sè un piano di ampio respiro che avrebbe dovuto
saldamente installare la Lazio nei quartieri nobili del calcio italiano e
che andava a rompere con una tradizione sin lì consolidata, che però con
gli anni e l'ingresso del professionismo era diventata una vera e propria
palla al piede e fondata sul rigore, un rigore al quale le altre società
che andavano per la maggiore avevano ormai derogato da un bel pezzo
investendo cifre consistenti senza troppo curarsi della tenuta del
bilancio.
Sin dalla sua prima campagna acquisti Gualdi fece capire chiaramente le
sue intenzioni, procedendo all'acquisto di Piola, Blason,
Viani, Levratto
e Ferraris IV. Erano cinque acquisti di grandissimo valore, tra i quali
spiccavano, per diversi motivi quelli di Piola
e di Ferraris IV. Piola era la più grande promessa del calcio italiano e
per averlo la Lazio aveva dovuto dar luogo ad un vero e proprio intrigo
politico che aveva interessato le alte sfere del PNF, mentre Ferraris
IV era stato l'elemento più in vista della Roma, oltre che uno dei
punti di forza della Nazionale di Pozzo laureatasi campione del mondo
proprio nel 1934 e il suo ingaggio poteva essere considerato una parziale
rivalsa a quello di Bernardini da parte della società giallorossa. Sul
fronte delle partenze v'era però da registrare quella dolorosissima di
Ezio Sclavi, il quale ripresosi da un grave infortunio al menisco patito
nel corso del torneo precedente, si era visto sbarrare la porta
dall'arrivo di Blason, che la Lazio aveva preso per garantirsi non solo un
futuro (vista la giovanissima età del portiere veneto), ma anche per
ovviare ai guai fisici di cui nelle ultime stagioni era stato vittima il
povero Sclavi. Trovata la porta sbarrata dal concorrente e vistosi offrire
la lista gratuita in segno di riconoscenza per tutto ciò che aveva dato
alla Lazio negli anni trascosri a Roma il portiere di Stradella si era
perciò accordato col Catania ove andò a terminare una carriera di
grandissimo livello. Con la sua partenza finiva in pratica un'epoca, forse
la più romantica del calcio laziale.
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L'ASCESA
La grande delusione del 1934-35. Gualdi non si scoraggia: arriva Monza, un altro pezzo di
storia laziale. Ancora una delusione nel 1935-36, non scoraggia il
presidente. Il nuovo sforzo finanziario
di Gualdi porta finalmente i frutti: con gli acquisti di Busani, Milano,
Riccardi e Costa, la Lazio arriva ad un passo dalla vetta, in Italia e in Europa.
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Nonostante le
premesse e gli entusiasmi destati da siffatta campagna acquisti, il torneo
1934-35 si rivelò un mezzo fallimento. La Lazio infatti, che aveva
provveduto a sostituire il bravo Sturmer con un altro austriaco, Walter
Alt, dopo un ottimo inizio che la vide innalzarsi in vetta alla classifica
alla quinta giornata, vide gradatamente appesantirsi il suo cammino nelle
giornate successive. Il primo campanello d'allarme arrivò alla settima
giornata, quando il non trascendentale Milan venne a passeggiare a Roma,
rifilando un clamoroso 4-1 agli uomini di Alt. Le quattro sconfitte
consecutive che caratterizzarono quel periodo, spensero ogni sogno di
gloria, anche se poi la squadra presieduta da Gualdi riuscì a piazzarsi ad
un discreto quinto posto, risultato che però, e giustamente, fu ritenuto
del tutto inadeguato alle grandi spese sostenute nel corso dell'estate e
alle aspettative che tali spese avevano alimentato nell'ambiente.
La delusione che aveva colpito la tifoseria, spinse Gualdi ad effettuare
una vera rivoluzione con le acquisizioni di Monza,
Baldo, Camolese,
Visentin, Zacconi
e D'Odorico, tutti elementi di
buona, se non ottima, caratura. Tra di essi spiccava il giovane terzino
Monza, prelevato dal Livorno, che avrebbe giocato ancora per molti anni,
inanellando una serie di stagioni di ottimo livello che non lo portarono
in Nazionale soltanto per effetto di una concorrenza eccezionale in un
ruolo che continuava a proporre nel nostro paese interpreti di grande
rilievo. Ancora una volta la squadra allenata da Alt fu preceduta da
grandi aspettative ai nastri di partenza. Già alla quarta giornata,
però, tali aspettative erano state spazzate via da una grandissima Roma
che, pur priva di Guaita, Scopelli e Stagnaro, fuggiti nel corso
dell'estate, aveva rivelato una forza difensiva granitica e si apprestava
a disputare un campionato di vertice che la avrebbe portata ad un solo
punto dallo scudetto. L'1-0 col quale la Roma sconfisse la Lazio, fece
capire ancora una volta ai tifosi biancocelesti che la strada che portava
al vertice era sin troppo accidentata per una squadra che andava
ulteriormente rafforzata. Alla fine della stagione il risultato ottenuto
sul campo fu molto inferiore alle aspettative, un settimo posto che certo
non poteva soddisfare una persona ambiziosa come Gualdi il quale riteneva
che la sua presidenza potesse avere un senso solo nell'ottica di una
decisa scalata ai vertici del calcio italiano, l'unica che potesse
giustificare una esposizione economica cui nessuno, nella storia ormai
decennale della Lazio, aveva mai dato luogo. La conseguenza fu un nuovo
congruo sforzo finanziario che portò all'acquisizione del terzetto
alessandrino composto da Busani, Riccardi
e Milano, oltre a quella del vicentino Costa,
tutti elementi richiestissimi e contesi dai maggiori clubs. Era con questa
inquadratura che la Lazio si avviava verso la sua annata più esaltante
dell'era compresa tra le due guerre. Dopo aver chiuso il girone di andata
al primo posto infatti, la squadra di Gualdi vedeva allontanarsi la vetta
soltanto per effetto di una serie di infortuni che ne decimava le file e
consentiva al Bologna di allontanarsi. Con un grande rush finale comunque
i biancocelesti riuscivano a chiudere con un ottimo secondo posto a tre
punti dai felsinei e potevano ampiamente recriminare sul fatto che proprio
la Roma si era posta di traverso sulla strada che portava al titolo
togliendo quattro punti alla Lazio e concedendoli tutti e quattro al
Bologna. Inoltre l'annata era impreziosita dalla finale di Coppa Europa
persa in maniera rocambolesca contro il Ferencvaros, anche per effetto di
un arbitraggio scandaloso nella partita di andata giocata in Ungheria che
aveva praticamente consegnato il risultato ai magiari e che era stato
ampiamente denunciato da Bruno Roghi sulla "Gazzetta dello
Sport".
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L'ottimo comportamento della squadra nel torneo 36-37 aveva però avuto
l'effetto di rinfocolare gli scontri che periodicamente agitavano la
società, divisa in fazioni rese nemiche da concezioni opposte di come
doveva essere condotta la stessa.
Lo scontro definitivo si ebbe nel corso
dell'anno successivo, allorchè Gualdi, ormai stanco della situazione e
deluso dall'ottavo posto della squadra, prese a pretesto un intervento
esterno in una questione riguardante Piola (fu Marinelli a ingerirsi nella
conduzione societaria dopo che il centravanti gli aveva chiesto di
adoperarsi per fargli togliere una multa), per lasciare il timone
societario. Avendo compreso che la sua politica non era stata fonte di
unione e che i suoi sforzi non erano stati universalmente apprezzati,
Gualdi ritenne di dover togliere il disturbo, amareggiato evidentemente
dalla mancanza di gratitudine di un ambiente che probabilmente non
ricordava le sofferenze che erano state il pane quotidiano prima della sua
gestione.
Ritornava così al timone della Lazio Zenobi, alfiere di una visione
artigianale del tutto opposta a quella di Gualdi. Il cambio di linea fu
subito esplicitato da una campagna acquisti in tono minore che vide
arrivare Ramella e un Allemandi
in declino se non palesemante in disarmo, troppo poco evidentemente per
rimanere sui livelli precedenti. Cominciava di conseguenza un periodo non
propriamente esaltante, nel corso del quale la nota più lieta era
costituita dall'ingresso in prima squadra di molti giovani provenienti dal
vivaio, tra i quali si facevano notare soprattutto Vettraino
e Ferri.
Tra le poche note liete
di campionati assai mediocri finiti spesso con qualche apprensione, vi fu
la prima vittoria ottenuta dalla Lazio a Testaccio, il 15 gennaio 1939,
allorchè le reti di Zacconi e Busani consentirono ai biancocelesti di
espugnare per la prima volta la tana giallorossa. Era però troppo poco se
raffrontato ai fasti dell'era Gualdi.
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