|
Nonostante
l'entrata in guerra del nostro paese, il calcio continuò nella sua vita
normale, anche perchè il Regime voleva dare agli italiani l'impressione
che tutto sarebbe continuato come prima. Tra un annunciato trionfo e
l'altro, sbandierato dai bollettini di guerra, il campionato 1940-41,
ripropose il duello tra Ambrosiana e Bologna. Stavolta, però, i felsinei,
che avevano proceduto all'acquisizione di Ferrari proprio dalla diretta
rivale, riuscirono a rintuzzare qualsiasi tentativo di rimonta interista,
guadagnando il tricolore con una giornata di anticipo e dopo aver condotto
in testa dall'inizio alla fine. Il torneo 1940-41, era anche il primo
senza Peppino Meazza, il quale, dopo aver passato un anno inattivo a causa
di un grave infortunio al piede, era clamorosamente passato sull'altra
sponda dei Navigli: anche per il Balilla era cominciata la parte
discendente di una carriera strepitosa. Se l'addio di Meazza era dovuto
all'usura dell'età e all'annunciato calo di rendimento prodotto dalle non
più perfette condizioni fisiche, molto più difficile era giustificare le
cessioni operate da Pozzani nell'estate del 1941. Le cessioni di Ferraris
II al Torino di Novo, e di Locatelli e Olmi alla Juventus, fecero
letteralmente imbufalire la tifoseria e produssero un torneo talmente
mediocre, da portare l'Ambrosiana ad un passo dalla retrocessione. A fare
le spese della situazione prodotta dalla campagna estiva, fu il nuovo
tecnico, Ivo Fiorentini, che fu allontanato alla settima giornata del
girone di ritorno, dopo la sconfitta di Livorno, e sostituito da Ferenc
Molnar, il quale riuscì a ridare un minimo di serenità ad una squadra
ormai allo sbando e a chiudere il torneo senza ulteriori conseguenze.
Il
campanello di allarme fu avvertito dalla società, ove nel frattempo lo
stanco Pozzani era stato avvicendato da Carlo Rinaldo Masseroni, uno
sportivo che dopo essersi a lungo occupato di ciclismo, era stato indotto
ad avvicinarsi al calcio da un caro amico, Aleardo Pasinetti. Arrivato al
vertice della società nerazzurra, Masseroni comprese che bisognava dare
una decisa sterzata per non incorrere in altri spaventi e dette così vita ad una frizzante campagna acquisti,
nel corso della quale giunsero a Milano "Pinella" Baldini,
interno messosi in grande evidenza nella Fiorentina, l'attaccante Gaddoni,
promessa tra le più fulgide del calcio italiano, il roccioso terzino Passalacqua, prelevato dal Padova, l'ala Edmondo
Fabbri, futuro
Commissario Tecnico della Nazionale e l'esperto Mario Bo, ottima ala che
si stava avviando verso la fase finale di una decorosa carriera. Il
risultato di questo attivismo, fu un discreto quarto posto, nell'anno che
vedeva il Torino di Valentino Mazzola cominciare la sua dittatura sul
calcio italiano. Ormai, però, la guerra era arrivata anche nella
Penisola, rendendo praticamente impossibile un torneo regolare. Come per
tutte le altre consorelle, l'Ambrosiana Inter dovette adeguarsi ad una
attività estremamente ridotta durante il conflitto. La divisione del
paese all'altezza della Linea Gotica, consentì al Nord soltanto una
attività molto ridotta dovuta soprattutto alla esigenza di non far
rimanere i giocatori senza allenamento. Giocatori che però dovevano
rimanere a disposizione delle autorità militari e che perciò si
trovavano in mezzo a grandi difficoltà di carattere pratico. Tra un
allarme aereo e l'altro, la Federazione riuscì comunque a dar luogo ad un
Campionato Alta Italia, su base regionale, che vide l'Ambrosiana
primeggiare nel suo girone lombardo abbastanza facilmente, per poi
arenarsi nella fase successiva. Poco male, comunque, in un periodo in cui
l'esigenza primaria era quella di tornare a casa la sera e di evitare i
rastrellamenti messi in atto al Nord da nazisti e saloini. Anche il
1944-45, vide incredibilmente l'organizzazione di un torneo ufficiale,
stavolta da parte del Comitato Regionale Lombardo, il Torneo Benefico
Lombardo, cui parteciparono 12 squadre e che fu caratterizzato dalla
precarietà nel reperire giocatori da parte delle squadre partecipanti.
Poteva così succedere che il Vigevano o il Meda, potessero schierare
squadre più valide di quelle di Inter e Milan e che i nerazzurri
arrivassero quinti, preceduti da Como, Novara, Pavia e Vigevano. Ormai
però la guerra era agli sgoccioli e la Liberazione alle porte, per cui si
poteva ricominciare a pensare alla vita di tutti i giorni da ricostruire.
E nella ricostruzione, il calcio non poteva che tornare ad occupare quel
ruolo che aveva ricoperto nel corso degli anni tra le due guerre.
|
|
Il
primo atto del dopoguerra, e della conseguente fine del Regime, fu il
ritorno alla vecchia denominazione sociale di Internazionale.
I vecchi soci non avevano dimenticato la forzatura operata dal fascismo e
appena ne ebbero l'occasione, non se la fecero sfuggire, togliendo quella
denominazione che non avevano mai digerito. Il ritorno all'attività
normale, era una vera e propria incognita: nessuno sapeva quale potesse
essere il reale livello delle altre squadre dopo anni di pratica
inattività o attività saltuaria. Masseroni decise di dar luogo ad un
vero tourbillon sul mercato, acquistando e cedendo decine di giocatori.
Tra i movimenti più interessanti, bisogna ricordare l'arrivo di Camillo Achilli, ottimo interno di fatica prelevato dalla Caproni, e quelli degli
attaccanti Muci e Penzo, due giocatori che avrebbero messo in mostra le
proprie doti nel corso dell'anno. La squadra affidata a Carcano, disputò
un ottimo girone di qualificazione, terminando ad un solo punto di
distacco dal Grande Torino, ma poi, dopo aver vinto le prime quattro
partite del girone finale che avrebbe portato all'assegnazione del titolo,
fu sconfitto dai granata a Torino, per effetto di un goal di Gabetto. Fu
quello il vero e proprio spartiacque nell'annata nerazzurra, poichè l'Inter
perse il filo del gioco e non riuscì più a tenere il passo delle
torinesi, che andarono ad inaugurare una lotta senza quartiere per il
tricolore che sarebbe terminata solo all'ultima giornata. Incredibilmente
però, quando ormai il treno per lo scudetto era passato, i nerazzurri
dettero luogo ad una partita epica, nel corso della quale distrussero il
Torino col punteggio di 6-2, grazie ad una giornata di grazia di Candiani,
autore di ben quattro reti. Era l'ultimo squillo dell'annata, poichè
nella domenica successiva l'Inter perse anche il secondo derby del girone
finale, per poi chiudere con la brutta sconfitta di Roma coi giallorossi,
chiudendo al quarto posto un campionato che sembrava poter dare ben altre
soddisfazioni.
Nel corso dell'estate, Masseroni si interrogò a lungo sulla strada
migliore da intraprendere per poter colmare il gap dalle migliori, in
particolare da quel Torino che si elevava ormai una spanna sopra la
concorrenza. La strada intrapresa fu ancora una volta quella del Sud
America, ove furono pescati due argentino, l'attaccante Elmo Bovio,
pescato nel Penarol, e l'interno Cerioni, del
Nacional, e tre uruguaiani,
il centromediano Pedemonte, prelevato dal Liverpool, l'ala
Volpi, del
Wanderers e Bibiano Zapirain, del Nacional. Proprio l'ultimo era il nome
più noto del gruppo, un vero fuoriclasse che però aveva bisogno di ritmi
lenti e marcature non asfissianti per poter produrre il suo classico
gioco, mentre gli altri, a parte Bovio, un giramondo che si sarebbe fatto
valere anche in Brasile, erano dei veri e propri sconosciuti che
mostrarono immediatamente i propri limiti all'impatto con un torneo
difficile come il nostro. Dopo poche partite, Pedemonte e Volpi finirono
ai margini della squadra, mentre leggermente meglio andarono Cerioni e
Bovio. L'unico che riuscì comunque a far intravvedere sprazzi della sua
classe fu proprio Zapirain, che del resto era stato una vera e propria
leggenda nel Nacional e non poteva certo aver dimenticato come si gioca al
pallone. Il fallimento del cosiddetto gruppo Pedemonte, si riverberò
pesantemente sull'Inter, portando infine all'allontanamento di Carcano,
prima a favore di Nutrizio e poi di Meazza, tornato proprio quell'anno
alla casa madre, per concludere una straordinaria carriera. Il decimo
posto finale fu il logico corollario del clamoroso errore di valutazione
di Masseroni. Il presidente decise allora di lasciar perdere il mercato
sudamericano e di concentrarsi su quello nostrano, puntando su elementi in
grado di assicurare continuità di rendimento, come Arezzi
dell'Alessandria, Fattori e Fiorini della Sampdoria, e
Quaresima del
Vicenza. Inoltre decise di prelevare un giovanissimo attaccante, Benito Lorenzi, che si era messo in mostra nell'Empoli e che avrebbe segnato la
successiva epoca interista non solo per le doti tecniche, ma anche per un
caratterino pepato che gli valse il soprannome di "Veleno". Il
risultato del campo fu però estremamente insoddisfacente: il dodicesimo
posto finale, solo tre punti sopra alla retrocessa Salernitana, costituiva
addirittura un peggioramento rispetto al decimo dell'anno prima che era
stato considerato fallimentare.
I risultati del peggior biennio nella storia nerazzurra, ebbero come
conseguenza la formazione di una corrente di detrattori di Masseroni, il
quale, di fronte alla sfida lanciatagli, decise di reagire con un rilancio
clamoroso. La campagna acquisti dell'estate 1948, fu sontuosa: l'arrivo di
Amadeo Amadei dalla Roma era soltanto la punta dell'iceberg, se si pensa
che insieme al Fornaretto arrivano Gino Armano dall'Alessandria, Attilio
Giovannini dalla Lucchese e un certo Istvan Nyers, un apolide che pochi
conoscevano, ma che presto sarebbe diventato famoso. E la campagna
acquisti avrebbe potuto essere ancora più straordinaria se Novo non si
fosse opposto alla partenza di Valentino Mazzola, che si era praticamente
accordato con Masseroni. La nuova Inter divenne così l'antagonista di
quel Grande Torino che proprio in quel 1948-49 si apprestava a culminare
la sua parabola sportiva nel più tragico dei modi. Dopo una lotta senza
quartiere, le due squadre si scontrarono nella partita che valeva una
stagione il 30 aprile 1949, quando Mazzola e compagni, chiudendo sullo
0-0, posero una seria ipoteca sul quinto scudetto consecutivo e partirono
per Lisbona, ove dovevano incontrare il Benfica nella partita di addio del
capitano portoghese Ferreira. Durante il viaggio di ritorno, l'aereo che
trasportava la squadra andò a schiantarsi sul muraglione della Basilica
di Superga, nella più grave sciagura del calcio mondiale dell'epoca. Un
campionato che aveva visto una grande Inter vivere sulle prodezze dei vari
Nyers, Amadei e Lorenzi, si concludeva nel più drammatico dei modi.
|
|
La tragedia di Superga,
costituì l'apertura di una nuova epoca per il calcio italiano. La ferrea
dittatura messa in atto dallo squadrone di Novo, aveva infatti chiuso gli
spazi per le concorrenti, spazi che andavano a riaprirsi con la scomparsa
di Mazzola e compagni. E proprio l'Inter era tra le possibili candidate a
prendere il posto dei granata. Masseroni cercò di migliorare
ulteriormente una squadra che si era dimostrata forte in quel 1949 e
nell'estate procedette ad un altro grande colpo, quello che portò a
Milano l'olandese Faas Servaas Wilkes, interno dalle straordinarie doti
tecniche e realizzative. Insieme a lui, arrivavano il centromediano
argentino Basso, il terzino Giacomazzi, prelevato dalla Luparense, il
forte interno atalantino Miglioli e Narciso Soldan, promettente portierino
pescato al Vittorio Veneto. Wilkes mostrò subito le sue straordinarie
capacità, ma la squadra affidata a Giulio Cappelli non riuscì a restare
nella scia della Juventus e del Milan e dovette accontentarsi di terzo
posto che, alla luce delle promesse estive, era un mezzo fallimento.
Masseroni non si scoraggiò e, nella estate del 1950, operò una nuova
serie di colpi che esplicitarono le grandi ambizioni interiste. Il più
clamoroso dei quali fu quello rappresentato da quel Lennart Skoglund che
aveva messo in mostra i suoi straordinari mezzi nel corso dei Mondiali
appena disputati in Brasile, ove aveva contribuito alla sconfitta che la
Svezia aveva rifilato alla nostra nazionale, rimandandola prematuramente a
casa. In difesa arrivavano un atleta maturo come Ivano Blason e una
giovane promessa come Padulazzi, coi quali la cerniera difensiva si
chiudeva nel migliore dei modi. A trarne giovamento fu tutta la squadra,
che inscenò un duello col Milan conclusosi solo alla penultima giornata,
quando i nerazzurri non seppero approfittare dello scivolone interno del
Milan con la Lazio, perdendo a Torino coi granata e consegnando così il
titolo su un piatto d'argento ai cugini.
L'epilogo sfortunato di quel duello, non scoraggiò però Masseroni che
procedette all'ulteriore rafforzamento della squadra, cercando di
eliminare i punti deboli, a partire dal portiere, ruolo per il quale fu
individuato un giovane messosi in grande evidenza a Modena, Giorgio Ghezzi.
Dai canarini arrivò anche il solido mediano Maino Neri,
mentre la mediana veniva ulteriormente rafforzata con l'innesto di Invernizzi,
acquistato dal Genoa. Inoltre arrivavano alcune giovani promesse come Broccini,
Savioni e Migliorini,
che costituivano chiaramente un investimento per il futuro. Il risultato
non fu quello atteso: nonostante la solita raffica di reti di Nyers, la
squadra allenata da Aldo Olivieri arrivò soltanto terza, denotando una
certa discontinuità che impedì di reggere il passo della Juventus.
Di fronte a questa delusione, ci si sarebbe aspettati la solita
sventagliata di acquisti da parte della società, ma Masseroni fece la
valutazione più logica, decidendo di cambiare la guida tecnica,
affidandosi ad Alfredo Foni e limitandosi a movimenti di mercato
marginali. Gli unici innesti nell'undici titolari furono quelli
rappresentati da Mazza e Nesti,
atleti coriacei che riuscirono a compattare nel migliore dei modi la
squadra. Nonostante l'annata in tono minore di Nyers, almeno dal punto di
vista realizzativo, gli uomini di Foni dominarono in lungo e largo il
torneo, raggiungendo la sicurezza del titolo a tre giornate dal termine.
Era il giusto premio per Masseroni, che in tal modo riuscì a zittire la
nutrita schiera dei suoi detrattori e dimostrò che non sempre i grandi
colpi di mercato fanno la differenza, se non si creano le condizioni
ideali per lavorare nel migliore dei modi. Quando il presidente dette
luogo ad una nuova campagna acquisti in tono minore, che vide in pratica
l'arrivo di un solo rinforzo, il terzino Vincenzi,
preso dalla Reggiana, nessuno osò levare voci contrarie, confidando
magari in un fallimento nel corso dell'anno. E invece, la scelta di
Masseroni di puntare sulla continuità, dette ancora una volta frutti
copiosi. La squadra pilotata con grande maestria da Foni, dette luogo ad
un serratissimo duello con la Juventus, che si concluse soltanto
all'ultima giornata, quando l'Inter sconfisse in casa la Triestina per
4-2, vanificando la contemporanea vittoria bianconera col Napoli. Era il
vero e proprio sigillo all'era Masseroni.
|