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L'AVVENTO DI NOVO - LA PRIMA PIETRA - UNA COPPIA PORTENTOSA - L'ADOZIONE DEL SISTEMA - I PRIMI TRIONFI - LA GUERRA FERMA TUTTO - IL GRANDE TORINO - UNA VERA EPOPEA - DIECI IN NAZIONALE - LA SCIAGURA DI SUPERGA - UN LUTTO NAZIONALE - GRANDE TORINO PER SEMPRE


SI COMPLETA IL MOSAICO

L'arrivo di Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Mario Rigamonti e Virgilio Maroso ridisegna la difesa. Il Grande Torino ha ormai preso corpo. Un portiere strordinario. Aldo Ballarin, fortissimamente Toro. L'arrivo di Castigliano a metà campo completa il piano di Ferruccio Novo.

In vista della ripresa dell'attività, Novo aveva operato alcuni importanti ritocchi nella rosa. Tra gli altri era arrivato dal Savona un giovane portiere, Valerio Bacigalupo, fratello di quel Manlio che aveva indossato la maglia granata verso la fine degli anni '20 e che era considerato dagli osservatori una grandissima promessa. Dopo averlo provato nel corso delle amichevoli che avevano preceduto l'avvio del campionato, Novo decise con una delle sue proverbiali intuizioni, di lanciarlo in prima squadra nonostante l'azzardo rappresentato dalla sua giovanissima età. Dotato di straordinari mezzi fisici (era assai diverso dai portieri dell'epoca, tanto da essere in seguito stato considerato probabilmente il primo portiere dell'era moderna proprio per tale caratteristica) Bacigalupo divenne subito una sicurezza, sbalordendo per l'autorità con la quale governava la difesa e ripagò ampiamente Novo della fiducia che questi gli aveva accordato, dimostrando ancora una volta che il Presidentissimo difficilmente sbagliava le sue scelte.
A completare il rinnovo della difesa arrivò una nuova coppia di terzini, Aldo Ballarin dalla Triestina, e Virgilio Maroso, che Novo aveva scovato nella squadretta del Borgata Vittoria. Ballarin era stato in precedenza richiesto da molte squadre, per effetto di una grande continuità di rendimento esibita tra i giuliani. Quando gli arrivò la chiamata di Novo però, decise subito di aderire all'invito del presidente granata, tanto da affermare che al Torino sarebbe andato a piedi ove fosse stato necessario. Maroso era stato scoperto da Sperone ed era costato pochissimo. Le straordinarie doti tecniche che aveva messo in mostra sin dai suoi precoci esordi ne facevano presagire una prossima esplosione. I due si integravano alla perfezione, andando a costituire una coppia praticamente senza eguali. Veloce e potente uno (Ballarin), tecnico l'altro (Maroso) con spiccate propensioni offensive. Col loro arrivo, e con quello del possente centromediano Rigamonti dal Brescia e di Eusebio Castigliano dallo Spezia, il disegno di Novo era in pratica finito. Era nato il grande Torino.


IL SECONDO SIGILLO

Torna il calcio vero. La Federazione decide per igironi territoriali. Difficile pronostico. Il Torino di Novo parte coi favori del pronostico e dimostra subito di che pasta è fatto. Scatta la seconda fase e La Juve sorprende i granata, ma il Napoli rimette le cose a posto all'ultima giornata.

Il torneo 1945-46 si svolse con una formula che ricordava i tornei disputati prima dell'introduzione del girone unico, vista la pratica impossibilità di disputare un normale torneo a girone unico. I gironi territoriali, uno al Nord e uno al Centrosud, avrebbero dovuto decidere quattro squadre ciascuno che si sarebbero giocate il titolo. Questa formula era figlia delle difficoltà di spostamento derivanti dalle distruzioni delle vie di comunicazione operate dalla guerra appena terminata, in una Italia che ancora doveva riprendersi compiutamente. Tra l'altro era un torneo dai contorni molto incerti, poichè nessuno poteva prevedere quale sarebbe stato il vero rendimento di giocatori che nel corso della guerra avevano dovuto badare più che altro a salvare la vita che non a coltivare le proprie doti pedatorie. Inoltre non si sapeva quale poteva essere il divario tra le due parti del paese, dopo tre anni in cui non v'era stata occasione di confronto. Naturalmente il Torino partiva coi favori del pronostico, in considerazione del pezzetto di stoffa tricolore che ancora campeggiava sulle sue maglie e di quello che aveva saputo combinare nell'ultimo torneo vero disputato prima della forzata interruzione.
E il Torino non deluse il pronostico. Vinto ampiamente il girone eliminatorio, nell'ultima parte di esso dette luogo ad un rilassamento che però terminò non appena scattò la seconda fase. Nella prima partita della stessa infatti, i granata frantumarono la Roma con un 7-0 che non ammetteva repliche. Fu poi la volta del Milan, 3-0 netto, cui tennero dietro altre due vittorie con Napoli e Bari. L'1-0 con l'Inter introdusse il Torino al primo derby di questo girone finale, ove i bianconeri riuscirono a sorprendere i granata, vincendo lo scontro diretto con una rete di Piola su rigore. A complicare ulteriormente le cose arrivò poi un nuovo doppio scivolone con le milanesi (6-2 con l'Inter dello scatenato Candiani, 2-0 con il Milan), che permise alla Juventus di ritrovarsi in testa con due lunghezze di vantaggio a due turni dal termine e proprio a ridosso dello scontro diretto. Obbligato a vincere il Torino rispose da par suo, operando il riaggancio. E proprio all'ultimo turno il sogno della Juventus andava ad infrangersi per effetto di un pareggio a Napoli che permetteva al Torino, vittorioso con un sonoro 9-1 sulla Pro Livorno, di andare a cingere il terzo scudetto della sua storia, secondo consecutivo.

LA MODESTIA DI RIGAMONTI

Mario Rigamonti, il brutto anatroccolo del Grande Torino. Il meno dotato dal punto di vista tecnico, ma egualmente fondamentale. Un agonista congenito. La modestia come caratteristica fondamentale. La strada è chiusa in Nazionale, ma c'è il grande Carlo Parola...

Mario Rigamonti fu con ogni probabilità il giocatore meno dotato dal punto di vista tecnico del Grande Torino, anche se parlare di giocatore scarso rappresenterebbe una vera bestemmia, visto il livello dell'atleta in questione. Se il lavoro di cesello non era proprio il suo forte, bisogna però considerare che il forte centrale difensivo bresciano aveva saputo ritagliarsi un posto di rilievo pur in mezzo a tanti fuoriclasse, tanto da farlo descrivere così a Renzo De Vecchi: "Più impeto che finezza, più inventiva che calcolo, più lavoro di scalpello che di cesello." E infatti il suo ruolo in quella straordinaria galleria di campioni, era di fondamentale importanza. A lui infatti toccava sempre in sorte il compito di arginare l'avversario più forte, il più rognoso e nell'espletare questo compito, Rigamonti si esaltava in virtù di un agonismo congenito. Assai difficilmente il giocatore sottoposto alle sue cure riusciva a passare una domenica tranquilla e a svolgere il suo gioco, molto più spesso finiva avviluppato nella ragnatela predispostagli intorno da Rigamonti ed emarginato dal vivo dell'azione.
Campione anche di modestia, Rigamonti era consapevole delle piccole lacune di carattere tecnico che ne limitavano un poco il rendimento, tanto da rispondere in questo modo a chi gli chiedeva ragguagli su Valentino Mazzola: "Lui da solo è mezza squadra. L'altra mezza la facciamo noi altri tutti insieme!" E a chi lo stuzzicava sul fatto che in Nazionale trovava la strada chiusa da Parola, usava ribattere che Parola era il miglior centromediano del mondo, lui si accontentava di esserne la riserva. E al fine di poter avvicinarsi alla classe del suo illustre antagonista, continuava a migliorarsi centimetro dopo centimetro, sperando un giorno di poterlo scalzare dal ruolo di indiscusso titolare. Magari i viziatissimi campioni di oggi avessero anche soltanto un briciolo della sua consapevolezza...