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L'AVVENTO DI NOVO - LA PRIMA PIETRA - UNA COPPIA PORTENTOSA - L'ADOZIONE DEL SISTEMA - I PRIMI TRIONFI - LA GUERRA FERMA TUTTO - IL GRANDE TORINO - UNA VERA EPOPEA - DIECI IN NAZIONALE - LA SCIAGURA DI SUPERGA - UN LUTTO NAZIONALE - GRANDE TORINO PER SEMPRE


DIECI IN NAZIONALE

Anche la Nazionale prende atto del dominio ormai totale del Grande Torino: prima nove, poi dieci dei giocatori di Novo vestono l'azzurro. Pozzo cerca alternative, ma il disastro di Vienna dice chiaro e tondo che l'Italia non può fare a meno di Mazzola e compagni. Squadra che vince non si tocca.

Naturalmente anche la Nazionale non poteva che prendere atto del dominio ormai assoluto esercitato dai granata sul resto del lotto, tanto che prima nove, poi dieci granata (l'unica eccezione era rappresentata dal portiere "Cochi" Sentimenti IV della Juventus) furono chiamati a vestire la maglia azzurra contro la Svizzera e quindi contro l'Ungheria. Soltanto la Fiorentina riuscirà in una analoga impresa in una partita contro la Yugoslavia. E l'importanza del Grande Torino per il calcio italiano e la Nazionale potrebbe essere considerata proprio prendendo a prestito il comportamento della nostra massima rappresentativa nell'occasione in cui Pozzo, ormai irretito dalla diatriba sul modulo di gioco con Novo, decise di convocare solo quattro torinisti in vista dell'impegno con l'Austria del 9 novembre 1947. Quel giorno infatti l'Italia, nonostante una strepitosa partita di Maroso, applaudito a scena aperta dal competente pubblico del Prater, fu travolta dalla rappresentativa austriaca con un disastroso 5-1 che marchiò nella maniera peggiore l'esordio di Giampiero Boniperti.
Dopo un campionato come questo, l'intelaiatura non poteva che rimanere la stessa in ossequio al vecchio detto "squadra che vince non si tocca". Uniche eccezioni furono quelle del terzino spezzino Tomà, potenziale sostituto di Maroso, sovente afflitto da una fastidiosa pubalgia che rendeva necessario metterlo a riposo, e dall'attaccante rumeno Fabian che era stato acquistato da Novo come possibile alternativa presente e, soprattutto futura, di Gabetto del quale, data l'avanzata età, molti preconizzavano un possibile tramonto. Soprattutto Tomà poteva essere considerato l'ennesimo pregevole tassello di un puzzle composto con impareggiabile maestria da Novo, in quanto si trattava di uno dei migliori difensori delle ultime leve del nostro calcio. Per il resto Novo decise di dare piena fiducia a tutti i titolari e alle "riserve" Martelli e Ossola, respingendo l'ormai ossessivo assalto della concorrenza ai tanti pezzi pregiati di cui si compone l'ingranaggio messo su dal Presidentissimo. Tra l'altro il torneo 1947-48 si preannunciava come una estenuante maratona, poichè le maglie della serie A erano state allargate a ventuno squadre onde recuperare la Triestina, terminata in serie B nell'annata precedente e recuperata per motivi politici, per cui era necessario allargare la rosa in modo da non trovarsi scoperti di fronte a sempre possibili emergenze.


QUATERNA

Si torna al Girone Unico. La campagna acquisti di Novo lancia un preciso messaggio: il Torino non ha alcuna intenzione di abdicare. Un inizio lento viene spazzato via dalla vittoria di Roma. Il big match con il Bologna vede Il Torino vincere alla grande. Inizia la galoppata trionfale: terzo titolo di fila.

Alla guida della squadra non c'era più Ferrero, che aveva lasciato il posto a Sperone, mentre Copernico andava ad assumere le funzioni di direttore sportivo; inoltre c'era da registrare il prezioso rientro di Egri Erbstein nei ranghi societari, dopo la brutta parentesi delle persecuzioni razziali. Il torneo iniziò nel migliore dei modi, con la netta vittoria ai danni del Napoli, un 4-0 che dimostrò subito la volontà di non abdicare al ruolo assunto nelle stagioni precedenti. La sconfitta sul campo di Bari, con il portiere dei galletti Costagliola gran protagonista, venne immediatamente riscattata dal 6-0 rifilato alla Lucchese. Ancora peggio andò poi alla Roma, ormai lontano parente dello squadrone che nel corso degli anni antecedenti alla guerra aveva sovente battagliato con le grandi del Nord, letteralmente annichilita sul suo campo con un roboante 7-1. Altre due vittorie precedettero poi il primo derby stagionale che vide la Juventus costringere al pari la squadra di Sperone, con reti di Ciccio Sentimenti III e Mazzola. Nel turno successivo fu poi il Bologna ad godere del rilassamento granata, vincendo con una rete di Cappello. Il 25 gennaio del 1948 però, la sconfitta con il Milan, la quarta dall'inizio della stagione, dette la spinta decisiva ai granata per un rush finale travolgente, nel corso del quale tutti gli ostacoli furono travolti con facilità quasi irrisoria. A fare le spese di questo vero e proprio tritasassi, fu soprattutto l'Alessandria seppellita sotto un terrificante 10-0 nonostante la presenza nelle sue fila di un apprezzatissimo ex come Gallea.
Ma la vittoria simbolo dell'anno, può essere considerata quella con la Lazio, del 30 maggio 1948 al Filadelfia. I romani andarono addirittura in vantaggio di tre reti, con una terza segnatura propiziata da un errato rinvio di Bacigalupo che depositò la palla sui piedi di Magrini, al quale non rimase che da ringraziare andando a segnare una rete che avrebbe smontato qualsiasi squadra. Non il Grande Torino però che spronato anche dall'ironia dell'ex Piacentini, il quale commise l'errore di risvegliare il leone dormiente sfottendo Gabetto, decise infine di rimediare ad un passivo che avrebbe portato alla caduta dell'imbattibilità del Filadelfia, ormai vecchia di anni. Capitan Mazzola infatti, chiamò a raccolta la squadra, che percepì subito il segnale del capitano e si scatenò in una danza infernale placatasi soltanto quando finalmente Gabetto depositò nella rete di Gradella, tra il delirio dei tifosi e la costernazione dei capitolini, che già pregustavano la grande impresa, il pallone del 4-3.

BILANCI

Le cifre finali del 1947-48 sono abbastanza eloquenti: il Grande Torino non vince, domina. 125 reti segnate e soltanto 33 subite. Mazzola dimostra ancora una volta di essere il leader incontrastato della squadra. Per le rivali non basta neanche la riapertura delle frontiere. Parola d'ordine: strappare i gioielli a Novo.

Le cifre finali della stagione 1947-48 furono ancora più eloquenti di quelle dell'anno precedente e affermavano nel modo più eloquente possibile il divario ormai acquisito dalla compagine costruita da Novo sul resto del lotto, ormai ridotto a lottare per la seconda piazza. Le cifre erano ormai di una chiarezza esaustiva: il Grande Torino non si limitava a vincere, ma dominava senza incontrare resistenza alcuna. Stavolta le lunghezze di vantaggio su Milan, Juventus e Triestina, seconde, erano sedici. Le reti segnate erano invece salite a 125, con Valentino Mazzola ancora una volta a far la parte del leone con 25 centri, davanti a Guglielmo Gabetto, fermo a 23 "soltanto". Sul fronte delle reti al passivo, v'era invece da registrare il fatto che Bacigalupo soltanto 33 volte s'era dovuto chinare a raccogliere il pallone scagliato dagli avversari nella sua porta, a dimostrazione del livello di affiatamento raggiunto dalla squadra e del fatto che la stessa si muoveva ormai come una orchestra.
Parlare di concorrenza in presenza di cifre di questo genere, sembra un puro esercizio di retorica, come capirono le altre grandi, ormai annichilite da uno strapotere assoluto e mai verificatosi prima nella storia del nostro sport più popolare, neanche ai tempi della Juventus dei cinque titoli consecutivi. Neanche la riapertura delle frontiere chiesta e ottenuta dalle altre grandi, aveva potuto ovviare ad una superiorità così schiacciante, che poneva il Torino lontano anni luce dalla concorrenza, che tra l'altro vedeva ogni anno aumentare il divario, invece di accorciare le distanze. L'unica strada percorribile poteva diventare quella di strappare a Novo alcuni dei suoi pezzi pregiati, a partire da quel Valentino Mazzola verso il quale partì una vera e propria offensiva volta a convincerlo a cambiare casacca, con l'Inter in prima fila.