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DALLA
FONDAZIONE AI PRIMI TITOLI - IL
GRANDE GENOA - DOPO LA
GUERRA, ANCORA TRIONFI - AD
UN PASSO DALLA STELLA
- LA SERIE B -
RINASCITA - UN
DOPOGUERRA IN TONO MINORE - ALTI E BASSI - DAL PURGATORIO ALL'INFERNO - LA
SQUADRA ASCENSORE - L'ERA SPINELLI - GENOA OGGI
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TRANSIZIONE |
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Il
1907 vide la riorganizzazione del campionato da parte della Federazione,
che decise di far effettuare 6 partite tra le squadre di Genova, Torino e
Milano. Per la prima volta nella sua storia il Genoa fu eliminato in
campionato dalla concittadina Andrea Doria: il pareggio (1 a 1) del primo
incontro rese necessaria la ripetizione della partita che si concluse con
la clamorosa vittoria dei biancoblù doriani capitanati dal fuoriuscito
Calì per tre goal a uno. Pochi giorni dopo le due squadre si incontrarono
di nuovo in amichevole e il Genoa, travolgendo gli avversari per 10-1,
dimostrò che si era trattato di un semplice incidente di percorso. Quello
stesso anno la Società si trovò a far fronte alla necessità di reperire
un nuovo campo di gioco perché l'ex Velodromo di Ponte Carrega era stato
destinato alla costruzione di un enorme gasometro. Il problema fu risolto
grazie all'interessamento del dirigente-giocatore Vieri A. Goetzlof, un
commerciante di carbone valdese, naturalizzato genovese, che riuscì a
concludere, accollandosi personalmente l'onere finanziario, per un'area
nella zona di San Gottardo, sempre nella vallata del Bisagno ma più a
nord rispetto a Ponte Carrega. Sul nuovo campo, inaugurato l'8 dicembre
1907 con una amichevole contro l'equipaggio del vapore inglese Canopic, il
Genoa avrebbe giocato per tre anni. Nel frattempo la Federazione, su
pressione di alcune società nelle cui fila militavano esclusivamente
atleti italiani, dette luogo ad una decisione molto discutibile,
decidendo di proibire il Campionato ai calciatori stranieri. Il diktat
federale, vide la decisa opposizione di Genoa, Milan e Torino. Iniziò così
nel 1908 il primo campionato "autarchico" da cui si dissociò
dopo un paio di giornate anche la Juventus, e che vide la vittoria della
Pro Vercelli, che andava ad inaugurare il suo periodo aureo nel corso del
quale si sarebbe accaparrata ben 5 campionati in sei anni. A settembre
dalla Svizzera arrivarono tre nuovi acquisti: Hug, Herzog e Hermann, un
jolly, un mediano e una mezzala che andavano ad aggiungersi al loro
compatriota, il centravanti Hurni. La squadra fu completata da altri
elementi di valore quali il centromediano Luigi Ferraris (al cui nome 25
anni più tardi verrà intitolato lo stadio) e l'ala Marassi (detto
"catapulta") entrambi provenienti dalle giovanili di Spensley.
Il nuovo campionato (1909) rivide in campo le squadre blasonate grazie
alla revoca dell'assurdo regolamento sui giocatori stranieri. E proprio da
quell'anno, iniziò la forte rivalità con la Pro Vercelli, dovuta
all'occhio di riguardo con cui la Federazione seguiva le vicende della
compagine piemontese, formata esclusivamente da giocatori italiani. Nella
città piemontese il Genoa finì la partita in dieci uomini in quanto Hug
uscì dal campo con una gamba fratturata dopo uno scontro al limite del
codice penale con un terzino vercellese. Nel ritorno di Genova, grazie
anche al discutibile arbitraggio di Meazza, i rossoblù non andarono oltre
il pareggio. Ben presto anche il campo di San Gottardo cominciò a
presentare degli inconvenienti dovuti soprattutto all'incremento del
pubblico, effetto del
crescente favore incontrato sin da allora dal calcio, nonostante la
lontananza eccessiva dal centro della città e causata dalla limitatezza
della capienza delle tribune. Per ovviare a questi inconvenienti, Musso
Piantelli propose al presidente Pasteur l'utilizzo del terreno all'interno
del galoppatoio adiacente alla cinquecentesca villa di sua proprietà nel
quartiere di Marassi. Pasteur accettò anche l'unica condizione posta da
Piantelli e cioè che fosse mantenuta la pista ad anello per l'equitazione
e che la Società si fosse fatta carico delle spese per la manutenzione
del maneggio. Così il 10 luglio 1910 il Genoa entrò in possesso del
nuovo terreno di gioco. Nel frattempo, la mancanza di vittorie in
campionato, fu coperta da quella di altri trofei. Il più prestigioso fu
quello messo in palio dall'ex presidente Goetzlof: la coppa che porta il
suo nome sarebbe stata assegnata alla squadra capace di ottenere
consecutivamente quattro risultati positivi (vittorie o pareggi) con
altrettante sfidanti. La conquistò il Genoa battendo l'Inter fresco di
titolo con un clamoroso 10 a 2, il Milan, l'Andrea Doria per forfait e
pareggiando con il Torino. Il 22 gennaio 1911 fu inaugurato il nuovo
stadio di Marassi. , dotato di due tribune riparate dal sole e dalla
pioggia per una capienza totale (compresi i parterre tutt'intorno al
prato) di circa 25.000 spettatori. Uno stadio che ricordava molto da
vicino gli impianti inglesi e che fu subito considerato il migliore
d'Italia. A ottobre ricominciò il campionato e il Genoa si presentò con
rinnovate mire: dall'Inghilterra erano arrivati Miller, Stocker e Marsch,
dalla Svizzera il portiere Surdez e l'attaccante Comte che vanno ad
aggiungersi all'ala Mariani (ex Milan) e all'inglese Murphy arrivati la
stagione precedente. L'inizio del nuovo torneo fu esaltante per il Genoa:
13 punti su sette partite, tra le quali spiccarono una sonora cinquina (a
uno) rifilata alla Juventus e la vittoria (1-0) sul Milan che si sarebbe
poi aggiudicato quel campionato. Ma ancora una volta lo scoglio fu
rappresentato dalla Pro Vercelli che, con un goal per tempo, interruppe
sul proprio campo la cavalcata vittoriosa dei rossoblù. |
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ARRIVA GARBUTT |
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Nel
1912, il Genoa, che aveva ormai preso a modello le società
professionistiche inglesi imitandone molti aspetti,
decise di introdurre una figura sino ad allora mai presa in considerazione
nel nostro paese, quella
dell'allenatore. Il primo a ricoprire tale carica fu un certo William
Thomas Garbutt, che era stato ottimo giocatore nelle file del Reading e
dell'Arsenal, nelle cui file aveva collezionato oltre 130 presenze nella
massima serie. L'arrivo di Garbutt, fu dovuto all'intuito del presidente
Aicardi, il quale decise di dare seguito ad una segnalazione che gli era
arrivata da oltre Manica, ove Garbutt si stava facendo le ossa come
trainer dopo aver abbandonato il calcio giocato e di portarlo all'ombra
della Lanterna. Era un passo decisivo nell'evoluzione del calcio italiano.
Con lui infatti, arrivò una vera e propria rivoluzione nelle tecniche di
allenamento, che sino ad allora erano state più che altro delegate
all'intuito e che invece da quel momento assumevano un ruolo di rilievo
nella preparazione della squadra. L'aspetto artigianale, stava per
lasciare il passo a tecniche più avanzate, che prefiguravano la fine
dell'era romantica del calcio. Ma quello che distingueva Garbutt,
permettendogli di ricavare il massimo dal materiale umano che gli veniva
messo a disposizione, era l'aspetto psicologico. Anche
nei rapporti umani era insuperabile, riuscendo a creare uno spirito di
corpo fra tutti i giocatori con i quali instaurava un
rapporto amichevole senza perdere per questo il suo grande carisma e la
sua autorità. Dall'Inghilterra Garbutt si portò in Italia anche i
rinforzi della squadra: l'ala destra Eastwood, il centravanti Grant e la
piccola ala Wallsingham, oltre al centrosostegno Mitchell e a MacPherson.
Buona parte dei giocatori stranieri, erano professionisti nella loro
patria e gli stipendi che il Genoa pagava loro venivano camuffati sotto le
voci più strane come "rimborso spese", "malattia",
"viaggio in cerca d'impiego" oppure erano messi a libro paga in
qualcuna delle aziende di proprietà dei dirigenti rossoblù. Una piccola
ipocrisia che stava ormai per essere spazzata via dall'evoluzione del
calcio.
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RITORNO ALLA
VITTORIA |
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Una
evoluzione ormai inarrestabile, che aveva fatto breccia anche al centrosud,
ove si erano formate tante squadre forse in ritardo verso le consorelle
settentrionali, ma piene di sano entusiasmo per il nuovo gioco proveniente
dall'Inghilterra. La Federazione, proprio in quel 1912, prese atto della
nuova realtà e decise di dar luogo ad un torneo nazionale con trenta
squadre, articolato su gironi territoriali che avrebbero dovuto esprimere
due finaliste, una per il Nord e l'altra per il centromeridione. Il
Genoa, arrivò secondo in quello ligure-lombardo e poi in quello finale,
alle spalle della solita Pro Vercelli. Ma il Genoa non demordeva e
continuava - tassello dopo tassello - a costruire una squadra sempre più
forte. Geo Davidson, un imprenditore scozzese trapiantato a Genova e uno
dei soci fondatori del vecchio Athletic Club, nell'estate del 1913 decise
di assumere la presidenza del Genoa. Davidson aveva grandi ambizioni e di
conseguenza non perse tempo e ancor prima di essere ufficialmente
investito dell'onorifica (e onerosa) carica (cosa che avvenne il 9 ottobre
successivo) si diede immediatamente da fare per trovare i rinforzi
adeguati. E senza badare a spese. Da tempo aveva adocchiato un
giovanissimo terzino che tre anni prima, appena sedicenne, aveva esordito
in Nazionale e che nel campionato appena terminato aveva fatto vedere
tutta la straordinaria classe di cui godeva. Il suo nome era Renzo De
Vecchi e proprio in quei giorni si trovava in disaccordo con la dirigenza
della sua squadra, il Milan, per motivi di carattere finanziario. Davidson
lriuscì ad inserirsi nella diatriba e convinse De Vecchi a trasferirsi a
Genova. Ma altri giocatori erano nel mirino dell'intraprendente scozzese,
che può essere considerato a buon diritto il primo presidente mecenate
della storia del calcio italiano e sicuramente il principale artefice di
un altro primato andato ad arricchire il carniere del Grifone. Il Genoa -
secondo la Federazione di quei tempi - era accusato di aver scatenato
qualche cosa di paragonabile alla cosiddetta sentenza Bosman dei nostri
giorni: il professionismo nell'allora (ufficialmente) dilettantesco mondo
del calcio. Se era passato inosservato, almeno sotto l'aspetto economico,
il trasferimento di De Vecchi al Genoa, il passaggio nelle fila rossoblù
di Attilio Fresia dall'Andrea Doria per 400 lire e quello ancora più
grave dei doriani Sardi e Santamaria per 1600 lire a testa portarono ad un
vero e proprio conflitto con la Federazione. La radiazione della società,
proposta dai puristi cui non andava giù l'introduzione del professionismo
insieme all'espulsione dei suoi dirigenti, la sospensione a vita dei
giocatori, fu evitata grazie alla grande abilità oratoria di Edoardo
Pasteur che, in un processo intentato contro il Genoa, riuscì a
convincere i giudici della buona fede dei dirigenti rossoblù. Il
campionato 1913-14 fu - nonostante le premesse - un ulteriore passo di
avvicinamento all'agognata meta della vittoria finale che mancava ormai da
dieci anni. Il Genoa si qualificò al girone finale eliminando finalmente
la Pro Vercelli, sconfitta a domicilio (per la prima volta in campionato)
per uno a zero. Tuttavia la vittoria finale arrise a un'altra società
piemontese, quel Casale che proprio in quel lasso di tempo era riuscito a
costruire uno squadrone e che superò a Genova il Grifone nella partita
d'esordio del girone finale in uno spasmodico incontro che vide i
nerostellati segnare a pochi minuti dalla fine il contestatissimo goal del
2 a 1 dopo che Grant aveva riagguantato il pareggio. Il 4 ottobre 1914
iniziò il nuovo campionato e il Genoa, ancora una volta in rotta con la
Federazione e condannato a pagare una multa e a subire la squalifica del
campo per aver "acquistato" Berardo e Mattea dal Casale, si
trasformò in una vera e propria macchina da goal. Se ne accorsero
squadroni come la Juventus (4-0 e 5-2), l'Internazionale (5-3 e 3-1) e il
Milan (3-0) a Milano. Quando però mancava una giornata al termine, con
una classifica che vedeva il Genoa primo a due punti dal Torino, successe
ciò che tutti ormai si aspettavano. Giunse infatti un dispaccio dalla
Federazione: il campionato era sospeso in quanto era prevista per il
giorno dopo - il 24 maggio - la mobilitazione generale: l'Italia entrava
in guerra contro l'Austria. |
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