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LA
FONDAZIONE - PRIMI
PASSI - IL PRIMO DOPOGUERRA -
DALL'ADDIO DI BERNARDINI AL RITORNO
DI SCLAVI - NASCE IL DERBY -
IL
GIRONE UNICO - DA SCLAVI A PIOLA
- IL REGNO DI ZENOBI
- I
FRATELLI SENTIMENTI - L'ERA
TESSAROLO - VERSO IL BARATRO
- LA PRIMA RETROCESSIONE -
IL
RITORNO IN A - L'ERA LENZINI -
ARRIVANO CHINAGLIA E MAESTRELLI -
ILTRIONFO - INIZIA
L'ODISSEA - IL CALCIOSCOMMESSE
- IL FIGLIOL PRODIGO - IL SECONDO CALCIOSCOMMESSE - DALL'HANDICAP ALLA
RISCOSSA - L'AVVENTO DI CRAGNOTTI - LA SFIDA - ZEMANLANDIA - SVEN GORAN
ERIKSSON - LA BEFFA - UNA STAGIONE INDIMENTICABILE- LAZIO OGGI
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IL RITORNO IN
SERIE A |
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Nel frattempo la
società continuava a vivere una serie di colpi di scena che vedevano
avvicendarsi di volta in volta nuovi attori. Dopo Giovannini infatti erano
saliti alla massima carica prima Miceli e poi Brivio (un personaggio a dir
poco inquietante, detto "l'ultima raffica di Salò" per la sua
militanza in un partito di estrema destra e capace di suscitare grande
entusiasmo e al contempo forte perplessità per i suoi comportamenti, a
dir poco stravaganti) e fu proprio questi a orchestrare la campagna
acquisti (che vide arrivare elementi di categoria come Garbuglia e
Bernasconi oltre ad una promessa come Moschino) e l'avvicendamento sulla
panchina tra Facchini, vittima di una partenza lenta, e Lorenzo,
allenatore argentino famoso anche per i suoi vezzi scaramantici, che lo
spingevano a veri e propri eccessi come il falò degli indumenti da gioco
dopo una partita andata male o la riproposizione dello stesso cammino
all'autista del pullman sociale se la partita precedente si era chiusa
bene per la sua squadra. A queste manie, però Lorenzo univa doti non
comuni, dimostrandosi in particolare grande conoscitore di calcio e uomo
di grandi capacità strategiche. |
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IL TRADIMENTO DI
LORENZO |
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Dopo Brivio (che
aveva deciso di uscire di scena dopo un episodio dai contorni misteriosi,
che aveva visto il suo ferimento a colpi di arma da fuoco) infatti, era
tornato ad assumere la guida della società Miceli il quale, convinto
dalle assicurazioni di un gruppo di soci, aveva provveduto alla campagna
acquisti portando a Roma un gruppo di esordienti come Rambotti,
Mazzia e
Mari oltre al vecchio Carletto Galli, l'ex testina d'oro della Roma e del
Milan che veniva a concludere una brillantissima carriera, ma che era
ormai in pieno disarmo atletico e psicologico. Era una campagna di
rafforzamento che lasciava molte e giustificate perplessità, visto che la
serie A presentava un quadro tecnico del tutto differente da quello della
cadetteria dal quale la Lazio si era appena congedata e che la caratura
tecnica della squadra era rimasta in pratica quella dell'anno precedente e
sembrava fornire scarse garanzie di tenuta di fronte ai vasi di ferro
della massima serie, rispetto ai quali la squadra di Lorenzo rischiava di
fare la fine del classico vaso di coccio. Le preoccupazioni dell'ambiente
di fronte ad una campagna così congegnata furono fortunatamente dissolte
da una buona partenza, che per effetto dei pareggi con Fiorentina e Milan
e delle vittorie con Spal e Genoa, entrambe col minimo scarto, proiettò
addirittura la Lazio al primo posto in classifica che, se doveva essere
accolto come il classico fuoco di paglia in considerazione degli evidenti
limiti tecnici di una squadra dalla quale il gaucho riusciva puntualmente
ad estrarre il meglio, poneva le basi per una navigazione tranquilla e
metteva fieno in cascina in attesa di momenti meno brillanti. E infatti fu
proprio grazie alla dote iniziale che la Lazio potè affrontare con
maggior tranquillità il prosieguo del torneo e le difficoltà che si
presentarono puntualmente. Una crisi a metà dello stesso riportò a galla
i timori iniziali, ma un ottimo finale di campionato (durante il quale la
Lazio andò a vincere a Milano contro i rossoneri, grazie ad una autorete
di Noletti e a Torino con la Juventus, un pirotecnico 3-0 firmato da
Landoni, Maraschi e Morrone) portò la squadra biancoceleste ad un
onorevole nono posto, addirittura davanti alla Roma, partita con ben altre
ambizioni e ben altri livelli di spesa. E proprio la Roma pensò allora di
risolvere i suoi problemi ingaggiando Lorenzo, il quale per rispondere
all'ondata di polemiche sollevatasi nell'ambiente laziale a seguito della
sua clamorosa decisione, motivò il passaggio all'altra sponda del Tevere
con la pratica mancanza di ambizioni da parte della società biancoceleste. |
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SCATTO D'ORGOGLIO |
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L'addio di Lorenzo ebbe comunque un effetto benefico, ricompattando un
ambiente nel quale le divisioni erano ormai una tradizione senza le quali
sembrava impossibile procedere. Il suo successore fu individuato in
Umberto Mannocci, uno dei tecnici emergenti dell'epoca, che aveva fatto
veri e propri miracoli sulla panchina del Messina, mentre la campagna
acquisti vedeva arrivare Dotti, Fascetti, Bartù,
Christensen, Petris, Piaceri, Gori e Renna, nomi non certo altisonanti (se
si fa eccezione per Petris che era però alla fine di una ottima carriera
che lo aveva messo in mostra come uno dei migliori attaccanti italiani e
che lo aveva portato anche a vestire la maglia azzurra) che comunque
potevano dare sufficienti garanzie. Una campagna acquisti siffatta,
soprattutto se raffrontata a quelle che la avevano preceduta, poteva in
fondo essere considerata il classico bicchiere riempito a metà: solo il
campo poteva stabilire se era mezzo vuoto o mezzo pieno. |
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