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I FRATELLI MOSSO

Il calcio dei pionieri, fu contrassegnato da uno strano fenomeno: intere famiglie, sull'onda dell'entusiasmo per il nuovo gioco arrivato dall'Inghilterra, decisero di correre appresso alla palla di cuoio. Basta scorrere le formazioni dell'epoca, per trovare intere famiglie dedite al football. Tra di esse, si segnalò la famiglia Mosso, quattro fratelli, tutti bravi, che indossarono la maglia del Torino e si distinsero per bravura. 

Scorrendo le formazioni del calcio pionieristico, non si può non notare la grande abbondanza di fratelli nella stessa squadra. Basti pensare ai fratelli Cevenini, ben cinque, che segnarono una intera epoca del calcio milanese, per poi disperdersi nel corso degli anni '20 e 30'. Oppure i fratelli Papa dell'Alessandria, i Milano della Pro Vercelli, i Colombo del Legnano, i Varalda della Juventus, i Midali del Milan, tutti impegnati in una gara familiare, nel tentativo di dimostrare ognuno di essere più bravo dell'altro. 
Una delle più famose, del primo scorcio del passato secolo, fu quella formata dai fratelli Mosso, i quali dettero ripetuta prova della loro bravura indossando la maglia del Torino. E proprio il Torino detiene probabilmente il record dei fratelli calciatori: Augusto, Egidio ed Enrico Arioni, Adolfo ed Enrico Bachmann, Ernesto, Romolo ed Ottavio Boglietti, Giuseppe e Francesco Morando, Enrico e Guido Debernardi, Vittorio ed Andrea Staccione, Giuseppe e Gino Rossetti, Giacomo ed Enea Zuffi, Piero, Cesare, Edmondo e Dario Martin. Ma, soprattutto, furono i fratelli Mosso, Francesco, Benito, Eugenio e Giulio, a distinguersi per le loro gesta in maglia granata. La loro famiglia, si era trasferita alla fine dell'800 in Argentina, ove il capostipite si era stabilito avviando una azienda vinicola, a Lujan de Cuyo (alla periferia di Mendoza), che era andata molto bene. Con i proventi dell'azienda a garantire un sereno futuro, il patriarca aveva infine deciso di ritornare in Piemonte, vinto dalla nostalgia e aveva deciso di imbarcarsi per il viaggio di ritorno insieme alla moglie, Maria, e ai sette figli. I primi quattro, nel frattempo, avevano cominciato a giocare a pallone nelle giovanili del Mendoza e avevano perciò goduto di una preparazione tecnica di un certo livello, che misero a frutto appena sbarcati nel nostro paese. Quando perciò Francesco, Benito ed Eugenio, bussarono alle porte del Torino, ove era responsabile tecnico Vittorio Pozzo, il futuro Commissario Tecnico della Nazionale, furono accolti a braccia aperte: come farsi sfuggire giocatori che mostravano chiaramente i frutti del lavoro svolto in Argentina? Arrivati a settembre 1912, già ai primi di novembre i fratelli Mosso facevano parte della squadra titolare chiamata a difendere i colori granata nel girone piemontese del campionato 1912-13. Già nella prima partita, fecero vedere chiaramente quale fosse la loro stoffa: il Torino, infatti, chiamato sul difficile campo di Novara, uscì vincitore per 2-1, grazie ad una doppietta di Eugenio Mosso, il terzo della dinastia. Che era senza dubbio il più dotato sotto il profilo tecnico e tattico: giocatore molto intelligente, riusciva a leggere nel migliore dei modi la partita e di servire sempre il compagno meglio piazzato. Dotato di tiro potente e di grande rapidità, riusciva a sfruttare nel migliore dei modi le sue doti realizzando valanghe di reti, come del resto il fratello Francesco, che a sua volta univa all'ottima tecnica una grande resistenza atletica. Basti dire che nel torneo 1913-14, in soli 18 incontri, i due misero a segno 23 reti a testa. Mentre Francesco Mosso era però solito segnare con grande continuità, Eugenio era più lunatico: magari restava a secco per alcune partite, ma poi si scatenava e per la malcapitata difesa avversaria era un vero tormento. 
Nella stagione 1913-14, esordì anche Benito, mentre per l'esordio del più giovane dei quattro, Giulio, bisognò attendere il primo dopoguerra, precisamente il 1920. Con il loro arrivo, praticamente tutto l'attacco fu monopolizzato dalla famiglia,visto che anche gli ultimi due giostravano prevalentemente nel reparto offensivo. Ma non solo all'attacco, se si pensa che il 29 febbraio del 1920, l'infortunio del portiere Pennano, spinse Mosso I ad offrirsi per sostituirlo: se la cavò in maniera talmente egregia, che per tutta la stagione successiva difese la porta del Torino! 

LA DINASTIA DI BOMPORTO

Tra la fine del secondo conflitto e la metà degli anni '50, i fratelli Sentimenti caratterizzarono in maniera indelebile la Lazio della "difesa di ferro". Lucidio, Primo e Vittorio, furono le colonne della grande Lazio di Zenobi, portando alla causa biancoceleste non solo le doti tecniche che gli erano riconosciute, ma anche una verve agonistica che coinvolse Remondini, Alzani e gli altri componenti del reparto arretrato.  

Dopo la tragedia di Superga, il calcio italiano fu praticamente monopolizzato da Juventus, Inter e Milan. L'unica squadra che seppe procurare qualche grattacapo a bianconeri e milanesi, fu la Lazio di Zenobi, squadra coriacea ed imperniata su un reparto arretrato di grandissimo livello, che fu ribattezzato dai cronisti dell'epoca "difesa di ferro". Una difesa che aveva nei fratelli Sentimenti, Lucidio, Primo e Vittorio, la sua spina dorsale e che fu alla base degli ottimi risultati riportati in quegli anni dalla società biancoceleste. 
La dinastia di Bomporto è forse la più famosa in assoluto nella storia del nostro sport più popolare. Tutto era cominciato con il secondo dei fratelli, Arnaldo, detto "Jerry", portiere di ottimo rendimento, che aveva disputato la bellezza di dodici stagioni a difesa della porta del Napoli, diventando un beniamino della tifoseria partenopea. Sulle sue orme, erano poi arrivati Lucidio, anche lui portiere e Vittorio, centrocampista, i quali, dopo essersi messi in grande evidenza nelle file del Modena, avevano spiccato il grande balzo verso Torino, sponda bianconera, ove avevano confermato le referenze che li avevano accompagnati. Lucidio divenne uno dei migliori portieri della sua epoca, raggiungendo anche la maglia della Nazionale, traguardo che fu invece precluso a Vittorio, detto "Ciccio", chiuso dal blocco di centrocampo del Grande Torino, ad onta di un rendimento sempre su alti livelli, condito dalle molte segnature che erano il risultato di un tiro terrificante. Nel 1948-49, la dirigenza bianconera decise di privarsi di Lucidio, ritenendolo ormai sul viale del tramonto, scaricandolo alla Lazio e aggiungendo al pacco regalo anche Vittorio. La società presieduta da Remo Zenobi, stava vivendo uno dei tanti momenti di crisi della propria storia, condizione mitigata solo da quella contemporanea della Roma, e stava cercando di rinvigorire il proprio organico con elementi di un certo livello, che però non costassero troppo. E i due fratelli Sentimenti si rivelarono ben presto un investimento strepitoso. Lucidio tornò a volare da palo a palo, come nei momenti migliori, tanto da ritornare nel giro della Nazionale in vista dei Mondiali brasiliani del 1950, mentre Vittorio continuò a sciorinare prestazioni di grande spessore, condite dalle cannonate che nel corso di quegli anni erano diventate un vero e proprio incubo per i portieri avversari. E proprio Vittorio, come ben sapevano gli allenatori che lo avevano alle sue dipendenze, costituiva il vero e proprio trascinatore della squadra, primo a difendere con grande agonismo, ma anche il primo a lanciarsi in contropiede quando se ne presentava l'occasione e a chiamare i compagni all'assalto quando c'era un risultato da recuperare. 
Nel 1950-51, furono raggiunti da Primo, il quinto della dinastia, dopo una clamorosa beffa giocata alla Roma. Il forte jolly, che si era messo in luce prima nel Modena e poi nel Bari, era infatti atteso nella sede della squadra giallorossa per firmare il contratto che lo avrebbe legato alla stessa. Senonchè, ad una certa ora del pomeriggio, i dirigenti romanisti vennero a sapere che il giocatore era stato prelevato da dirigenti della Lazio e aveva firmato per i cugini! Quello che perse la Roma, fu guadagnato dalla Lazio, se solo si pensa che Jesse Carver, trainer della grande Lazio di Tessarolo, squadra imbottita di veri e campioni come Tozzi, Vivolo, Burini, Selmosson e Muccinelli, era solito affermare che il vero segreto della sua squadra era proprio Sentimenti V. Che era un giocatore forse non bello da vedere, ma estremamente concreto, capace di giostrare in moltissimi ruoli, ma sempre con grande efficacia. I tre fratelli Sentimenti, riuscirono a giocare contemporaneamente in maglia laziale per due anni, dando il massimo per i colori sociali e mettendo in mostra una lazialità strenua, che li portò a rischiare il linciaggio da parte dei tifosi romanisti dopo il derby di ritorno del torneo 1950-51, che consegnò in pratica la Roma alla serie cadetta. Quel giorno, i fratelli Sentimenti rintuzzarono ogni tentativo dei cugini, esacerbando una tifoseria ormai disperata e alla fine della partita, dopo essere stati scortati dalle camionette della polizia, aprirono la loro casa dell'EUR ai tifosi festanti. E tanto era l'attaccamento alla maglia laziale che, quando Zenobi convocò nel suo ufficio "Ciccio", per comunicargli l'avvenuta cessione al Torino, questi scoppiò a piangere: stava per finire una delle epoche più belle della storia della Lazio...     

IN NOME DEL PADRE

Valentino Mazzola è stato forse il più grande giocatore italiano di ogni epoca. Sarebbe stato molto difficile per chiunque competere col ricordo di tanto padre. Eppure, Sandro, il figlio, è riuscito a ritagliarsi un posto di grande rilievo nella storia del calcio italiano, raggiungendo la maglia della Nazionale e diventando una delle colonne della grande Inter euromondiale di Helenio Herrera e Angelo Moratti.

Nereo Rocco, lo sapeva molto bene: il fantasma di Valentino Mazzola continuava ad aleggiare sul Filadelfia a distanza di tanti anni dalla tragedia di Superga. Il Paron usava ripetere che se qualcuno, un giorno, avesse segnato da metà campo, invece di esaltarne l'impresa ci sarebbe sempre stato un tifoso granata capace di dire che Valentino era solito segnare dagli spogliatoi. Questo modo di ragionare, aveva costituito un ostacolo per molto tempo  e per molti ottimi giocatori e forse, la fortuna di Sandro Mazzola, figlio primogenito del grande Valentino, fu proprio quella di non dover vestire la maglia granata, evitando l'identificazione e i paragoni con un genitore così ingombrante. Il piccolo Sandrino, infatti, era stato prelevato dall'Inter mettendo subito in mostra doti da potenziale fuoriclasse. Il suo esordio in serie A, avvenne il 10 giugno del 1961, in una partita rimasta nella storia e che vide contrapposta alla fortissima Juventus di Sivori e Charles la primavera nerazzurra, avendo Moratti deciso di protestare per la controversa decisione presa dalla Federazione di far rigiocare la gara precedentemente sospesa e data vinta all'Inter per invasione di campo. Quel giorno, naturalmente, la partita si risolse in un monologo bianconero, troppo evidente la disparità di forze tra gli affermati campioni juventini e il nugolo di promesse messe in campo dall'Inter. Nel 9-1 che ne conseguì, vi fu però da registrare la prima rete nella massima serie di un certo Sandro Mazzola, proprio lui, il figlio del capitano del Grande Torino perito nella più grave sciagura che abbia mai segnato il nostro calcio. La notizia non poteva che far piacere a tutti coloro, ed erano tantissimi, che avevano ammirato la più grande squadra mai prodotta dal nostro calcio. E negli anni successivi, Sandro Mazzola, confermò quello che si diceva di lui, mettendo in mostra doti tecniche superlative e grande senso della rete. Nato come attaccante, il suo gioco si distingueva soprattutto per rapidità ed estro, rendendo difficilissimo il compito ai difensori preposti alla sua marcatura. A soli 21 anni, il 12 maggio del 1963, Sandro Mazzola esordì in maglia azzurra nella gara vinta contro il Brasile per 3-0, dimostrando in questo una precocità addirittura sconosciuta all'illustre genitore che invece aveva dovuto svolgere molta gavetta prima di affermarsi. Il prosieguo della carriera, aveva confermato tutto ciò che di buono era stato preconizzato per un giocatore del quale era del tutto naturale dire "buon sangue non mente". Mazzola divenne una delle colonne della grande Inter euromondiale di Helenio Herrera e Angelo Moratti e anche in Nazionale seppe ritagliarsi un grande spazio, in una selezione che stava tornando ai livelli consueti dopo un ventennio di buio totale seguito al disastro di Superga. I vari Mazzola, Riva, Rivera, De Sisti, Domenghini, sotto la guida di Ferruccio Valcareggi, vinsero l'europeo del 1968, riportando sul gradino più alto il tricolore e due anni dopo, in Messico, arrivarono ad un passo dal titolo mondiale, cedendo solo nella finalissima contro il Brasile, dopo aver giocato una delle più belle ed indimenticabili partite della storia del calcio mondiale, quella contro la Germania, vinta per 4-3. Quella del Messico, era una Nazionale che viveva la fase più acuta della rivalità tra Mazzola e Rivera, i due fuoriclasse che avevano caratterizzato in maniera indelebile il calcio meneghino militando sulle sponde opposte dei Navigli. Incredibilmente, avendo a disposizione due giocatori di tal calibro, Valcareggi pensò bene di non farli giocare insieme, senza mai provare a farli coesistere e cercare di integrare le caratteristiche di due campioni che pure erano molto diversi. Fu proprio Mazzola, nella seconda fase della sua carriera a dimostrare questo assunto, spostandosi all'ala e mettendo a frutto nel nuovo ruolo la grande intelligenza che sapeva mettere al servizio della squadra. Le cifre della sua carriera, recitano in maniera abbastanza eloquente: 417 gare disputate in serie A, con 117 reti realizzate, 70 partite e 22 reti in Nazionale. Capitan Valentino sarebbe stato fiero di tanto figlio.