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L'AVVENTO DI NOVO -
LA
PRIMA PIETRA - UNA
COPPIA PORTENTOSA -
L'ADOZIONE DEL SISTEMA
- I
PRIMI TRIONFI - LA
GUERRA FERMA TUTTO -
IL
GRANDE TORINO - UNA
VERA EPOPEA - DIECI
IN NAZIONALE - LA
SCIAGURA DI SUPERGA -
UN
LUTTO NAZIONALE - GRANDE
TORINO PER SEMPRE
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SI COMPLETA IL
MOSAICO |
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In
vista della ripresa dell'attività, Novo aveva operato alcuni importanti
ritocchi nella rosa. Tra gli altri era arrivato dal Savona un giovane
portiere, Valerio Bacigalupo, fratello di quel Manlio
che aveva indossato la maglia granata verso la fine degli anni '20 e che
era considerato dagli osservatori una grandissima promessa. Dopo averlo
provato nel corso delle amichevoli che avevano preceduto l'avvio del
campionato, Novo decise con una delle sue proverbiali intuizioni, di
lanciarlo in prima squadra nonostante l'azzardo rappresentato dalla sua
giovanissima età. Dotato di straordinari mezzi fisici (era assai diverso
dai portieri dell'epoca, tanto da essere in seguito stato considerato
probabilmente il primo portiere dell'era moderna proprio per tale
caratteristica) Bacigalupo divenne subito una sicurezza, sbalordendo per
l'autorità con la quale governava la difesa e ripagò ampiamente Novo
della fiducia che questi gli aveva accordato, dimostrando ancora una volta
che il Presidentissimo difficilmente sbagliava le sue scelte. |
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IL SECONDO SIGILLO |
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Il torneo 1945-46
si svolse con una formula che ricordava i tornei disputati prima
dell'introduzione del girone unico, vista la pratica impossibilità di
disputare un normale torneo a girone unico. I gironi territoriali, uno al
Nord e uno al Centrosud, avrebbero dovuto decidere quattro squadre
ciascuno che si sarebbero giocate il titolo. Questa formula era figlia
delle difficoltà di spostamento derivanti dalle distruzioni delle vie di
comunicazione operate dalla guerra appena terminata, in una Italia che
ancora doveva riprendersi compiutamente. Tra l'altro era un torneo dai
contorni molto incerti, poichè nessuno poteva prevedere quale sarebbe
stato il vero rendimento di giocatori che nel corso della guerra avevano
dovuto badare più che altro a salvare la vita che non a coltivare le
proprie doti pedatorie. Inoltre non si sapeva quale poteva essere il
divario tra le due parti del paese, dopo tre anni in cui non v'era stata
occasione di confronto. Naturalmente il Torino partiva coi favori del
pronostico, in considerazione del pezzetto di stoffa tricolore che ancora
campeggiava sulle sue maglie e di quello che aveva saputo combinare
nell'ultimo torneo vero disputato prima della forzata interruzione. |
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LA MODESTIA DI
RIGAMONTI |
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Mario Rigamonti
fu con ogni probabilità il giocatore meno dotato dal punto di vista
tecnico del Grande Torino, anche se parlare di giocatore scarso
rappresenterebbe una vera bestemmia, visto il livello dell'atleta in
questione. Se il lavoro di cesello non era proprio il suo forte, bisogna
però considerare che il forte centrale difensivo bresciano aveva saputo
ritagliarsi un posto di rilievo pur in mezzo a tanti fuoriclasse, tanto da
farlo descrivere così a Renzo De Vecchi: "Più impeto che finezza,
più inventiva che calcolo, più lavoro di scalpello che di cesello."
E infatti il suo ruolo in quella straordinaria galleria di campioni, era
di fondamentale importanza. A lui infatti toccava sempre in sorte il
compito di arginare l'avversario più forte, il più rognoso e
nell'espletare questo compito, Rigamonti si esaltava in virtù di un
agonismo congenito. Assai difficilmente il giocatore sottoposto alle sue
cure riusciva a passare una domenica tranquilla e a svolgere il suo gioco,
molto più spesso finiva avviluppato nella ragnatela predispostagli
intorno da Rigamonti ed emarginato dal vivo dell'azione. |
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