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DALLA
FONDAZIONE AI PRIMI TITOLI - IL
GRANDE GENOA - DOPO
LA GUERRA, ANCORA TRIONFI - AD UN PASSO
DALLA STELLA -
LA SERIE B - RINASCITA - UN DOPOGUERRA IN TONO MINORE - ALTI E BASSI - DAL
PURGATORIO ALL'INFERNO - LA SQUADRA ASCENSORE - L'ERA SPINELLI - GENOA OGGI
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LA GRANDE BEFFA |
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Ormai,
il Genoa era la squadra da battere, come dimostrò anche nella stagione
1923-24. Arrivato primo nel Girone A della Lega Nord, il Genoa superò il
Bologna nelle due finali di Lega per concludere la vittoriosa galoppata
con le due finali nazionali con il Savoia di Torre Annunziata che aveva
sorprendentemente eliminato le romane Lazio e Alba. L'ultima partita,
quella che sancì la definitiva vittoria del titolo, fu giocata il 7
settembre 1924, il trentunesimo compleanno del Grifone. Ad aumentare la
soddisfazione, c'era la constatazione che quello degli scudetti degli anni
Venti, era un Genoa formato soprattutto da genovesi. Gli unici provenienti
da fuori regione, erano il milanese De Vecchi, l'anziano Mariani e il
torinese Leale. Il 1924, vide tutta una serie di novità nella rosa di
prima squadra, a partire da Sardi che, per sopraggiunti limiti d'età,
gettava la spugna, sostituito da quel Cesare Alberti, attaccante del
Bologna, ceduto gratuitamente al Genoa in quanto ritenuto finito a causa
della rottura del menisco. Operato dal professor Drago (intervento
eseguito per la prima volta su di un atleta in Italia) Alberti qualche
mese dopo rientrò in campo risultando fino alla sua prematura scomparsa,
avvenuta nei primi mesi del 1926 per una infezione virale, una pedina
importantissima nello scacchiere di Garbutt. Alcuni incidenti di percorso,
nelle eliminatorie, fecero da prologo ad un finale di campionato a dir
poco sorprendente. Il Genoa si ritrovò per la terza volta di fronte al
Bologna. Nella prima finale disputata nel capoluogo felsineo si imposero i
rossoblù genovesi per 2 a 1. Nel ritorno i Grifoni, troppo sicuri del
fatto loro, come era successo quattro anni prima con la Pro Vercelli, si
fecero battere a domicilio con lo stesso risultato. La "bella"
venne disputata il 7 giugno sul campo (neutro) del Milan strabordante di
tifosi di entrambe le squadre (arrivati con treni speciali) e di molti
milanesi. Ben presto un gran numero di squadristi bolognesi andarono a
schierarsi tutt'intorno al rettangolo di gioco. L'arbitro Mauro diede il
fischio d'inizio della partita sperando di veder arrivare i duecento
agenti promessigli per ristabilire l'ordine, che però non giunsero mai.
Alla fine del primo tempo il Genoa conduceva per 2 a 0 (reti di Catto e
Alberti). Al 16' della ripresa successe il fattaccio: De Prà, con un
balzo felino, riuscì a deviare sull'esterno della rete un bolide di
Muzzioli. Mauro prima assegnò il calcio d'angolo, ma poi, a causa della
pressione insostenibile del pubblico di fede bolognese, entrato sul
terreno di gioco per andare a reclamare il punto insieme ai propri
giocatori convinti che il pallone avesse superato la linea fatale prima di
finire fuori, dopo aver tenuto duro per tredici interminabili minuti,
assegnò la rete al Bologna fra l'incredulità dei giocatori e dei
supporter genoani. Premurandosi però di sussurrare a De Vecchi che la
partita era da considerare conclusa. Quando a sei minuti dalla fine
Schiavio siglò la rete del pareggio mentre Pozzi tratteneva vistosamente
De Prà onde impedirgli la parata, De Vecchi e i suoi non rientrarono in
campo per i supplementari, convinti che la Disciplinare avrebbe
ristabilito la verità. Ma Leandro Arpinati, federale di Bologna e deus ex
machina della Federazione calcistica, si attivò con tutta la sua potenza
per cambiare le carte in tavola. L'arbitro Mauro, evidentemente
minacciato, nel suo rapporto cambiò completamente la versione dei fatti
trasformando un'invasione in piena regola in una "presenza di alcuni
estranei sul terreno di gioco". La partita doveva così essere
ripetuta il 5 luglio a Torino. E terminò ancora in un pareggio (1-1)
questa volta in maniera regolare, anche dopo i tempi supplementari. Ma
ormai gli animi si erano surriscaldati. Alla stazione di Porta Nuova,
nell'immediato dopo partita, da un finestrino del treno speciale dei
tifosi bolognesi furono sparati alcuni colpi di pistola verso il treno dei
genovesi, fra i quali uno rimase ferito. Il Genoa protestò, inoltrò una
richiesta ufficiale perché venissero
puniti i colpevoli. La Federazione, ormai nel marasma, non decise nulla.
Alla fine i dirigenti genoani si rifiutarono di disputare altri incontri
finché le cose non si fossero definitivamente chiarite e ordinarono il
"rompete le righe" ai loro giocatori. Dello scudetto 1924-25 se
ne sarebbe riparlato in autunno. Ma era un tranello. Improvvisamente da
Roma giunse un diktat: la finale si sarebbe disputata improrogabilmente il
giorno dopo (18 agosto) alle sette del mattino a porte chiuse allo stadio
Vigentino nella periferia milanese. Se il Genoa si fosse rifiutato di
giocare sarebbe stato radiato dalla Federazione. I giocatori, praticamente
già tutti al mare, furono richiamati in gran fretta, mentre i bolognesi,
avvertiti per tempo, avevano continuato ad allenarsi per un mese intero.
Il risultato fu scontato: i rossoblù di Garbutt, dopo aver cercato
disperatamente di pareggiare la rete segnata da Pozzi al 27' del primo
tempo (i petroniani erano rimasti in dieci per l'espulsione di Giordani
reo di un fallaccio su Santamaria), furono beffati in contropiede a cinque
minuti dalla fine. |
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L'ADDIO DI GARBUTT |
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Il
1925 era stato l'anno dell'ultima partita di capitan De Vecchi in
Nazionale dopo 31 partite con la maglia azzurra, nel corso delle quali il
fortissimo difensore aveva dispensato il suo altissimo magistero
calcistico anche a livello internazionale. Ma fu anche l'anno dell'arrivo
in rossoblù di un nuovo fuoriclasse. Fisico possente, scatto micidiale e
tiro al fulmicotone: si trattava dell'ala Felice Levratto,
uno dei più celebri sfondareti del calcio d'epoca, acquisito dal Verona.
Intanto però le carte si rimescolavano in maniera molto profonda perchè
cominciavano le defezioni di alcuni fra i maggiori e più celebrati
protagonisti degli ultimi anni: Leale aveva appeso le scarpe al chiodo per
dedicarsi alla politica, Bellini passò all'Inter mentre anche Bergamino e
Santamaria si ritirarono dall'attività. Le grandi novità interessavano
anche il settore dirigenziale ove, nel frattempo, anche il presidente
Guido Sanguineti aveva dato temporaneamente le dimissioni per seguire le
sue aziende in Sudamerica. |
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LA FINE DEL GRANDE
GENOA |
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Intanto
procedeva la riorganizzazione dei tornei nazionali che doveva portare al
varo del torneo unico, ed era iniziato il campionato con due gironi
nazionali e un girone finale a 6 squadre. Il comportamento del Genoa in
questa fase di transizione fu onorevole. Gli anni del dominio
incontrastato erano ormai un ricordo, ma la squadra continuava a battersi
ad alti livelli. Nel 1927-28, arrivato al girone finale, dovette cedere il
passo al Torino del celebre Trio per due soli punti, in un torneo che
aveva visto Levratto segnare ben 20 reti in 27 partite. Nel 1928-29
aumentarono ancora le partecipanti al massimo campionato: 16 per ciascuno
dei due gironi nazionali le cui rispettive vincitrici si incontreranno in
due finali. Ma il Genoa fu solo quarto nel suo girone. Fu quello il
campionato dell'addio al calcio giocato di De Vecchi e di Catto (per un
brutto incidente al menisco), mentre Burlando diradava notevolmente le sue
presenze in prima squadra. Ma fu anche l'anno in cui il Genoa cadde nella
sfera politica del fascismo: il 19 febbraio 1929 Giorgio Molfino,
segretario politico del GUF, fu invitato ufficialmente a far parte del
consiglio della società. Prima ancora che il campionato avesse termine i
rossoblù parteciparono allo spareggio con il Milan per poter disputare la
Coppa Europa, l'antenata della Coppa UEFA di oggi (la Coppa dei Campioni
dell'epoca era chiamata Coppa Internazionale). Dopo due pareggi - 2-2 a
Milano, 1-1 a Genova dopo i supplementari e mancando il tempo per una
terza finale, le due squadre dovettero affidarsi al sorteggio, che favorì
il Genoa. Ma quella prima esperienza in una competizione europea (cui
partecipa anche la Juventus) ebbe termine al primo turno quando il Genoa
fu sconfitto a Vienna dal Rapid, una delle più celebrate squadre
dell'epoca, per 5 a 1. Nel ritorno a Marassi comunque il Genoa si
lanciò all'attacco dal primo minuto giocando una generosissima e
sfortunatissima partita, senza riuscire a schiodare il risultato dallo
zero a zero iniziale (e colpendo ben quattro pali). A settembre la svolta:
la Federazione - come già programmato molti mesi prima - dette il via al
campionato a girone unico nazionale. E la nuova formula parve portare
fortuna al Genoa forte di una squadra piuttosto ben assortita. La campagna
acquisti vide l'arrivo del centromediano Albertoni,
del portiere Bacigalupo e dell'attaccante Banchero.
Con questi elementi base il Genoa disputò un notevolissimo campionato che
lo portò ad un soffio dallo scudetto. Il sogno della stella si dissolse
in una incredibile partita, la terzultima, giocata proprio contro la
capolista Ambrosiana. Quel giorno era la festa dell'Aviazione e prima
dell'incontro alcuni velivoli si esibirono in acrobatiche evoluzioni
proprio sopra lo stadio. Uno degli aerei avrebbe dovuto lanciare sul prato
il pallone della gara con un paracadute. Ma una delle tribune, stracolma
di spettatori, crollò e nell'incidente rimasero ferite ben 167 persone
tra cui due genovesi. Molti spettatori, nel fuggi fuggi generale, si
riversarono sul terreno di gioco. Nonostante tutto la partita venne fatta
disputare lo stesso (alle 17 e 20). Al quarto d'ora il Genoa era già in
vantaggio di due goal grazie ad altrettante prodezze di Levratto e Bodini.
Meazza dopo pochi minuti accorciò le distanze, ma fu ancora Levratto,
poco prima della mezz'ora, a riportare il distacco dai nerazzurri a due
lunghezze. Dopo tre soli minuti Meazza ristabilì le distanze, replicando
al decimo minuto della ripresa. Ad agevolare il suo compito fu anche
l'infortunio occorso a Bacigalupo poco prima del pareggio dell'Ambrosiana
in uno scontro con lo scatenato Meazza. Il numero uno rossoblù era
rimasto stordito e non si riebbe completamente (all'epoca non esistevano
le sostituzioni) per tutto il resto dell'incontro. Anzi, ad un minuto dal
termine - ancora sotto choc - si fece espellere per aver assestato un
pugno all'interista Blasevich che lo aveva caricato piuttosto rudemente,
raggiungendo Allemandi che lo aveva preceduto di pochi minuti. A rendere
ancora più acuti i rimpianti del Genoa fu però il rigore fallito al 40'
della ripresa da Banchero. Il Genoa, dopo il pareggio con l'Ambrosiana,
vinse i due rimanenti incontri senza però riuscire ad agguantare i
nerazzurri che si aggiudicarono il titolo con sole due lunghezze sui
grifoni (50 e 48 punti) secondi assoluti. Era il canto del cigno del
grande Genoa. Già nel febbraio dello stesso anno De Vecchi - ai ferri
corti con la nuova dirigenza - aveva rassegnato le dimissioni. Fu
sostituito da un tecnico magiaro, Geza Szekany. Fu in realtà un ottimo
allenatore, ma la sua originalità lo rese ben presto inviso ai giocatori. |
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