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DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DAL SECONDO SCUDETTO ALLA CRISI DEGLI ANNI '20 - I BRILLANTI ANNI '30 - L'ERA MASSERONI - L'ERA D'ORO DI ANGELO MORATTI - L'INTER EUROMONDIALE - DA MORATTI A FRAIZZOLI - CON PELLEGRINI E TRAPATTONI E' ANCORA GRANDE INTER - A CORRENTE ALTERNATA - IN NOME DEL PADRE: ARRIVA MASSIMO MORATTI


ARRIVA ANGELO MORATTI

Il 1954-55, è l'ultimo anno della presidenza Masseroni. La pessima annata, lo spinge a lasciare in favore di Angelo Moratti, uno dei più famosi imprenditori italiani. Il nuovo presidente, si presenta con grandi ambizioni, ma i risultati non gli danno ragione, nonostante i grandi mezzi profusi per rinforzare la squadra. A caratterizzare il primo periodo dell'era Moratti, è soprattutto la discontinuità di rendimento, pagata spesso e volentieri dagli allenatori. 

Il biennio d'oro, fu praticamente il canto del cigno per Masseroni. La stagione successiva, infatti, vide una vera e propria rivoluzione tra le file nerazzurre, con l'addio di veri e propri simboli, a partire da Nyers, ceduto alla Roma, passando per Ivano Blason, ritenuto ormai sul viale del tramonto (divenne invece una colonna del grande Padova di Nereo Rocco), Osvaldo Fattori, Pietro Broccini e finendo con Attilio Giovannini. Al loro posto, arrivarono il centromediano Bernardin (dalla Spal), il mediano della nazionale francese, Antoine Bonifaci, Gianni Invernizzi (prelevato dall'Udinese), il solido interno Passarin e l'ala Savioni (entrambi dal Novara). Stavolta Foni non riuscì a raccapezzarsi e i nerazzurri uscirono subito dalla lotta per lo scudetto, finendo con un desolante ottavo posto, reso ancora più triste dal successo del Milan. La pessima annata, provocò la repentina decisione di Masseroni di farsi da parte, anche perchè ormai stanco della guerra sotterranea portata avanti dai suoi detrattori. Il 28 maggio 1955, Angelo Moratti divenne il nuovo presidente, previo esborso di 125 milioni con una fidejussione della Banca Popolare di Novara. Industriale tra i più famosi del paese, Moratti doveva il suo accostamento ai colori nerazzurri alla moglie Erminia, che lo aveva trascinato a vedere per la prima volta l'allora Ambrosiana allo Stadio Testaccio in una partita contro la Roma del 1933. Per superare la crisi tecnica e morale in cui era caduta la squadra nel corso della stagione appena conclusa, il nuovo presidente decise di affidare la squadra ad Aldo Campatelli, tecnico emergente che conosceva benissimo l'ambiente nel quale aveva giocato per tanti anni. Il mercato estivo, fu caratterizzato soprattutto dall'arrivo di Roger Vonlanthen, attaccante di quella Svizzera che aveva buttato fuori la nostra squadra nazionale dai Mondiali del 1954 e, sul fronte interno, da quello di Rino Ferrario, centromediano dai prorompenti mezzi fisici, per il cui acquisto dalla Juventus, erano stati necessari 50 milioni. Inoltre, al fine di sveltire la manovra, Moratti puntò su Oscar Massei, interno del Rosario Central, al quale toccò sopperire i limiti palesati dagli oriundi Cacciavillani e Orlandi. Altro acquisto di rilievo, fu quello di Enea Masiero, interno di sostanza prelevato dal Marzotto, mentre sul fronte delle partenze, erano da mettere in rilievo soprattutto la cessione di Padulazzi al Torino e quella di Neri al Brescia. La squadra, così costruita, non riuscì mai a mostrare la continuità di rendimento necessaria per poter rispondere alle aspettative di Moratti e a pagare fu Campatelli, esonerato dopo sole tredici giornate, a favore di Peppino Meazza, sino ad allora allenatore delle giovanili. Con il Balilla in panca, la squadra si riprese gradualmente, terminando terza, ma a distanza siderale dalla strepitosa Fiorentina di Bernardini che proprio in quell'anno andava a vincere il suo primo titolo. 
La prima annata del nuovo corso, pur non essendo stata esaltante, dette lo spunto a Moratti per puntare sulla continuità, ritenuta conditio sine qua non per poter tornare a primeggiare. La campagna acquisti si limitò perciò a movimenti di secondo piano o tesi a puntellare i reparti che si erano mostrati meno all'altezza. Ai ritorni di Padulazzi, Savioni e Bernardin, fecero seguito le acquisizioni di Bearzot dal Torino, di Dorigo dalla Triestina e, soprattutto, del grande Egisto Pandolfini, uno dei migliori centrocampisti degli anni '50, dalla Roma. Sulla panchina si installava Ferrero, il quale, però, non riusciva a concludere il campionato a causa, anche stavolta, di una discontinuità di rendimento che pesò non poco sul deludente risultato finale, un quinto posto che non poteva certo accontentare un uomo ambizioso come Moratti. Il quale decise a questo punto di rilanciare, regalandosi quello che considerava un sogno, Antonio Valentin Angelillo, attaccante del Boca Juniors per il cui acquisto, l'Inter pagò la cifra di 90 milioni. Che erano solo 10 in più di quelli sborsati per una promessa dell'Alessandria, Tinazzi. Inoltre arrivava quell'Arcadio Venturi che la società nerazzurra aveva in pratica inseguito per dieci anni. La campagna acquisti si chiudeva con la modica cifra di 350 milioni spesi, solo in parte (130 milioni) recuperati con le cessioni di Bearzot al Torino, di Giacomazzi, Savioni e Vonlanthen all'Alessandria. Nonostante lo sforzo finanziario profuso, però, la squadra, affidata a Jesse Carver, uno dei migliori allenatori dell'epoca, non riuscì mai ad elevarsi dalla mediocrità, chiudendo la stagione 1955-56 con un nono posto che non poteva certo esaltare una tifoseria che aveva salutato con grande entusiasmo l'arrivo di Angelillo. Che dal canto suo, aveva fatto intravvedere le grandi doti di cui era accreditato, segnando 16 reti, che però non erano state sufficienti per riportare la squadra nei quartieri alti della classifica.                
 

ARRIVA HELENIO HERRERA

Moratti non si fa smontare dalle difficoltà e continua ad operare per riportare la squadra in vetta. Arrivano grandi giocatori (Firmani, Angelillo, Lindskog, solo per fare alcuni nomi), ma la squadra non decolla. Angelillo sigla un incredibile record, 33 reti in 34 partite, ma non basta. Se ne va Skoglund, ceduto alla Sampdoria. La scarsità di risultati, induce Moratti alla rivoluzione tecnica, puntando su Helenio Herrera, allenatore del Barcellona.   

Moratti era uomo troppo ambizioso per darsi per vinto di fronte alle prime contrarietà. Dopo aver provveduto all'ennesimo cambio di manico, installando Bigogno sulla panchina, decise di dar luogo ad un nuovo botto di mercato, acquistando dalla Sampdoria Eddie Firmani, il "Tacchino freddo" che in maglia blucerchiata aveva appena segnato la bellezza di 23 reti. Ma non solo lui, se solo si pensa che dall'Udinese arrivava un ottimo interno come Lindskog, che prometteva di essere una ottima rampa di lancio per il sudafricano. Sempre dai friulani, arrivava invece il centromediano Cardarelli, uno dei difensori più rudi del nostro calcio. Meno sbandierati erano due acquisti che negli anni a venire avrebbero imparato a farsi conoscere dalla tifoseria, l'interno Corso e il difensore Guarneri, due fulgide promesse che in nerazzurro avrebbero confermato le referenze con le quali erano arrivate. Facevano però discutere non poco, le partenze di Lorenzi (142 reti in 305 partite con la maglia nerazzurra) e di Ghezzi, che terminava la sua carriera interistaa soli 28 anni. L'occhio della critica specializzata, era naturalmente puntato sull'attacco, poichè il trio formato da Angelillo, Firmani e Lindskog prometteva scintille. In effetti i tre confermarono le attese, segnando caterve di reti, riportando in alto l'Inter, che terminò l'annata con un terzo posto di rilievo la stagione 1958-59. Il piazzamento non soddisfò però del tutto Moratti, il quale per cercare di dare ulteriore impulso alla squadra, aveva provveduto a silurare Bigogno dopo ventitrè giornate, riportando alla guida tecnica Campatelli. La tanto attesa impennata non si era però verificata, nonostante un Angelillo capace di siglare l'incredibile record di 33 reti, ben coadiuvato da Firmani, autore a sua volta di 20 centri. Moratti era però convinto di aver ormai imboccato la strada giusta, tanto da dar luogo ad una campagna acquisti minimale, caratterizzata più che agli acquisti (il difensore Gatti e i portieri Nobili e Pontel) dalla cessione di Nacka Skoglund, ormai avviato ad una dignitosa chiusura di carriera e ceduto alla Sampdoria. Era chiaro l'intento di puntare sulla raggiunta coesione della squadra dopo un anno caratterizzato da alti e bassi la cui causa era stata appunto ravvisata nella ritardata maturazione dell'amalgama tra i vari componenti della stessa. Purtroppo, all'atto pratico, la compagine guidata da Achilli e Campatelli, palesò di nuovo lo stesso sconcertante vizio che stava ormai caratterizzando l'era Moratti, la mancanza di continuità che, puntualmente, portava ad un crollo nella fase calda del torneo e costringeva il presidente all'ennesima girandola di tecnici: dopo l'esonero di Campatelli, alla ventiquattresima giornata, rimaneva solo Achilli, che dopo sole tre settimane lasciava il posto a Cappelli. Risultato finale, un quarto posto a ben 15 punti dalla Juventus campione. Sempre più palpabile era la delusione di Moratti, arrivato ormai al quinto anno di presidenza, senza poter vantare uno straccio di risultato. 
Ancora una volta, però, il presidente non si dette per vinto e decise di rilanciare, stavolta non più sul mercato dei giocatori, ma su quello degli allenatori, portando sulla panchina Helenio Herrera, pirotecnico allenatore argentino del Barcellona, per avere il quale dovette stipulare un contratto da circa 45 milioni di lire dell'epoca. Che comunque non erano nulla di fronte agli oltre 500 che furono investiti nella faraonica campagna acquisti dell'estate 1960, quella delle Olimpiadi romane. Il pezzo forte di questa campagna, poteva essere considerato il mediano Franco Zaglio, prelevato dalla Roma per la modica cifra di 125 milioni, mentre 100 ne costò il libero Picchi del Livorno. Inoltre, Moratti provvedeva a prelevare Buffon dal Genoa, in quanto Matteucci non dava sufficienti garanzie. E ancora, non era finita, poichè sul mercato autunnale il presidente decise di agire ancora per soddisfare ogni richiesta del tecnico: dal Torino arrivava il solido mediano Balleri, mentre dalla Spal veniva prelevato l'attaccante Morbello. Il nuovo corso fu simboleggiato dai cartelli di cui Herrera fece tappezzare lo spogliatoio, nei quali si dispensavano pillole di psicologia applicate al calcio. E la nuova Inter partì forte, tanto che alla fine del girone di andata si ritrovò in testa. Lo spartiacque del torneo 1960-61, fu la partita del 16 aprile contro la Juventus, sospesa per invasione di campo e data vinta all'Inter per 2-0. Poi, però, la Lega ordinò incredibilmente di ripetere la partita e la società decise di presentare la squadra primavera, che perse 9-1 contro i titolari bianconeri, nella giornata in cui esordiva un certo Sandro Mazzola, figlio del grandissimo Valentino perito a Superga. Alla fine dell'anno, la Juventus vinceva lo scudetto e l'Inter si piazzava terza a cinque punti dai campioni.      
             

IN TRIONFO DODICI ANNI DOPO

La tragedia di Superga apre nuovi scenari. L'Inter si rafforza in maniera considerevole. Arrivano l'Olandese volante, Wilkes e Lennart Skoglund, ma è il Milan a beffare i cugini. Masseroni non si scoraggia e continua il suo piano di rafforzamento. I risultati arrivano, finalmente nel biennio 1952-54, quando la squadra, affidata ad Alfredo Foni, riesce a vincere due scudetti di fila che tacitano la fazione avversa al presidente. 

Stavolta, alla delusione si aggiungeva la rabbia per quanto successo a seguito del pasticcio della Lega. E poichè Moratti non era certo il tipo da farsi smontare dalle ingiustizie, la risposta fu squadernata con la solita grandinata di milioni, 500 circa. Buona parte dei quali andarono a finanziare l'acquisto del miglior giocatore europeo dell'epoca, il regista spagnolo Luisito Suarez, acquistato dal Barcellona. Il reparto stranieri veniva totalmente rivoluzionato, poichè alle cessioni di Firmani, Lindskog e Angelillo, faceva riscontro l'acquisto di Hitchens e Humberto Raggi. Naturalmente, grande clamore destava la cessione di Angelillo alla Roma: il giocatore argentino, non era mai entrato nelle grazie di Herrera, il quale gli rimproverava in particolare il legame con la soubrette Ilya Lopez. Moratti, che considerava Angelillo quasi un figlio, cercò di dissuadere l'allenatore dai suoi propositi, ma alla fine dovette cedere, lasciandolo partire per la Capitale. Per quanto concerneva gli italiani, da mettere in rilievo soprattutto l'arrivo di due anziani come Bettini e Gratton, dai quali evidentemente il Mago si aspettava un contributo di esperienza. I propositi di scudetto, erano abbastanza chiari, anche perchè ormai i soldi spesi da Moratti, da quando aveva assunto la presidenza, erano veramente tanti. Ed Herrera non era certo il tipo da nascondersi, anche se un certo timore continuava ad aleggiare a causa della mancanza di continuità che ormai stava diventando il marchio di fabbrica dei nerazzurri. Il torneo 1961-62, partì come quello precedente. La sapiente regia di Suarez, immediatamente a suo agio nella nuova realtà, permise alla squadra di partire subito forte, approfittando della buona vena realizzativa di Hitchens, attaccante forse non molto rifinito dal punto di vista tecnico, ma dotato di grande coraggio e forza fisica. Ancora una volta, gli uomini di Herrera conquistarono il titolo di campioni d'Inverno, e ancora una volta arrivò il solito black out, stavolta alla venticinquesima giornata. Da quel momento, l'Inter raggranellò la miseria di sei punti in sette partite, consentendo al Milan di dar vita alla fuga decisiva. Alla fine della stagione, l'Inter era seconda, a cinque punti dai cugini, nella ovvia delusione di una tifoseria che dopo aver accarezzato il sogno dello scudetto, lo vedeva cucito sulle maglie dei rivali cittadini.
A questo punto, dopo le spese sostenute e le delusioni ingurgitate, chiunque avrebbe gettato la spugna. Non Moratti, il quale, per non smentirsi, decise di dar luogo all'ennesima campagna faraonica, con ovvio corollario di 500 milioni spesi, al fine di consegnare ad Herrera la squadra perfetta. In difesa arrivava il roccioso terzino del Palermo Tarcisio Burgnich, che dopo essersi formato alla Juventus, si era messo in grande evidenza con la maglia rosanero. Il friulano, andava a comporre una straordinaria coppia di terzini con l'emergente Giacinto Facchetti, lungagnone proveniente dal vivaio che era ormai in piena fase di lancio. Il centrocampo vedeva l'innesto di Humberto Maschio, interno argentino che andava affermandosi come giocatore di valore internazionale dopo alcuni passaggi a vuoto nel nostro calcio, dovuti a difficoltà di ambientamento e di Tagnin, giocatore non eccelso dal punto di vista tecnico, ma prezioso per cementare un reparto dove le lacune motorie di Corso, potevano rappresentare un problema. Infine, in attacco erano da registrare gli inserimenti di Iair, ala brasiliana prelevata dal Portuguesa, la cui velocità poteva costituire un valore aggiunto per il gioco di Herrera, e di Beniamino Di Giacomo, uno dei migliori attaccanti del nostro calcio dell'epoca. Da registrare il tentativo dell'Inter di tesserare Jair come oriundo, il cui fallimento indusse la dirigenza a cedere Hitchens, lasciando così posto a quella che con tutta evidenza era considerata una pedina fondamentale nello scacchiere predisposto dal Mago. Naturalmente, l'obiettivo era soltanto uno, il titolo, come del resto fece ampiamente capire Moratti nelle dichiarazioni pubbliche. Stavolta, la partenza fu più lenta, segno evidente che la preparazione era stata impostata per evitare improvvisi crolli. Già a metà torneo, però, l'Inter era seconda ad un solo punto dalla Juventus e, dalla ventitreesima giornata, i nerazzurri cominciarono il rush finale che portò al crollo bianconero. Il 26 maggio 1963, otto anni essere arrivato alla massima carica societaria, Moratti vinceva il suo primo scudetto.