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L'AVVENTO DI NOVO -
LA
PRIMA PIETRA - UNA
COPPIA PORTENTOSA -
L'ADOZIONE DEL SISTEMA
- I
PRIMI TRIONFI - LA
GUERRA FERMA TUTTO -
IL GRANDE TORINO - UNA
VERA EPOPEA - DIECI
IN NAZIONALE - LA
SCIAGURA DI SUPERGA - UN
LUTTO NAZIONALE - GRANDE
TORINO PER SEMPRE
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NEL CUORE DEGLI
ITALIANI
La tragedia colpisce
profondamente tutto il paese. Il Torino era il simbolo della ricostruzione in atto e
stava ricostruendo la nostra immagine all'estero. Il Tifone titola: "Non credevamo di amarli tanto".
L'ultimo atto della sciagura: il River Plate decide di giocare in onore degli scomparsi.
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La
tragedia colpì profondamente il paese in quanto era molto difficile
pensare che dei giovani nel pieno del loro vigore, sopravvissuti
ad un conflitto feroce come quello che si era appena concluso, potessero
morire in quel modo. Inoltre il Grande Torino era stata uno dei simboli
del ritorno alla pace dopo le tragedie della guerra e aveva contribuito
positivamente a ricostruire la nostra immagine all'estero, dopo
il Ventennio della dittatura fascista e la disgraziata decisione di
Mussolini di aggredire la Francia e di allearsi alla Germania nazista, per
effetto delle tante tourneè all'estero
cui
aveva dato luogo in quegli anni.
Lo sbigottimento fu probabilmente il sentimento dominante nel corso dei
funerali, il sentimento comune alle decine e decine di migliaia di persone
che si strinsero intorno ai familiari dei caduti in quel giorno terribile.
Fu un titolo del Tifone, giornale sportivo di Roma, a rendere in maniera
esemplare l'ondata di affetto che accompagnò i giocatori nel loro ultimo
viaggio terreno: "Non credevamo di amarli tanto."
Ma non soltanto l'Italia scoprì il suo infinito amore verso una squadra
che aveva significato tanto nella storia non solo del suo sport nazionale,
ma anche del costume. L'ultima appendice della sciagura fu la gara tra una
squadra composta da molti dei migliori elementi del nostro calcio, il
Torino Simbolo, e il River Plate. I dirigenti argentini infatti, appresa
la notizia della tremenda sciagura, avevano deciso di mettersi a
disposizione per una amichevole a favore dei familiari delle vittime e
senza pretendere una sola lira, sancendo nel modo migliore la solidarietà
internazionale verso una squadra e una città così duramente colpite. La
partita del 26 maggio, finita 2-2, suggellò la storia di una squadra che
non sarebbe più uscita dal cuore degli Italiani.
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PERDITA
IRREPARABILE
Con la scomparsa del Grande Torino comincia la notte più buia del nostro calcio.
La squadra granata avrebbe fornito l'ossatura della nazionale ai mondiali dell'anno
sucessivo. Impossibile rimediare alla scomparsa di assi come Mazzola, Maroso o Bacigalupo. Un colpo mortale
per le ambizioni dell'Italia.
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Il terribile
schianto dell'aereo del Grande Torino sul muraglione di Superga, avrebbe
riverberato per molti anni i suoi tragici effetti sul calcio italiano,
tanto da assumere valenza epocale. Il Grande Torino era infatti quanto di
meglio aveva espresso il nostro calcio nel periodo che faceva seguito alla
guerra mondiale e già si parlava dell'Italia come della squadra da
battere ai mondiali del 1950. Gli stessi brasiliani del resto avevano
potuto ammirare all'opera lo squadrone granata nel corso di una tourneè
del 1948 durante la quale soltanto il Corinthians era riuscita ad avere la
meglio sui torinisti e avevano appurato che col loro apporto, la squadra
italiana sarebbe stato un osso duro per tutte le pretendenti al titolo, a
partire naturalmente dallo stesso Brasile.
La perdita più irreparabile era sicuramente quella di Valentino Mazzola,
uno tra i maggiori fuoriclasse mai espressi dal calcio mondiale, il quale
dopo una serie di difficoltà dovute più che altro al peso della
responsabilità che si sentiva piombare addosso ogni volta che indossava
la maglia azzurra (Parola al proposito disse: "Soffriva solo due
cose. Quella mignatta di Depetrini che in campo gli toglieva il fiato e la
maglia azzurra che lo innervosiva in maniera incredibile."), era
riuscito ad imporre il timbro della sua classe anche alla nostra maggiore
rappresentativa diventadone il vero e proprio faro e si apprestava a far
vedere ciò di cui era capace anche ai mondiali che si sarebbero svolti
nel 1950. Ma oltre a quella di Mazzola pesavano sul nostro calcio le
scomparse di giocatori giovani e in grandissima ascesa come Bacigalupo,
Maroso, Martelli o di anziani ormai nella piena maturità agonistica come
Ossola, Menti e Ballarin. Per non tacere poi di autentici fuoriclasse come
Loik e Gabetto. La scomparsa di tutta una generazione di campioni, in un
momento assai delicato come quello successivo alla fine della guerra, che
aveva impedito per ovvi motivi il ricambio generazionale del nostro calcio
d'elitè, costituiva un colpo mortale per le ambizioni presenti e future
della nostra Nazionale. Il calcio italiano veniva a trovarsi in pratica
all'anno zero.
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DIFFICILE EREDITA'
Grezar era stato il primo a rientrare a Torino dopo la guerra. Attaccatissimo alla
squadra, come in quel 4 maggio terribile. Per il Torino si apre un periodo molto
difficile. Novo prova a ricostruire una squadra degna dei caduti, ma è pressochè impossibile ridare vita ad
una compagine irripetibile.
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Nel mosaico di
storie umanissime che avevano composto l'irripetibile miscela del Grande
Torino, una di quelle che risaltavano maggiormente era quella di Grezar.
Il mediano era sempre stato attaccatissimo al Torino. Tra l'altro proprio
lui era stato il primo a rientrare in città dopo la guerra e questo fatto
aveva commosso Novo sino alle lacrime. Era talmente attaccato alla maglia
granata da far dire al grande Carlin:"...crediamo che sarebbe morto
di tristezza se non fosse perito col Torino. Non riusciamo a vedere Grezar
come unico superstite della squadra granata. Troppo l'amava. Morire, ma
essere in squadra." In quel terribile 4 maggio era in squadra...
La tragedia di Superga avrebbe pesato per molti anni sul Torino che,
naturalmente, non riuscì mai a risollevarsi a quei livelli, anche perchè
da quel momento Novo non si riprese più dal terribile colpo infertogli
dal destino. Per capirlo basterebbe andare a rileggere lo struggente
ricordo che egli fece ad un anno di distanza dalla tragedia su "Lo
Sport": "Io li rivedo tutti. Sono tutti qui con me, insieme ai
ragazzi di oggi. Se appena chiudo gli occhi li trovo seduti in sede, in
Via Alfieri. Con "Baci" c'è Puccioni
e c'è Romano, con Ballarin e Maroso ci sono Cuscela
e Molino, e Giuliano è con
Rigamonti. Li trovo tutti, tutti gli altri con quelli di oggi. Una grande
famiglia. La famiglia del mio Torino. Oggi davvero parlando di loro che
sono i prediletti non posso dimenticare quelli che ogni domenica indossano
ancora la maglia granata e con lo spirito agonistico di Mazzola e
compagni, anche se non con la loro grande abilità, continuano minuto per
minuto la grande storia. Se io non sentissi, o meglio non avessi sentito,
l'imperiosa necessità di continuare subito avrei tradito la volontà dei
miei ragazzi." Purtroppo Novo, nella frenesia di ricominciare e di
ricostruire qualcosa che potesse almeno lontanamente assomigliare alla sua
creatura fece molti errori, anche se comprensibili, vista la fretta e la
disperazione che accompagnarono le sue prime mosse. Probabilmente in
questi errori fu aiutato anche dall'aver capito in cuor suo la pratica
impossibilità di ripetere il miracolo che aveva portato alla nascita del
Grande Torino. purtroppo per lui, per i tifosi del Torino e per gli
sportivi italiani, il Grande Torino non esisteva più e non ve ne sarebbe
mai più stato un altro.
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