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DALLA
FONDAZIONE AI PRIMI TITOLI - IL
GRANDE GENOA - DOPO LA GUERRA, ANCORA
TRIONFI - AD UN PASSO
DALLA STELLA
- LA SERIE B -
RINASCITA - UN
DOPOGUERRA IN TONO MINORE - ALTI E BASSI - DAL PURGATORIO ALL'INFERNO - LA
SQUADRA ASCENSORE - L'ERA SPINELLI - GENOA OGGI
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LA GRANDE GUERRA |
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Per
quasi quattro anni (dalla primavera del 1915 all'inverno 1918) l'attività
calcistica fu pressoché abbandonata. Molti atleti fecero quello che
facevano milioni di giovani in tutta Europa, arruolandosi e andando a
combattere una terribile guerra di trincea, che vide molti di loro non
tornare a casa o tornarci con gravi mutilazioni. Anche il Genoa, come del
resto le altre società italiane, dovette pagare il suo tributo di sangue
alla Grande Guerra. Il primo a cadere fu Luigi Ferraris (cui sarebbe poi
stato intitolato lo stadio di Marassi), poi il portiere Adolfo Gnecco,
l'ala Carlo Marassi, l'attaccante Alberto Sussone e il terzino Claudio
Casanova, deceduto a Genova per i postumi delle ferite riportate in
battaglia. Se è però odioso fare paragoni in questi casi, non si può
non mettere in rilievo che il vuoto più grande venne sicuramente lasciato
da James Spensley il quale si era arruolato come ufficiale medico
nell'esercito britannico e fu ferito in Germania mentre, in linea col suo
carattere, stava generosamente soccorrendo un soldato tedesco oltre le
linee. Spensley spirò il 10 novembre del 1915 dopo oltre un mese di
agonia nell'ospedale militare di Magonza. Venne sepolto - dove riposa
tutt'ora - con gli onori militari nel cimitero di Kassel. |
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TORNA IL CALCIO
GIOCATO |
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Il
1919 fu l'anno del ritorno al calcio giocato. Ma soprattutto, la
Federazione decise finalmente (23 settembre) di assegnare il titolo del
campionato 1914-15, nominando il Genoa vincitore per la settima volta. La
Società rossoblù richiamò i veterani dell'ultimo torneo prebellico e
soprattutto fece rientrare dall'Inghilterra Mister Garbutt che non seppe
resistere alle sirene di Davidson anche perché il suo stipendio venne
aumentato a 8000 lire annue. Ma ai vecchi protagonisti di anteguerra,
furono affiancati nuovi protagonisti: arrivarono i fratelli Bergamino,
l'ex terzino savonese Ghigliano, il centravanti Brezzi, quasi tutti futuri
nazionali. Ma l'elemento migliore il Genoa lo scoprì in casa in occasione
di un'amichevole giocata a Marassi il giorno di Pasqua contro una |
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DA DAVIDSON A
SANGUINETI |
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L'estate
del 1920 iniziò con un avvicendamento al vertice della Società: lo
scozzese Davidson lasciò la presidenza al genovesissimo Guido Sanguineti,
senza peraltro abbandonare completamente il timone della nave rossoblù (Davidson
ricoprirà la carica di vicepresidente fino al 1923 e rimarrà nel
consiglio fino al 1927). Anche la squadra fu attraversata da venti di
cambiamento, tanto che, per divergenze economiche, se ne andarono alcuni
uomini chiave tra cui il fortissimo Santamaria - il vero regista della
squadra che decise di passare alla Novese. Il Genoa risentì di queste
defezioni tanto che gli incontri d'andata del Girone Ligure furono
disastrosi: riuscì a vincere solo con lo Spezia e con la Rivarolese per
squalifica a tavolino. Ma si risollevò nel ritorno con il ritorno di
Wallsingham all'ala destra e di De Vecchi in cabina di regia, agguantando
la qualificazione per le semifinali senza tuttavia andare più in là. La
dirigenza rossoblù, comprese la lezione di quel campionato anonimo e,
nell'estate del 1921, Sanguineti acquistò un buon numero di giovani
provenienti da quelle squadre minori genovesi che nel torneo precedente
avevano messo in difficoltà il Grifone. Dalla Spes arrivarono il forte
portiere De Prà, il jolly Moruzzi
ed il difensore Morchio; dall'Andrea Doria il centromediano Luigi Burlando.
Infine dalla Serenitas era arrivato anche un ottimo centravanti - Edoardo
Catto - che si sarebbe poi rivelato il miglior realizzatore di tutti i
tempi nella storia del Grifone. La stagione 1921-22 si aprì con una novità
eclatante: la Federazione - a causa di divergenze sulla gestione del
Campionato
- si divideva. Mentre alcune società
ritenevano che, per il bene del calcio italiano si dovesse puntare sulla
sua piena diffusione in tutto lo stivale, passando sopra a criteri
qualitativi, altre società, tra cui il Genoa ritennero di non potersi
piegare a questa impostazione. Furono così organizzati due tornei. Il
Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (cui facevano parte il
Genoa e le altre squadre più forti) aveva abolito i gironi regionali
(cosa che invece mantenne la Federazione Italiana Gioco Calcio)
introducendo quattro gironi, due al Nord e due al Sud. Il Genoa trionfò
nel suo, surclassando squadre blasonate come il Torino, il Casale e
l'Internazionale. Dopo aver pareggiato a reti inviolate a Vercelli, il
Genoa buttò via il lavoro di un anno, facendosi battere a domicilio, dopo
essere passati in vantaggio grazie ad un autogoal del vercellese Bossola.
La consapevolezza di avere la vittoria in pugno risultò fatale all'undici
di Garbutt. Già raggiunti prima del riposo, De Vecchi e compagni non
riuscirono più a riprendersi tanto che il centravanti Rampini siglò il
secondo goal che portò definitivamente la Pro Vercelli alla vittoria e
alla conquista (dopo la finale vittoriosa con la Fortitudo di Roma) del
suo settimo e ultimo titolo. Il Genoa reagì a questa delusione riportando
a casa il figliol prodigo Santamaria (il cui apporto era stato
determinante alla Novese per la vittoria nella finalissima di Modena
contro la Sampierdarenese nel parallelo campionato della F.G.C.I.) ed
acquisendo il terzino Bellini e l'ala Neri. Ne derivò una miscela
esplosiva che doveva portare il Genoa a trionfare nel torneo 1922-23,
quello della riunificazione. A farne le spese fu prima di tutti il Milan
(4-1 a Marassi e 3-1 a Milano), seguito dall Bologna (2-1 e 2-1). Fra le
grandi solo la Juventus riuscì a resistere in casa propria (1-1) mentre a
Genova anche la Vecchia Signora era uscita sconfitta (2-1). Entrato di
gran carriera nelle finali del Girone Nord le vinse entrambi eliminando il
Padova e (finalmente!) la Pro Vercelli. Non rimanevano che le due
finalissime contro la vincitrice del Girone Centro-Sud, la Lazio. A Roma,
prima della partita di ritorno, che avrebbe sancito la vittoria
dell'ottavo campionato, la squadra e i dirigenti vennero ricevuti dal Papa
e dal Capo del Governo Benito Mussolini il quale incitò i Genoani alla
vittoria: "Siete i più forti, insegnate a questi Romani come si
gioca! Domani dovete vincere!" Le parole del Duce furono confermate
sul campo dai rossoblù, in una partita che fu insaporita anche da una
sorta di passaggio di consegne tra due fuoriclasse, De Vecchi e Bernardini,
che proprio in quel lasso di tempo cominciava la sua straordinaria
carriera. La forza di quel Genoa, doveva trovare esplosiva conferma,
proprio in quella estate del 1923 con una consacrazione internazionale. Le
imprese di De Prà e soci avevano varcato l'Oceano e gli appassionati di
football del Sud America richiesero a gran voce i Rossoblù. Il 28 luglio
tredici titolari, quattro rinforzi azzurri di altrettante squadre (Girani,
Romano, Moscardini e Baloncieri), l'allenatore Garbutt e il dirigente
Ghiorzi si imbarcarono sulla motonave "Principessa Mafalda" per
la grande avventura sudamericana. Anche in Argentina il Genoa si fece
onore. Sconfitto (la stanchezza del viaggio si fece sentire) nella prima
partita contro una rappresentativa della Lega Nord (1-2), vittorioso
contro una della Lega Sud (1-0), il Grifone pareggiò l'incontro con la
Nazionale Argentina allo stadio Barracas davanti a 50.000 spettatori in
delirio. C'era però un piccolo particolare ad ingigantire l'impresa del Genoa:
il goal che aveva portato in vantaggio i Sudamericani (poi pareggiato da
un colpo di testa di Santamaria) fu segnato su passaggio del Sindaco di
Buenos Aires, che aveva voluto dare il simbolico calcio d'inizio senza
peraltro allontanarsi dal campo. I rossoblù, in attesa del vero e proprio
via all'incontro, assistettero impassibili alla marcatura poi
incredibilmente convalidata dall'arbitro di casa. Si recarono quindi in
Uruguay dove furono sconfitti dalla Nazionale uruguagia (1-3) che circa
dieci mesi dopo si sarebbe aggiudicata il titolo olimpico. |
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