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L'AVVENTO DI NOVO -
LA
PRIMA PIETRA - UNA
COPPIA PORTENTOSA -
L'ADOZIONE DEL SISTEMA
- I
PRIMI TRIONFI - LA
GUERRA FERMA TUTTO -
IL GRANDE TORINO - UNA
VERA EPOPEA - DIECI
IN NAZIONALE - LA
SCIAGURA DI SUPERGA -
UN
LUTTO NAZIONALE - GRANDE
TORINO PER SEMPRE
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FERALE NOTIZIA |
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Alle
9,52 del 4 maggio, il giorno dopo aver giocato e perso per 4-3 la partita
col Benfica, l'aereo del Torino lasciò Lisbona. Dopo una sosta tecnica a
Barcellona, la comitiva puntò decisamente sull'Italia, ove però incontrò
pessimo tempo, caratterizzato da forte vento e pioggia. Proprio in
considerazione delle difficili condizioni atmosferiche, il pilota
dell'aereo decise di scartare gli scali di Milano e Genova e di puntare
direttamente verso Torino. Alle 17,03 dall'aereo giungeva l'ultimo
messaggio radio che annunciava il rientro e la prossima conclusione del
viaggio. Alle 17,05 dello stesso giorno il terribile schianto contro il
muraglione esterno della Basilica di Superga poneva fine alla vicenda
terrena e sportiva della più grande squadra mai espressa dal calcio
italiano. La notizia della sciagura fece rapidamente il giro del mondo
destando lo stupefatto dolore di addetti ai lavori e non, colpiti in
maniera terribile dalla ferale notizia. Vista la presenza nella comitiva
di due francesi, di un inglese e di un cecoslovacco, essa assumeva
veramente una rilevanza internazionale e ad esserne particolarmente
colpiti furono proprio i francesi. Alle ore 20 il presidente federale
Barassi fu costretto ad espletare il penoso compito di commemorare alla
radio i giocatori scomparsi, senza riuscire a portare a termine il
compito, causa la commozione che gli serrò la gola. |
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L'ULTIMO APPELLO |
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I funerali videro
praticamente tutta Torino partecipare in maniera commossa, mentre anche
l'Italia si stringeva attorno ad uno dei simboli del ritorno del paese
alla normalità dopo la fine del conflitto. Il Grande Torino fu pianto con
una commozione popolare che era direttamente proporzionale alla gioia che
la squadra aveva generosamente dispensato nel corso della sua parabola
agonistica. L'ultimo appello fu ancora di Ottorino Barassi, il quale dopo
aver simbolicamente premiato uno per uno i giocatori per la vittoria del
quinto scudetto (assegnato su impulso unanime delle società di serie A),
chiamò ancora una volta Mazzola, rivolgendosi a lui in qualità di
capitano: "Capitan Valentino questa è la Coppa, la quinta Coppa,
sorridi. E' una coppa grande, la coppa del Torino. Guarda come è grande.
E' tanto grande che non ne vedo nemmeno i contorni. E' grande come il
mondo, perchè contiene il cuore di tutto il mondo. Senti questo cuore
come freme, sentilo, ascoltalo Valentino. Questo grande cuore dice: Dio vi
benedica..." E tutti i cuori dell'Italia calcistica smisero veramente
di battere nel giorno nero del nostro calcio, per un lutto che non era
soltanto italiano, come sintetizzò al meglio l'"Equipe":
"Il lutto del calcio italiano è lutto mondiale e quasi a implacarne
il carattere internazionale, il destino ha voluto che della tragica
comitiva facessero parte due francesi, due ungheresi (Schubert era di
origine ungherese, Ndr.) e un inglese." Il 15 maggio, dopo giorni di
commossa e continua affluenza alle tombe dei caduti, undici maglie granata
sbucarono nuovamente dal sottopassaggio del Filadelfia, per giocare col Genoa,
come preventivato dal calendario prima della tragedia. Erano i ragazzi del
vivaio a concludere, giocando contro i coetanei delle squadre avversarie,
il torneo 1948-49, quello che andava a sigillare, nel modo più drammatico
possibile, la leggenda del Grande Torino. Erano gli stessi ragazzi coi
quali amava trascorrere il suo tempo Lievesley e che durante gli
allenamenti studiavano i movimenti dei grandi, sperando un giorno di
prenderne il posto: mai però avrebbero immaginato di farlo in modo così
tragico. E' il caso di ricordarne i nomi, perchè quasi nessuno di loro,
quasi schiacciato dal peso della responsabilità avrebbe poi fatto quella
carriera che prima della sciagura sembrava possibile. Vandone;
Motto, Mari; Macchi, Ferrari, Lussu;
Giuliano, Francone, Marchetto,
Gianmarinaro, Balbiano.
Tra di loro soltanto Giuliano, che del resto aveva già esordito col
Grande Torino, riuscì a svolgere poi una carriera di rilievo, mentre
molti fecero praticamente perdere le loro tracce, quasi incapaci di
superare il trauma causato dalla tragedia. |
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IMPLACABILE
DESTINO |
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Tante storie
componevano il mosaico di quella che era stata la squadra più bella che
l'Italia avesse mai prodotto. Storie di gavetta e sofferenza, di modestia
e generosità, storie di ragazzi che avevano avuto la ventura di una
chiamata da parte di Novo dopo anni di tirocinio. Storie che unite una
all'altra avevano dato luogo ad una miscela probabilmente irripetibile,
quel Grande Torino che Novo ed Erbstein avevano plasmato anno dopo anno,
mettendo nel loro lavoro non solo la estrema competenza che il mondo
calcistico gli aveva unanimamente riconosciuto, ma anche tanto sentimento,
quel sentimento che i giocatori granata avevano poi posposto a valori più
materiali, decidendo di rimanere in granata nonostante le sirene sempre
più allettanti provenienti da altri lidi. |
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