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LA RETROCESSIONE DELLA
ROMA
Nell'estate del 1951, si concretizzò la clamorosa retrocessione della
Roma, prima ed unica nella storia del glorioso club capitolino. Una
retrocessione figlia dei clamorosi errori che avevano caratterizzato gli
anni intercorsi dallo scudetto del 1941-42 e della crisi finaziaria che
aveva attanagliato la Roma negli anni successivi al conflitto. Tra gli
errori più clamorosi, va ricordato quello che aveva portato alla cessione
di Amadei.
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L'estate del 1951, vide
concretizzarsi la clamorosa retrocessione della Roma. La società
capitolina, nata con il preciso intento di contrastare lo strapotere degli
squadroni nordici, soltanto nove anni prima aveva vinto uno storico
scudetto, che in pratica segnava l'unificazione calcistica della penisola.
Dalle stelle alle stalle, sarebbe il caso di dire. Da quel momento, la
squadra giallorossa si era avvitata in una crisi senza fine, che era
cominciata subito dopo la guerra e si era trascinata senza che la
dirigenza dell'epoca approntasse validi rimedi al deterioramento tecnico
di una squadra che, nel corso del decennio che aveva preceduto la guerra,
si era rivelata l'unica seria antagonista del centrosud verso il dispotico
strapotere delle società settentrionali.
A segnare il pratico spartiacque tra le due epoche, fu la guerra, al
termine della quale il calcio italiano si trovò praticamente spaccato in
due tronconi. Da una parte le ricche società settentrionali, Torino in
testa, che avevano saputo prontamente riprendere il passo dopo i lutti e
le distruzioni operate dal conflitto. Dall'altra le consorelle meridionali
che avevano stentato a risollevarsi e che si erano trovate a malpartito e
ridotte praticamente al rango di comparse. Per quanto riguarda la Roma, la
crisi era stata ancor più drammatica in quanto la società giallorossa
aveva visto a poco a poco avvicinarsi il baratro della possibile
retrocessione anche per effetto delle scelte disastrose della dirigenza.
Il più clamoroso errore operato dalla società, fu la cessione di Amadei
all'Inter. Il "Fornaretto" è la prova più evidente del fatto
che non si dovrebbero mai cedere i campioni, se non per le costrizioni
derivanti dal bilancio. Tra l'altro il fortissimo attaccante romanista era
richiesto da Torino, Juventus, Milan e Inter e probabilmente, con un
minimo di acume in più da parte della dirigenza romanista, nell'asta che
ne era derivata, la contropartita avrebbe potuto risultare migliore di
quella costituita da Maestrelli e Tontodonati. Basti pensare che il
Torino, alla ricerca di un valido sostituto per l'ormai anziano Gabetto,
era pronto a fare carte false per avere Amadei, considerato il naturale
sostituto del grande centravanti. Partito il fornaretto, il cui posto
rimase praticamente senza validi sostituti, stante la palese inadeguatezza
di Tontodonati ad un ruolo così impegnativo, la Roma entrò in una crisi
tecnica senza fine, al termine della quale la serie B era inevitabile.
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DOTTORE AL CAPEZZALE
Anche per quanto concerne la
scelta degli stranieri, la Roma aveva fatto clamorosi errori, portando
nella Capitale onesti comprimari che non potevano risolvere la crisi. Nel
tentativo di dare una sterzata ad una situazione sempre più critica, la
dirigenza affidò la conduzione tecnica a Fulvio Bernardini, che aveva
appena cominciato la sua strepitosa carriera di allenatore. Il Dottore
entrò però in rotta di collisione con Sacerdoti.
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Gli errori nella gestione
della cessione di Amadei, furono clamorosi, ma erano soltanto la punta
dell'iceberg. Anche per quanto concerne gli stranieri, la dirigenza
romanista non ne aveva in pratica azzeccata mezza. Dopo aver percorso la
strada sudamericana, facendo arrivare una serie infinita di mezze cartucce
e aver mandato via il Petisso Pesaola, l'unico giocatore di livello
pescato sull'altra sponda dell'oceano, per effetto di un infortunio che ne
aveva fatto ritenere chiusa la carriera, i dirigenti giallorossi decisero
nell'estate del 1950 di battere la via nordeuropea sperando di ripetere i
colpacci di Milan, Inter e Juventus. Dopo aver trattato Nacka Skoglund, la
montagna partorì il più classico dei topolini, con l'arrivo di Sundqvist,
Andersson e Knut Nordhal, discreti giocatori ma nulla di più. In
particolare l'acquisto di Knut Nordhal era farsesco, visto che doveva
essere il preludio all'arrivo del più famoso fratello che guidava
l'attacco del Milan. Il quale, a sua volta, sarebbe arrivato a Roma
soltanto alla fine di una strepitosa carriera per sparare le ultime
pallottole rimaste. Erano definitivamente tramontati i tempi in cui la
Roma riusciva a far arrivare fuoriclasse del calibro di Guaita e Scopelli.
Nel 1949-50 la dirigenza, aveva avvertito gli scricchiolii sempre più
forti e, avendo compreso che bisognava dare una sterzata ad una situazione
sempre più critica, si era affidata a Bernardini, agli inizi di una
strepitosa carriera da allenatore. Il "Dottore" aveva cercato di
convertire la squadra al Sistema, il modulo di gioco che aveva ormai
soppiantato il Metodo e che era una delle chiavi di volta dei successi del
Grande Torino. Nel tentativo di dare una fisionomia diversa alla squadra,
Bernardini aveva fatto alcuni errori, cercando di convertire giocatori
abituati al Metodo al nuovo modulo, ma la strada intrapresa era l'unica
che poteva far fronte alla penuria di mezzi finaziari che continuava ad
angustiare la Roma. La scarsità del materiale a sua disposizione, aveva
però sortito effetti disastrosi, provocando un vero e proprio dissidio
tra Bernardini e Sacerdoti, che si era riverberato in maniera sinistra
sulla squadra coinvolgendo in particolare Maestrelli che, da quel momento,
era stato messo ai margini della squadra Alla fine Bernardini fu costretto
a lasciare la conduzione tecnica della squadra, senza però che avanzasse
una soluzione tecnica alternativa in grado di ovviare alle lacune tecniche
di una squadra allo sbando. La crisi finale era alle porte.
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LA TIFOSERIA SI STRINGE
ATTORNO ALLA SQUADRA
La reazione della tifoseria
giallorossa, fu commovente. All'indomani della retrocessione, in tutta la
città sorsero gruppi di tifosi organizzati per non far mancare il calore
agli uomini che si accingevano alla resurrezione. Fu elaborato un piano,
ad opera di Sacerdoti, che prevedeva l'immediato rientro in serie A e il
varo di una squadra capace di tornare agli antichi splendori che avevano
contraddistinto gli inizi.
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La retrocessione della
Roma colpì profondamente la tifoseria, allora come oggi estremamente
attaccata ad una squadra che aveva raccolto la stragrande maggioranza delle
simpatie cittadine sin dalla sua nascita. All'indomani della stessa la
reazione dei tifosi giallorossi fu commovente. In ogni parte della città
si formarono gruppi organizzati col compito di far sentire alla dirigenza
tutto il calore della tifoseria a coloro che si accingevano a tentare
l'immediato ritorno nei quartieri nobili del calcio italiano.
Il 2 luglio 1951, nacque l'Associazione che raccoglieva questi gruppi, in
un clima di grande festa. Alla prima assemblea sociale, il calore della
tifoseria fu tale da lasciare stupiti i cronisti dell'epoca, tanto da
spingere il cronista della Gazzetta dello Sport ad affermare che invece
che all'asssemblea di una squadra retrocessa sembrava di essere a quella
del Milan campione d'Italia e vincitore della Coppa Latina! La risposta
della società fu il piano della riscossa preparato dal "Banchiere di
Testaccio" Sacerdoti, che prevedeva l'immediato ritorno in serie A e
un rientro nell'elitè del calcio italiano. Cosa che realmente avvenne.
Negli anni a seguire la Roma riuscì a realizzare la risalita in serie A e
a riproporre una squadra molto competitiva, all'altezza delle aspettative
di una tifoseria che non si fece pregare per restare accanto alla squadra
che aveva praticamente monopolizzato i favori degli sportivi romani. La
fedeltà con la quale i tifosi romanisti rimasero accanto alla società
nel momento più amaro, fu oggetto di grandi polemiche sull'altra sponda
del Tevere. Alcuni dirigenti laziali, infatti, rimproverarono a lungo il
presidente Remo Zenobi per non aver fatto sforzi finanziari sufficienti
all'allestimento di uno squadrone che avrebbe potuto concorrere a rompere
il blocco formatosi intorno alla Roma. Probabilmente, alla base di questo
rimprovero, c'era un grande equivoco, derivante dalla mancata percezione
del fatto che ad avvicinare le grandi masse popolari alla società
giallorossa v'era un certo snobismo più volte esternato dalla Lazio, a
cominciare dalla scelta del nome societario.
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