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DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DAL SECONDO SCUDETTO ALLA CRISI DEGLI ANNI '20 - I BRILLANTI ANNI '30 - L'ERA MASSERONI - L'ERA D'ORO DI ANGELO MORATTI - L'INTER EUROMONDIALE - DA MORATTI A FRAIZZOLI - CON PELLEGRINI E TRAPATTONI E' ANCORA GRANDE INTER - A CORRENTE ALTERNATA - IN NOME DEL PADRE: ARRIVA MASSIMO MORATTI


ARRIVA LA GUERRA

Pozzani cede in maniera incredibile Ferraris II, Olmi e Locatelli portando così l'Ambrosiana ad un passo dalla clamorosa retrocessione. Le proteste della tifoseria lo spingono a lasciare: arriva Carlo Rinaldo Masseroni. Il nuovo presidente dà una decisa sterzata e riporta la squadra in alto. Arriva la guerra anche sul suolo italico e il calcio va in soffitta. L'attività nel settentrione si riduce a tornei di carattere regionale. 

Nonostante l'entrata in guerra del nostro paese, il calcio continuò nella sua vita normale, anche perchè il Regime voleva dare agli italiani l'impressione che tutto sarebbe continuato come prima. Tra un annunciato trionfo e l'altro, sbandierato dai bollettini di guerra, il campionato 1940-41, ripropose il duello tra Ambrosiana e Bologna. Stavolta, però, i felsinei, che avevano proceduto all'acquisizione di Ferrari proprio dalla diretta rivale, riuscirono a rintuzzare qualsiasi tentativo di rimonta interista, guadagnando il tricolore con una giornata di anticipo e dopo aver condotto in testa dall'inizio alla fine. Il torneo 1940-41, era anche il primo senza Peppino Meazza, il quale, dopo aver passato un anno inattivo a causa di un grave infortunio al piede, era clamorosamente passato sull'altra sponda dei Navigli: anche per il Balilla era cominciata la parte discendente di una carriera strepitosa. Se l'addio di Meazza era dovuto all'usura dell'età e all'annunciato calo di rendimento prodotto dalle non più perfette condizioni fisiche, molto più difficile era giustificare le cessioni operate da Pozzani nell'estate del 1941. Le cessioni di Ferraris II al Torino di Novo, e di Locatelli e Olmi alla Juventus, fecero letteralmente imbufalire la tifoseria e produssero un torneo talmente mediocre, da portare l'Ambrosiana ad un passo dalla retrocessione. A fare le spese della situazione prodotta dalla campagna estiva, fu il nuovo tecnico, Ivo Fiorentini, che fu allontanato alla settima giornata del girone di ritorno, dopo la sconfitta di Livorno, e sostituito da Ferenc Molnar, il quale riuscì a ridare un minimo di serenità ad una squadra ormai allo sbando e a chiudere il torneo senza ulteriori conseguenze. 
Il campanello di allarme fu avvertito dalla società, ove nel frattempo lo stanco Pozzani era stato avvicendato da Carlo Rinaldo Masseroni, uno sportivo che dopo essersi a lungo occupato di ciclismo, era stato indotto ad avvicinarsi al calcio da un caro amico, Aleardo Pasinetti. Arrivato al vertice della società nerazzurra, Masseroni comprese che bisognava dare una decisa sterzata per non incorrere in altri spaventi e dette così vita ad una frizzante campagna acquisti, nel corso della quale giunsero a Milano "Pinella" Baldini, interno messosi in grande evidenza nella Fiorentina, l'attaccante Gaddoni, promessa tra le più fulgide del calcio italiano, il roccioso terzino Passalacqua, prelevato dal Padova, l'ala Edmondo Fabbri, futuro Commissario Tecnico della Nazionale e l'esperto Mario Bo, ottima ala che si stava avviando verso la fase finale di una decorosa carriera. Il risultato di questo attivismo, fu un discreto quarto posto, nell'anno che vedeva il Torino di Valentino Mazzola cominciare la sua dittatura sul calcio italiano. Ormai, però, la guerra era arrivata anche nella Penisola, rendendo praticamente impossibile un torneo regolare. Come per tutte le altre consorelle, l'Ambrosiana Inter dovette adeguarsi ad una attività estremamente ridotta durante il conflitto. La divisione del paese all'altezza della Linea Gotica, consentì al Nord soltanto una attività molto ridotta dovuta soprattutto alla esigenza di non far rimanere i giocatori senza allenamento. Giocatori che però dovevano rimanere a disposizione delle autorità militari e che perciò si trovavano in mezzo a grandi difficoltà di carattere pratico. Tra un allarme aereo e l'altro, la Federazione riuscì comunque a dar luogo ad un Campionato Alta Italia, su base regionale, che vide l'Ambrosiana primeggiare nel suo girone lombardo abbastanza facilmente, per poi arenarsi nella fase successiva. Poco male, comunque, in un periodo in cui l'esigenza primaria era quella di tornare a casa la sera e di evitare i rastrellamenti messi in atto al Nord da nazisti e saloini. Anche il 1944-45, vide incredibilmente l'organizzazione di un torneo ufficiale, stavolta da parte del Comitato Regionale Lombardo, il Torneo Benefico Lombardo, cui parteciparono 12 squadre e che fu caratterizzato dalla precarietà nel reperire giocatori da parte delle squadre partecipanti. Poteva così succedere che il Vigevano o il Meda, potessero schierare squadre più valide di quelle di Inter e Milan e che i nerazzurri arrivassero quinti, preceduti da Como, Novara, Pavia e Vigevano. Ormai però la guerra era agli sgoccioli e la Liberazione alle porte, per cui si poteva ricominciare a pensare alla vita di tutti i giorni da ricostruire. E nella ricostruzione, il calcio non poteva che tornare ad occupare quel ruolo che aveva ricoperto nel corso degli anni tra le due guerre.              
 

IL RILANCIO DI MASSERONI

Il primo torneo del dopoguerra vede l'Inter calare alla distanza, dopo aver fatto sognare la tifoseria. Il biennio successivo è il più nero nella storia nerazzurra. Dopo un decimo e un dodicesimo posto, il Presidente, contestato, decide di rilanciare e dà luogo ad una campagna sensazionale che vede arrivare a Milano il Fornaretto, Amadeo Amadei e il grande Istvan Nyers. L'Inter torna a salire.  

Il primo atto del dopoguerra, e della conseguente fine del Regime, fu il ritorno alla vecchia denominazione sociale di Internazionale. I vecchi soci non avevano dimenticato la forzatura operata dal fascismo e appena ne ebbero l'occasione, non se la fecero sfuggire, togliendo quella denominazione che non avevano mai digerito. Il ritorno all'attività normale, era una vera e propria incognita: nessuno sapeva quale potesse essere il reale livello delle altre squadre dopo anni di pratica inattività o attività saltuaria. Masseroni decise di dar luogo ad un vero tourbillon sul mercato, acquistando e cedendo decine di giocatori. Tra i movimenti più interessanti, bisogna ricordare l'arrivo di Camillo Achilli, ottimo interno di fatica prelevato dalla Caproni, e quelli degli attaccanti Muci e Penzo, due giocatori che avrebbero messo in mostra le proprie doti nel corso dell'anno. La squadra affidata a Carcano, disputò un ottimo girone di qualificazione, terminando ad un solo punto di distacco dal Grande Torino, ma poi, dopo aver vinto le prime quattro partite del girone finale che avrebbe portato all'assegnazione del titolo, fu sconfitto dai granata a Torino, per effetto di un goal di Gabetto. Fu quello il vero e proprio spartiacque nell'annata nerazzurra, poichè l'Inter perse il filo del gioco e non riuscì più a tenere il passo delle torinesi, che andarono ad inaugurare una lotta senza quartiere per il tricolore che sarebbe terminata solo all'ultima giornata. Incredibilmente però, quando ormai il treno per lo scudetto era passato, i nerazzurri dettero luogo ad una partita epica, nel corso della quale distrussero il Torino col punteggio di 6-2, grazie ad una giornata di grazia di Candiani, autore di ben quattro reti. Era l'ultimo squillo dell'annata, poichè nella domenica successiva l'Inter perse anche il secondo derby del girone finale, per poi chiudere con la brutta sconfitta di Roma coi giallorossi, chiudendo al quarto posto un campionato che sembrava poter dare ben altre soddisfazioni.
Nel corso dell'estate, Masseroni si interrogò a lungo sulla strada migliore da intraprendere per poter colmare il gap dalle migliori, in particolare da quel Torino che si elevava ormai una spanna sopra la concorrenza. La strada intrapresa fu ancora una volta quella del Sud America, ove furono pescati due argentino, l'attaccante Elmo Bovio, pescato nel Penarol, e l'interno Cerioni, del Nacional, e tre uruguaiani, il centromediano Pedemonte, prelevato dal Liverpool, l'ala Volpi, del Wanderers e Bibiano Zapirain, del Nacional. Proprio l'ultimo era il nome più noto del gruppo, un vero fuoriclasse che però aveva bisogno di ritmi lenti e marcature non asfissianti per poter produrre il suo classico gioco, mentre gli altri, a parte Bovio, un giramondo che si sarebbe fatto valere anche in Brasile, erano dei veri e propri sconosciuti che mostrarono immediatamente i propri limiti all'impatto con un torneo difficile come il nostro. Dopo poche partite, Pedemonte e Volpi finirono ai margini della squadra, mentre leggermente meglio andarono Cerioni e Bovio. L'unico che riuscì comunque a far intravvedere sprazzi della sua classe fu proprio Zapirain, che del resto era stato una vera e propria leggenda nel Nacional e non poteva certo aver dimenticato come si gioca al pallone. Il fallimento del cosiddetto gruppo Pedemonte, si riverberò pesantemente sull'Inter, portando infine all'allontanamento di Carcano, prima a favore di Nutrizio e poi di Meazza, tornato proprio quell'anno alla casa madre, per concludere una straordinaria carriera. Il decimo posto finale fu il logico corollario del clamoroso errore di valutazione di Masseroni. Il presidente decise allora di lasciar perdere il mercato sudamericano e di concentrarsi su quello nostrano, puntando su elementi in grado di assicurare continuità di rendimento, come Arezzi dell'Alessandria, Fattori e Fiorini della Sampdoria, e Quaresima del Vicenza. Inoltre decise di prelevare un giovanissimo attaccante, Benito Lorenzi, che si era messo in mostra nell'Empoli e che avrebbe segnato la successiva epoca interista non solo per le doti tecniche, ma anche per un caratterino pepato che gli valse il soprannome di "Veleno". Il risultato del campo fu però estremamente insoddisfacente: il dodicesimo posto finale, solo tre punti sopra alla retrocessa Salernitana, costituiva addirittura un peggioramento rispetto al decimo dell'anno prima che era stato considerato fallimentare.
I risultati del peggior biennio nella storia nerazzurra, ebbero come conseguenza la formazione di una corrente di detrattori di Masseroni, il quale, di fronte alla sfida lanciatagli, decise di reagire con un rilancio clamoroso. La campagna acquisti dell'estate 1948, fu sontuosa: l'arrivo di Amadeo Amadei dalla Roma era soltanto la punta dell'iceberg, se si pensa che insieme al Fornaretto arrivano Gino Armano dall'Alessandria, Attilio Giovannini dalla Lucchese e un certo Istvan Nyers, un apolide che pochi conoscevano, ma che presto sarebbe diventato famoso. E la campagna acquisti avrebbe potuto essere ancora più straordinaria se Novo non si fosse opposto alla partenza di Valentino Mazzola, che si era praticamente accordato con Masseroni. La nuova Inter divenne così l'antagonista di quel Grande Torino che proprio in quel 1948-49 si apprestava a culminare la sua parabola sportiva nel più tragico dei modi. Dopo una lotta senza quartiere, le due squadre si scontrarono nella partita che valeva una stagione il 30 aprile 1949, quando Mazzola e compagni, chiudendo sullo 0-0, posero una seria ipoteca sul quinto scudetto consecutivo e partirono per Lisbona, ove dovevano incontrare il Benfica nella partita di addio del capitano portoghese Ferreira. Durante il viaggio di ritorno, l'aereo che trasportava la squadra andò a schiantarsi sul muraglione della Basilica di Superga, nella più grave sciagura del calcio mondiale dell'epoca. Un campionato che aveva visto una grande Inter vivere sulle prodezze dei vari Nyers, Amadei e Lorenzi, si concludeva nel più drammatico dei modi. 
             

IN TRIONFO DODICI ANNI DOPO

La tragedia di Superga apre nuovi scenari. L'Inter si rafforza in maniera considerevole. Arrivano l'Olandese volante, Wilkes e Lennart Skoglund, ma è il Milan a beffare i cugini. Masseroni non si scoraggia e continua il suo piano di rafforzamento. I risultati arrivano, finalmente nel biennio 1952-54, quando la squadra, affidata ad Alfredo Foni, riesce a vincere due scudetti di fila che tacitano la fazione avversa al presidente. 

La tragedia di Superga, costituì l'apertura di una nuova epoca per il calcio italiano. La ferrea dittatura messa in atto dallo squadrone di Novo, aveva infatti chiuso gli spazi per le concorrenti, spazi che andavano a riaprirsi con la scomparsa di Mazzola e compagni. E proprio l'Inter era tra le possibili candidate a prendere il posto dei granata. Masseroni cercò di migliorare ulteriormente una squadra che si era dimostrata forte in quel 1949 e nell'estate procedette ad un altro grande colpo, quello che portò a Milano l'olandese Faas Servaas Wilkes, interno dalle straordinarie doti tecniche e realizzative. Insieme a lui, arrivavano il centromediano argentino Basso, il terzino Giacomazzi, prelevato dalla Luparense, il forte interno atalantino Miglioli e Narciso Soldan, promettente portierino pescato al Vittorio Veneto. Wilkes mostrò subito le sue straordinarie capacità, ma la squadra affidata a Giulio Cappelli non riuscì a restare nella scia della Juventus e del Milan e dovette accontentarsi di terzo posto che, alla luce delle promesse estive, era un mezzo fallimento. Masseroni non si scoraggiò e, nella estate del 1950, operò una nuova serie di colpi che esplicitarono le grandi ambizioni interiste. Il più clamoroso dei quali fu quello rappresentato da quel Lennart Skoglund che aveva messo in mostra i suoi straordinari mezzi nel corso dei Mondiali appena disputati in Brasile, ove aveva contribuito alla sconfitta che la Svezia aveva rifilato alla nostra nazionale, rimandandola prematuramente a casa. In difesa arrivavano un atleta maturo come Ivano Blason e una giovane promessa come Padulazzi, coi quali la cerniera difensiva si chiudeva nel migliore dei modi. A trarne giovamento fu tutta la squadra, che inscenò un duello col Milan conclusosi solo alla penultima giornata, quando i nerazzurri non seppero approfittare dello scivolone interno del Milan con la Lazio, perdendo a Torino coi granata e consegnando così il titolo su un piatto d'argento ai cugini. 
L'epilogo sfortunato di quel duello, non scoraggiò però Masseroni che procedette all'ulteriore rafforzamento della squadra, cercando di eliminare i punti deboli, a partire dal portiere, ruolo per il quale fu individuato un giovane messosi in grande evidenza a Modena, Giorgio Ghezzi. Dai canarini arrivò anche il solido mediano Maino Neri, mentre la mediana veniva ulteriormente rafforzata con l'innesto di Invernizzi, acquistato dal Genoa. Inoltre arrivavano alcune giovani promesse come Broccini, Savioni e Migliorini, che costituivano chiaramente un investimento per il futuro. Il risultato non fu quello atteso: nonostante la solita raffica di reti di Nyers, la squadra allenata da Aldo Olivieri arrivò soltanto terza, denotando una certa discontinuità che impedì di reggere il passo della Juventus. 
Di fronte a questa delusione, ci si sarebbe aspettati la solita sventagliata di acquisti da parte della società, ma Masseroni fece la valutazione più logica, decidendo di cambiare la guida tecnica, affidandosi ad Alfredo Foni e limitandosi a movimenti di mercato marginali. Gli unici innesti nell'undici titolari furono quelli rappresentati da Mazza e Nesti, atleti coriacei che riuscirono a compattare nel migliore dei modi la squadra. Nonostante l'annata in tono minore di Nyers, almeno dal punto di vista realizzativo, gli uomini di Foni dominarono in lungo e largo il torneo, raggiungendo la sicurezza del titolo a tre giornate dal termine. Era il giusto premio per Masseroni, che in tal modo riuscì a zittire la nutrita schiera dei suoi detrattori e dimostrò che non sempre i grandi colpi di mercato fanno la differenza, se non si creano le condizioni ideali per lavorare nel migliore dei modi. Quando il presidente dette luogo ad una nuova campagna acquisti in tono minore, che vide in pratica l'arrivo di un solo rinforzo, il terzino Vincenzi, preso dalla Reggiana, nessuno osò levare voci contrarie, confidando magari in un fallimento nel corso dell'anno. E invece, la scelta di Masseroni di puntare sulla continuità, dette ancora una volta frutti copiosi. La squadra pilotata con grande maestria da Foni, dette luogo ad un serratissimo duello con la Juventus, che si concluse soltanto all'ultima giornata, quando l'Inter sconfisse in casa la Triestina per 4-2, vanificando la contemporanea vittoria bianconera col Napoli. Era il vero e proprio sigillo all'era Masseroni.