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SPENSLEY E KILPIN |
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La storia dei giocatori
anglosassoni in Italia, costituisce un capitolo a parte nell'avventuroso
romanzo del nostro calcio. Il primo capitolo di questa storia, fu scritto
dai tanti inglesi che vennero in Italia nel corso degli ultimi anni del
diciannovesimo secolo o nei primi anni di quello successivo e che furono
gli artefici della diffusione del gioco nato dalle loro parti nel nostro
paese. Molto spesso si trattava di giovani inglesi che arrivavano in
Italia per ragioni di studio o di lavoro e che, nei momenti liberi,
tiravano fuori i primi rudimentali palloni di cuoio che ancora
costituivano un UFO in Italia e cercavano compagni di gioco per passare
qualche ora in spensieratezza. Tra costoro, un posto d'onore spetta
soprattutto a due personaggi di grande spessore: il primo è James
Richardson Spensley, l'uomo che ebbe un ruolo fondamentale nella
diffusione del calcio nello stivale, il secondo è Herbert Kilpin. |
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CHARLES, IL GIGANTE
GENTILUOMO |
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Dopo Spensley e Kilpin,
tanti altri giocatori inglesi ebbero modo di misurarsi col calcio
italiano. ma non solo giocatori, se si pensa che l'arrivo e gli ottimi
risultati di William Garbutt, il primo allenatore professionista approdato
nel nostro calcio, favorirono l'importazione di ottimi tecnici inglesi nel
corso dei primi decenni del secolo. A partire dagli anni '20, però,
l'afflusso di giocatori anglosassoni si fermò del tutto, per riprendere
soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l'arrivo di Paddy
Sloan al Milan, una esperienza non proprio memorabile. A riaprire
decisamente la pista britannica fu la Juventus che, nel 1957, fece
arrivare il gallese John Charles, un gigantesco
centravanti che nel campionato inglese aveva fatto veri e propri sfracelli
col Leeds mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti in assoluto
del calcio britannico. Basti ricordare che nel campionato precedente al
suo arrivo in Italia, il gallese aveva messo a segno la bellezza di 38
reti in 40 gare disputate! Dotato di un fisico poderoso, un metro e
ottantasette di altezza per novanta chili di peso, Charles era solito
buttare nella contesa tutta la sua vigoria fisica, con la quale metteva in
grande ambasce avversari non abituati a doversi misurare con attaccanti
così pesanti. Al contempo, però, il gigante gallese era un vero e
proprio gentleman e si esimeva dall'accoppiare a quella straordinaria
potenza una cattiveria che sarebbe stata pericolosissima per i suoi
diretti avversari. Più di una volta, nel corso delle partite che lo
vedevano protagonista, Charles preferì disinteressarsi dello svolgimento
dell'azione per soccorrere avversari rimasti in terra dopo contatti fisici
da lui provocati in maniera involontaria. In questo, il gallese si
dimostrò profondamente diverso da quell'Omar Sivori che invece non di
rado usava rendersi protagonista di contatti al limite, e molto spesso
oltre, del regolamento. i due formarono una strana e straordinaria coppia,
trainando la Juventus a ripetuti titoli, dei quali furono grandissimi
protagonisti. |
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LAW E BAKER, DUE TIPI DA
ROTOCALCO |
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Mentre finiva l'avventura
torinese di Charles, si apriva quella di due dei più bizzarri campioni
che siano mai transitati nella penisola. i due rispondono ai nomi di Denis
Law e Joe Baker ed erano stati portati al Torino da Gigi Peronace. Le
referenze che li accompagnavano erano di primo ordine, ma probabilmente
Peronace non aveva ragguagliato debitamente la dirigenza torinista sulle
stranezze caratteriali dei suoi due protetti. Law era scozzese, mentre
Baker era inglese. Il primo era un attaccante dotato di tecnica
straordinaria, mentre il secondo basava il suo gioco su una straripante
forza fisica e su un coraggio leonino. Erano costati molto: 220 milioni
Law, poco meno Baker. La loro prima apparizione fu in linea con il loro
carattere: l'amichevole di presentazione cominciò con il cielo stellato e
finì con acqua a catinelle. Probabilmente questo esordio avrebbe dovuto
mettere sul chi vive i dirigenti del Torino. La prima parte dell'avventura
granata di Law e Baker destò il subitaneo entusiasmo della Maratona,
orfana ormai da molti anni di campioni in grado di far rivivere, almeno in
parte, la straordinaria epopea del Grande Torino di Valentino Mazzola. Le
giocate estemporanee di Law e la straordinaria fisicità del gioco del suo
degno compare, furono enormemente apprezzate dalla tifoseria granata e,
soprattutto, sembrarono poter restituire una prospettiva ad una storia,
quella del Torino appunto, che da quel maledetto schianto di Superga non
si era più risollevata. Purtroppo, a frenare almeno in parte il
rendimento di Law e Baker, c'era una concezione del calcio che strideva in
maniera irriducibile con il professionismo. Per loro il calcio era lavoro
soltanto la domenica, il resto della settimana doveva ridursi ad uno
spasso continuo. Ecco così le notti tirate sul tardi e le interminabili
bevute nei locali notturni che facevano imbestialire il povero Enzo
Bearzot. Il quale, più di una volta cercò di convincerli che il calcio
era anche sacrificio, col risultato di farli addormentare ogni volta che
cominciava il suo sermone. La società cercò di correre ai ripari,
mettendogli alle costole il povero Peronace, nel tentativo di ammorbidirne
gli eccessi, ma fu tutto inutile. Nella settimana successiva al secondo
derby della stagione, perso dal Toro, Law e Baker, col gentile concorso
del fratello dello scozzese, Joseph, andarono a scontrarsi con la loro
auto contro il monumento a Garibaldi che faceva bella mostra di sè in un
crocevia cittadino. Stavano tornando da una notte passata in un locale
notturno ed erano le quattro del mattino, quando i tre, completamente
ubriachi, riuscirono nella bella impresa di centrare il monumento dedicato
all'Eroe dei Due Mondi. Dal violentissimo impatto con il monumento, Law
uscì con alcune contusioni ed escoriazioni, mentre a Baker andò molto
peggio: frattura del palato e del setto nasale e campionato finito. Fu un
vero peccato, poichè il primo campionato giocato in Italia aveva fatto
intravvedere cose egregie, soprattutto da parte di Law, un vero
fuoriclasse, anche se eccessivamente intemperante. Purtroppo era
praticamente impossibile arginare l'esuberanza dei due. Il cozzo contro la
statua di Garibaldi non era certo il primo incidente di cui si rendevano
protagonisti. Basti pensare che già il 19 novembre, a Roma, nel corso di
una uscita in due noti night della Capitale, Baker aveva dato luogo ad un
litigio con un fotografo che lo aveva ripreso senza permesso e,
soprattutto, senza pagarlo, prassi che in Inghilterra, a suo dire, era una
consuetudine. Altro episodio del genere si era verificato a Venezia, ove
Baker aveva picchiato il fotografo Celio Scapin, costringendo la società
a sborsare 700.000 lire per mettere a tacere l'accaduto. E poi multe,
litigi, intemperanze continue e una guerra senza sosta con la società.
Che finì in quell'alba del 7 febbraio, quando la dirigenza decise che era
arrivato il momento di pensare a qualche campione dal carattere più
conciliante. |
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