|
|
|
LA
FONDAZIONE - PRIMI
PASSI - IL PRIMO DOPOGUERRA -
DALL'ADDIO DI BERNARDINI AL RITORNO
DI SCLAVI - NASCE IL DERBY -
IL
GIRONE UNICO - DA SCLAVI A PIOLA
- IL REGNO DI ZENOBI
- I
FRATELLI SENTIMENTI - L'ERA
TESSAROLO - VERSO IL BARATRO
- LA PRIMA RETROCESSIONE -
IL
RITORNO IN A - L'ERA LENZINI -
ARRIVANO CHINAGLIA E MAESTRELLI -
ILTRIONFO - INIZIA
L'ODISSEA - IL CALCIOSCOMMESSE
- IL FIGLIOL PRODIGO - IL SECONDO CALCIOSCOMMESSE - DALL'HANDICAP ALLA
RISCOSSA - L'AVVENTO DI CRAGNOTTI - LA SFIDA - ZEMANLANDIA - SVEN GORAN
ERIKSSON - LA BEFFA - UNA STAGIONE INDIMENTICABILE- LAZIO OGGI
|
||
![]() |
L'ERA LENZINI |
|
|
Umberto Lenzini
era un costruttore edile di successo che, dietro una bonomia di facciata,
nascondeva una determinazione ferrea con la quale aveva costruito una
fortuna personale molto rilevante. Nato il 20 luglio 1912 a Walsenburg, in
Colorado, in gioventù aveva giocato a pallone con risultati più che discreti
tanto da essere invitato a tesserarsi per la Lazio (offerta rifiutata per
non perdere la doppia cittadinanza italo-americana di cui godeva per
effetto della nascita americana) ed era stato ottimo atleta, capace di
correre i cento metri in undici secondi netti. Spesso, nelle interviste
che rilasciava, ricordava di essere stata una buona ala che proprio nella
grande velocità, aveva la sua caratteristica principale. Non potendo
dedicarsi al calcio, aveva riservato tutte le sue energie al lavoro,
riuscendo a conseguire ottimi risultati, che avevano rinsaldato la
posizione economica di cui godeva, provenendo da famiglia benestante.
Aveva reinvestito i guadagni che la famiglia aveva ottenuto in Colorado
vendendo praticamente di tutto, nel campo dell'edilizia, diventando nel
corso di quegli anni uno dei maggiori costruttori romani. E quanto questo
fosse importante, basterebbe ricordare che in quegli anni '50 la capitale
era stata investita da quello che alcuni chiamarono il "sacco di
Roma", facendo dell'edilizia un volano economico formidabile. La
stessa determinazione con la quale aveva costruito la sua personale
fortuna, Lenzini la mise nella sua nuova avventura presidenziale facendo
immediatamente capire che era finito il tempo in cui chiunque gravitasse
attorno alla società poteva mettere becco nelle vicende laziali senza
scucire l'ombra di un quattrino. E nella Lazio di quegli anni, di figure
simili se erano viste molte, probabilmente troppe ingenerando quella
confusione che a poco a poco era diventata un peso sotto il quale la
società biancoceleste aveva rischiato di soffocare. Lenzini capì ben
presto la pericolosità di tutto ciò e di conseguenza provvide ad
emarginare tutti coloro che potevano fargli ombra e sottrargli spazio
sugli organi di stampa, mossa provvidenziale in una società che dalla
dipartita di Zenobi aveva parlato con troppe voci, pagando la babele di
lingue societaria con risultati tecnici disastrosi. |
||
![]() |
UN DIFFICILE
INIZIO |
|
|
Purtroppo per
lui, Lenzini diventava presidente in un momento molto buio, anche se
l'apparenza poteva ingannare, se si pensa che quando assunse la massima
carica societaria la squadra si trovava, in maniera molto sorprendente, in
quarta posizione per effetto di una partenza bruciante, durante il quale
la Lazio aveva pareggiato con Milan, Torino, Foggia, Bologna, Atalanta e
Spal e battuto Varese, Roma (con rete del giovanissimo D'Amato) e Vicenza.
Una partenza di questo genere aveva messo in sottordine i limiti
strutturali di un complesso non eccelso, che soltanto grazie ad una serie
di concomitanze favorevoli era riuscita in quella che poteva essere
considerata una impresa. Naturalmente ben presto vennero a galla i difetti
che non erano stati eliminati da una campagna di rafforzamento portata
avanti in tono minore e che aveva visto arrivare Ciccolo e Sacco, oltre a
Rozzoni, un cavallo di ritorno molto gradito dalla tifoseria. E non appena
i problemi divennero evidenti, arrivò la pratica dimostrazione che
quell'avvio brillante altro non era stato che un fuoco di paglia, come si
incaricò di dimostrare il prosieguo del torneo, che dopo la prima
sconfitta riportata a Brescia alla decima giornata vide la squadra di
Mannocci declinare progressivamente per poi concludere con un tredicesimo
posto buono soltanto ad evitare la nuova caduta. |
||
![]() |
ANCORA SERIE B |
|
|
E infatti l'inizio del torneo 1966-67 confermò questa impressione: la
squadra, mal costruita e debolissima in attacco, denotò subito
grandissime difficoltà destando l'immediata preoccupazione della
dirigenza. La Via Crucis della Lazio cominciò sin dalla prima giornata,
quando la Fiorentina passeggiò sui biancocelesti senza trovare alcuna
apprezzabile resistenza. Un pareggio a reti bianche con il Torino e la
successiva vittoria di Lecco sembrarono fugare per un attimo le nubi che
già si andavano addensando sul futuro dei ragazzi di Mannocci. Ancora una
sconfitta interna con l'Atalanta precedette l'imprevisto pareggio di
Milano coi rossoneri, che però illuse sin troppo la Lazio, introducendola
con sin troppe speranze ad un derby che si risolse con la vittoria
giallorossa e che depresse ulteriormente l'ambiente. Quando fu del tutto
evidente che la squadra stava ormai perdendo quota e non rispondeva più
alle sollecitazioni dell'allenatore, Mannocci fu sostituito da Maino Neri.
Qualche timido segno di risveglio ci fu, tanto che la Lazio riuscì alla
dodicesima giornata a battere l'Inter e alla quindicesima il Bologna, ma i
punti faticosamente guadagnati con le squadre più forti vennero
regolarmente buttati contro le dirette concorrenti per la salvezza,
caratteristica di tutto il torneo laziale. La conferma dell'assunto si
ebbe con la Juventus, fermata a reti inviolate a Roma nella giornata
finale del girone ascendente, e con la Fiorentina, anch'essa fermata sullo
0-0 all'Olimpico. Dopo una vittoria sul Lecco però, la Lazio si spense
del tutto. Persa la battaglia di Bergamo contro l'Atalanta, la squadra ora
in mano a Neri inanellò tre squallidi pareggi a reti bianche con Milan,
Roma e Napoli, per poi ricominciare regolarmente a perdere gli scontri
diretti a partire da quello di Ferrara (4-1 per gli estensi). Il duro KO
preso dalla Spal inaugurò una serie di partite negative che furono
interrotte solo da un ennesimo 0-0 ottenuto a Milano, seguito dalla
vittoria contro il Mantova che dette ossigeno alle residue speranze
laziali. Poi però arrivò il terribile rovescio interno contro il Brescia
a complicare le cose. Il redde rationem arrivò all'ultima giornata,
quando la squadra di Neri fu chiamata alla grande impresa contro una
Juventus in piena lotta per lo scudetto. La squadra bianconera distrusse
le residue speranze di salvezza della Lazio e, per effetto della clamorosa
sconfitta dell'Inter a Mantova, propiziata da una papera di Sarti, vinse
il suo ennesimo titolo. Arrivava così la seconda, amarissima,
retrocessione nell'arco di soli cinque anni, la prima dell'era Lenzini.
|
||
|
|
||