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DALLA
FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE
- DAL
SECONDO SCUDETTO ALLA CRISI DEGLI ANNI '20 - I BRILLANTI
ANNI '30
- L'ERA MASSERONI -
L'ERA D'ORO DI
ANGELO MORATTI - L'INTER EUROMONDIALE - DA MORATTI A FRAIZZOLI - CON
PELLEGRINI E TRAPATTONI E' ANCORA GRANDE INTER - A CORRENTE ALTERNATA - IN
NOME DEL PADRE: ARRIVA MASSIMO MORATTI
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ARRIVA ANGELO MORATTI |
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Il
biennio d'oro, fu praticamente il canto del cigno per Masseroni. La
stagione successiva, infatti, vide una vera e propria rivoluzione tra le
file nerazzurre, con l'addio di veri e propri simboli, a partire da Nyers,
ceduto alla Roma, passando per Ivano Blason, ritenuto ormai sul viale del
tramonto (divenne invece una colonna del grande Padova di Nereo Rocco),
Osvaldo Fattori, Pietro Broccini e finendo con Attilio Giovannini. Al loro
posto, arrivarono il centromediano Bernardin (dalla
Spal), il mediano
della nazionale francese, Antoine Bonifaci, Gianni
Invernizzi (prelevato
dall'Udinese), il solido interno Passarin e l'ala
Savioni (entrambi dal
Novara). Stavolta Foni non riuscì a raccapezzarsi e i nerazzurri uscirono
subito dalla lotta per lo scudetto, finendo con un desolante ottavo posto,
reso ancora più triste dal successo del Milan. La pessima annata,
provocò la repentina decisione di Masseroni di farsi da parte, anche
perchè ormai stanco della guerra sotterranea portata avanti dai suoi
detrattori. Il 28 maggio 1955, Angelo Moratti divenne il nuovo presidente,
previo esborso di 125 milioni con una fidejussione della Banca Popolare di
Novara. Industriale tra i più famosi del paese, Moratti doveva il suo
accostamento ai colori nerazzurri alla moglie Erminia, che lo aveva
trascinato a vedere per la prima volta l'allora Ambrosiana allo Stadio
Testaccio in una partita contro la Roma del 1933. Per superare la crisi
tecnica e morale in cui era caduta la squadra nel corso della stagione
appena conclusa, il nuovo presidente decise di affidare la squadra ad Aldo
Campatelli, tecnico emergente che conosceva benissimo l'ambiente nel quale
aveva giocato per tanti anni. Il mercato estivo, fu caratterizzato
soprattutto dall'arrivo di Roger Vonlanthen, attaccante di quella Svizzera
che aveva buttato fuori la nostra squadra nazionale dai Mondiali del 1954
e, sul fronte interno, da quello di Rino Ferrario, centromediano dai
prorompenti mezzi fisici, per il cui acquisto dalla Juventus, erano stati
necessari 50 milioni. Inoltre, al fine di sveltire la manovra, Moratti
puntò su Oscar Massei, interno del Rosario
Central, al quale toccò
sopperire i limiti palesati dagli oriundi Cacciavillani e
Orlandi. Altro
acquisto di rilievo, fu quello di Enea Masiero, interno di sostanza
prelevato dal Marzotto, mentre sul fronte delle partenze, erano da mettere
in rilievo soprattutto la cessione di Padulazzi al Torino e quella di Neri
al Brescia. La squadra, così costruita, non riuscì mai a mostrare la
continuità di rendimento necessaria per poter rispondere alle aspettative
di Moratti e a pagare fu Campatelli, esonerato dopo sole tredici giornate,
a favore di Peppino Meazza, sino ad allora allenatore delle giovanili. Con
il Balilla in panca, la squadra si riprese gradualmente, terminando terza,
ma a distanza siderale dalla strepitosa Fiorentina di Bernardini che
proprio in quell'anno andava a vincere il suo primo titolo. |
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ARRIVA HELENIO HERRERA |
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Moratti
era uomo troppo ambizioso per darsi per vinto di fronte alle prime
contrarietà.
Dopo aver provveduto all'ennesimo cambio di manico, installando Bigogno
sulla panchina, decise di dar luogo ad un nuovo botto di mercato,
acquistando dalla Sampdoria Eddie Firmani, il "Tacchino freddo"
che in maglia blucerchiata aveva appena segnato la bellezza di 23 reti. Ma
non solo lui, se solo si pensa che dall'Udinese arrivava un ottimo interno
come Lindskog, che prometteva di essere una ottima rampa di lancio per il
sudafricano. Sempre dai friulani, arrivava invece il centromediano
Cardarelli, uno dei difensori più rudi del nostro calcio. Meno
sbandierati erano due acquisti che negli anni a venire avrebbero imparato
a farsi conoscere dalla tifoseria, l'interno Corso e il difensore Guarneri,
due fulgide promesse che in nerazzurro avrebbero confermato le referenze
con le quali erano arrivate. Facevano però discutere non poco, le
partenze di Lorenzi (142 reti in 305 partite con la maglia nerazzurra) e
di Ghezzi, che terminava la sua carriera interistaa soli 28 anni. L'occhio
della critica specializzata, era naturalmente puntato sull'attacco,
poichè il trio formato da Angelillo, Firmani e Lindskog prometteva
scintille. In effetti i tre confermarono le attese, segnando caterve di
reti, riportando in alto l'Inter, che terminò l'annata con un terzo posto
di rilievo la stagione 1958-59. Il piazzamento non soddisfò però del tutto Moratti, il quale
per cercare di dare ulteriore impulso alla squadra, aveva provveduto a
silurare Bigogno dopo ventitrè giornate, riportando alla guida tecnica
Campatelli. La tanto attesa impennata non si era però verificata,
nonostante un Angelillo capace di siglare l'incredibile record di 33 reti,
ben coadiuvato da Firmani, autore a sua volta di 20 centri. Moratti era
però convinto di aver ormai imboccato la strada giusta, tanto da dar
luogo ad una campagna acquisti minimale, caratterizzata più che agli
acquisti (il difensore Gatti e i portieri Nobili e
Pontel) dalla cessione
di Nacka Skoglund, ormai avviato ad una dignitosa chiusura di carriera e
ceduto alla Sampdoria. Era chiaro l'intento di puntare sulla raggiunta
coesione della squadra dopo un anno caratterizzato da alti e bassi la cui
causa era stata appunto ravvisata nella ritardata maturazione
dell'amalgama tra i vari componenti della stessa. Purtroppo, all'atto
pratico, la compagine guidata da Achilli e Campatelli, palesò di nuovo lo
stesso sconcertante vizio che stava ormai caratterizzando l'era Moratti,
la mancanza di continuità che, puntualmente, portava ad un crollo nella
fase calda del torneo e costringeva il presidente all'ennesima girandola
di tecnici: dopo l'esonero di Campatelli, alla ventiquattresima giornata,
rimaneva solo Achilli, che dopo sole tre settimane lasciava il posto a
Cappelli. Risultato finale, un quarto posto a ben 15 punti dalla Juventus
campione. Sempre più palpabile era la delusione di Moratti, arrivato
ormai al quinto anno di presidenza, senza poter vantare uno straccio di
risultato. |
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IN TRIONFO DODICI ANNI
DOPO |
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Stavolta, alla delusione
si aggiungeva la rabbia per quanto successo a seguito del pasticcio della
Lega. E poichè Moratti non era certo il tipo da farsi smontare dalle
ingiustizie, la risposta fu squadernata con la solita grandinata di
milioni, 500 circa. Buona parte dei quali andarono a finanziare l'acquisto
del miglior giocatore europeo dell'epoca, il regista spagnolo Luisito
Suarez, acquistato dal Barcellona. Il reparto stranieri veniva totalmente
rivoluzionato, poichè alle cessioni di Firmani, Lindskog e Angelillo,
faceva riscontro l'acquisto di Hitchens e
Humberto Raggi. Naturalmente, grande clamore destava la cessione di
Angelillo alla Roma: il giocatore argentino, non era mai entrato nelle
grazie di Herrera, il quale gli rimproverava in particolare il legame con
la soubrette Ilya Lopez. Moratti, che considerava Angelillo quasi un
figlio, cercò di dissuadere l'allenatore dai suoi propositi, ma alla fine
dovette cedere, lasciandolo partire per la Capitale. Per quanto concerneva
gli italiani, da mettere in rilievo soprattutto l'arrivo di due anziani
come Bettini e Gratton,
dai quali evidentemente il Mago si aspettava un contributo di esperienza.
I propositi di scudetto, erano abbastanza chiari, anche perchè ormai i
soldi spesi da Moratti, da quando aveva assunto la presidenza, erano
veramente tanti. Ed Herrera non era certo il tipo da nascondersi, anche se
un certo timore continuava ad aleggiare a causa della mancanza di
continuità che ormai stava diventando il marchio di fabbrica dei
nerazzurri. Il torneo 1961-62, partì come quello precedente. La sapiente
regia di Suarez, immediatamente a suo agio nella nuova realtà, permise
alla squadra di partire subito forte, approfittando della buona vena
realizzativa di Hitchens, attaccante forse non molto rifinito dal punto di
vista tecnico, ma dotato di grande coraggio e forza fisica. Ancora una
volta, gli uomini di Herrera conquistarono il titolo di campioni
d'Inverno, e ancora una volta arrivò il solito black out, stavolta alla
venticinquesima giornata. Da quel momento, l'Inter raggranellò la miseria
di sei punti in sette partite, consentendo al Milan di dar vita alla fuga
decisiva. Alla fine della stagione, l'Inter era seconda, a cinque punti
dai cugini, nella ovvia delusione di una tifoseria che dopo aver
accarezzato il sogno dello scudetto, lo vedeva cucito sulle maglie dei
rivali cittadini. |
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