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L'AVVENTO DI NOVO - LA PRIMA PIETRA - UNA COPPIA PORTENTOSA - L'ADOZIONE DEL SISTEMA - I PRIMI TRIONFI - LA GUERRA FERMA TUTTO - IL GRANDE TORINO - UNA VERA EPOPEA - DIECI IN NAZIONALE - LA SCIAGURA DI SUPERGA - UN LUTTO NAZIONALE - GRANDE TORINO PER SEMPRE


UN INIZIO STENTATO

Con Mazzola e Loik arriva anche Grezar, il mediano ideale per il Metodo. Il Torino viene indicato come la squadra da battere. Kutik alla guida tecnica della squadra. L'abbandono del Sistema e il ritorno al Metodo provocano una crisi di rigetto da parte dei giocatori granata. 

Con Mazzola e Loik arrivò anche Giuseppe Grezar che Novo prelevò dalla Triestina per la bella somma di 250.000 lire. Mediano portato soprattutto alla copertura, Grezar si era messo in grande evidenza nelle stagioni passate tra gli alabardati, tanto da raggiungere la maglia azzurra. Ennesimo rappresentante di una scuola che aveva prodotto grandi mediani in serie in quei decenni, Grezar possedeva al contempo una tecnica di primo piano che gli permetteva di lavorare con grande profitto anche in fase di costruzione del gioco e di appoggio alle punte e proprio queste doti ne facevano il completamento ideale del centrocampo disegnato dal Presidentissimo e dai suoi consiglieri con l'adozione del Sistema, nel quale ai mediani era chiesta una partecipazione al gioco che col Metodo non era invece necessaria, visto che dovevano occuparsi soprattutto delle insidie portate dalle ali avversarie.
I rinforzi dell'estate posero il Torino nel ruolo di favorita d'
o
bbligo per il titolo della stagione 1942-43, poichè a detta unanime degli osservatori la squadra granata, già molto forte nel corso dell'annata appena conclusa, aveva aumentato in maniera esponenziale il suo già ragguardevole potenziale con una campagna di rafforzamento così congegnata e si candidava in maniera prepotente a contendere lo scudetto alla Roma campione e alle altre squadre che erano accreditate di velleità di vittoria. Alla guida della squadra, Novo pose Kutik, chiedendogli l'unico risultato possibile: lo scudetto, unico possibile obiettivo che potesse ripagare simile sforzo economico. Eppure questa campagna acquisti, salutata come un capolavoro dagli addetti ai lavori a bocce ferme, all'inizio del nuovo campionato sembrò addirittura inadeguata, tanto che nelle prime due partite del torneo il Torino dovette lasciare (tra la sorpresa generale) l'intera posta, prima a Milano con l'Ambrosiana e poi al "Filadelfia" contro il Livorno, proprio quel Livorno che avrebbe stupito il mondo calcistico nazionale, dando luogo ad un campionato strepitoso durante il quale avrebbe conteso palmo su palmo al Torino già grande di Novo, l'ambito traguardo finale.

IL SECONDO SCUDETTO

Il ritorno al Sistema prima del derby. I risultati si vedono subito. Il Torino rientra nella lotta per il titolo. Il Livorno stupisce tutti. Lo scontro diretto finisce a reti inviolate. Il Torino si presenta con un punto di vantaggio a Bari. La rete di Mazzola, nei minuti finali, consegna lo scudetto al Toro!

Che cosa era successo? Semplicemente Novo, sembra per fare una cortesia all'amico Pozzo, aveva chiesto a Kutik di tornare al Metodo, provocando sconcerto nella squadra, che stava cercando di impadronirsi del nuovo schema e che vedeva andare in fumo gli sforzi fatti sino a quel momento. A consigliare Novo in questo senso fu probabilmente anche la constatazione che il Sistema, aveva bisogno di tempo per poter essere metabolizzato dai giocatori, tempo che ormai lui non aveva intenzione di concedere proprio in virtù delle grandi aspettative che aveva riposto sulla squadra. Messo alle strette dal pessimo inizio e dall'allarme provocato nell'ambiente torinista, il Presidentissimo decise di rischiare il tutto per tutto e di tornare al Sistema in vista del derby con la Juventus, che si risolse con un vero e proprio trionfo per il Torino, in virtù di un 5-2 firmato da una doppietta di Menti e dalle segnature di Loik, Mazzola e Ferraris II. Era il primo segnale della riscossa e la più eloquente delle conferme sulla bontà del Sistema. Fu questa la prima di sei vittorie di fila che permisero al Torino di risalire prepotentemente in classifica, in linea con le ambizioni di inizio stagione. Nel primo turno di ritorno arrivò però l'imprevista sconfitta contro l'Ambrosiana degli ex Gaddoni e Bo, a complicare le cose, permettendo al Livorno, che ormai non poteva più essere considerato una sorpresa o, peggio ancora, un fuoco di paglia, di riprendere pericolosamente la fuga. Lo 0-0 nello scontro diretto dell'Ardenza permise ai granata di arginarla, per poi approfittare del comprensibile calo labronico che consentì agli uomini capitanati da Mazzola di arrivare con un punto di vantaggio all'ultimo turno. La partita di Bari contro i pericolanti galletti, giocata sotto un caldo asfissiante, rivelò ben presto tutte le sue difficoltà, coi pugliesi decisi a non farsi battere e si risolse solo nel finale grazie ad una rete di Valentino Mazzola, che dimostrava in questo modo nella maniera più evidente la sua statura di leader, come venne sportivamente e platealmente riconosciuto dall'allenatore biancorosso Costantino il quale, nonostante lo sconforto per la retrocessione della sua squadra volle stringere la mano al capitano granata. Era lo scudetto, il secondo della storia granata!

ANCHE LA COPPA ITALIA

Una storica accoppiata. Una incredibile semifinale con la Roma. Il romanzesco prologo: all'albergo della Roma vengono recapitate un paio di forbici. I giallorossi si difendono strenuamente, ma subita la rete di Ossola inscenano una clamorosa protesta. In finale il Torino distrugge il Venezia.

Al secondo scudetto i granata fecero immediatamente seguire la Coppa Italia. L'ostacolo maggiore sulla strada dello storico bis si rivelò la Roma. I giallorossi infatti, dopo un torneo deludente dovuto probabilmente all'appagamento per il titolo conquistato un anno prima, avevano puntato tutte le loro carte su questa competizione incrociandosi proprio coi neocampioni in semifinale. La partita ebbe un prologo farsesco (all'albergo dove aveva preso alloggio la Roma erano infatti arrivate delle forbici con le quali i tifosi granata chiedevano ironicamente ai giallorossi di scucirsi lo scudetto dal petto) e un epilogo drammatico. Sul finire della partita e col punteggio inchiodato sull'1-1, il Torino segnò la rete del vantaggio con la difesa romanista praticamente ferma per un supposto fuorigioco di Ossola. Il goal del 2-1 granata fu a lungo contestato dalla Roma e nella zuffa che ne seguì, l'arbitro Pizziolo fu colpito da un calcio del romanista Dagianti che il fischietto toscano attibuì a Amadei, il quale fu squalificato a vita (squalifica poi condonata nel corso degli anni successivi). Alla ripresa della partita Ossola segnò un'altra rete con la difesa romanista praticamente ferma per protesta, ma ormai la contesa era degenerata, tanto che i giocatori della Roma cominciarono a scaraventare tutti i palloni in tribuna con intento evidentemente polemico. Molto più tranquilla fu la finalissima di Milano che il Torino vinse sul Venezia con un netto 4-0, con una nuova doppietta di Ossola e reti di Mazzola e Ferraris, completando in questo modo una annata indimenticabile.
In una stagione indimenticabile, bisogna ricordare il ruolo avuto da una vecchia gloria granata, quell'Emilio Janni che era stato uno dei migliori giocatori italiani del periodo compreso tra le due guerre e una colonna del primo Torino scudettato. Chiamato da Novo a sostituire Kutik, che aveva pagato il pessimo avvio della squadra, Janni riuscì a ridare tranquillità ai giocatori e a rimetterli in carreggiata. Con estrema modestia e nonostante l'evidenza del buon lavoro svolto, che si era sviluppato soprattutto dal punto di vista della tenuta dello spogliatoio e da quello psicologico, Janni attribuì tutti i meriti dello scudetto vinto alla squadra, anche se saltava agli occhi degli osservatori più smaliziati che la vecchia bandiera granata aveva messo molto di suo nell'ottimo finale che aveva visto il Torino macinare gli avversari e andare a centrare una doppietta campionato - Coppa Italia, che non era mai riuscita prima a nessuna squadra.