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UNA FUGA ORGANIZZATA?

Nell'estate del 1935, una vera bomba scosse l'ambiente calcistico nazionale: Guaita, Scopelli e Stagnaro, erano scappati da Roma. Il motivo fu la paura dei tre di essere arruolati per la campagna d'Etiopia. Secondo alcuni osservatori, ad organizzare il tutto era stato Vaccaro.

La fuga del trio argentino della Roma, arrivò come un fulmine a ciel sereno nell'ambiente calcistico nazionale. Nulla infatti lasciava presagire un avvenimento del genere, soprattutto in considerazione del fatto che i tre giocatori in questione (soprattutto Guaita e Scopelli, un pò meno Stagnaro, che sino ad allora era stato frenato da un grave infortunio) avevano avuto occasione di mettersi in grande evidenza nelle due stagioni precedenti. Sia Guaita che Scopelli avevano tra l'altro rivestito la maglia azzurra, e il primo si era fregiato del Mondiale vinto dalla nostra massima rappresentativa a Roma nel 1934. Quando era stata ventilata la possibilità che i tre dovessero arruolarsi nell'esercito, i dirigenti della Roma si erano attivati immediatamente per fare in modo che, come era prassi, la leva fosse svolta a Roma. I tre assi sudamericani sembravano essersi rasserenati e, anzi, avevano ottenuto dalla dirigenza romanista un adeguamento dei propri contratti che, soprattutto nel caso di Guaita, avevano raggiunto livelli record. Quando perciò fu chiaro che essi erano scappati, la reazione fu abbastanza acida, tanto che qualcuno disse che la Roma non aveva bisogno di codardi.
La fuga dei tre assi argentini non fu con ogni probabilità una iniziativa estemporanea. Essi infatti la motivarono con la paura di essere arruolati per la guerra d'Etiopia, una paura che non avrebbe dovuto in alcun modo sussistere visti i precedenti in tema di arruolamento di calciatori ai quali era sempre stato riservato un trattamento di favore. Fu perciò adombrata da più parti l'ipotesi che fosse stato qualcuno bene addentro alle gerarchie militari a inoculare in loro questa paura, ragion per cui fu chiamata in causa il generale Vaccaro, alto dirigente della Lazio e della Federazione italiana calcistica. Vaccaro era considerato un acerrimo nemico della Roma ed era stato uno dei promotori della mancata fusione della Lazio nella stessa. Era perciò considerato abbastanza plausibile un suo intervento verso Guaita, Scopelli e Stagnaro. I sospetti in questione non furono comunque mai provati del tutto, anche se non è da escludere che proprio Vaccaro abbia giocato un ruolo non secondario negli eventi in questione.

MONCA ALL'ATTACCO

La fuga dei tre assi argentini, vanificò in pratica la grande campagna di rafforzamento della Roma. Con l'arrivo di Monzeglio ed Allemandi, i giallorossi si erano assicurati il ruolo di squadra favorita per lo scudetto. Ciononostante, la Roma chiuse il torneo ad un solo punto dal Bologna!

Il colpo per la Roma fu gravissimo. I giallorossi infatti, avevano impostato la loro campagna di rafforzamento sul puntellamento della difesa, considerandosi in una botte di ferro dal centrocampo in sù. Erano perciò arrivati Monzeglio e Allemandi, la coppia di terzini che aveva vinto il Mondiale del 1934 con i quali la Roma aveva chiuso nel migliore dei modi una squadra che, sulla carta, non aveva punti deboli. In effetti i reparti avanzati erano di assoluto pregio considerato che Guaita nel torneo precedente aveva segnato ben 28 reti e che i vari Scopelli, Bernardini, Cattaneo e Tomasi avevano sempre dimostrato grande dimestichezza con il goal. Con la fuga degli argentini, il reparto offensivo venne a trovarsi in una situazione di gravissima difficoltà, stante la mancanza della prima punta e del centrocampista offensivo più forte forse del calcio italiano. Ad aggravare la situazione, era anche la pratica impossibilità di intervenire con qualche acquisto mirato, visto che la campagna acquisti era ormai conclusa.
In un primo momento addirittura si cercò di ovviare alla bisogna inserendo un terzino come Gadaldi al centro dell'attacco, per poi provare i vari D'Alberto e Subinaghi. I risultati furono però abbastanza scarsi. Per tutto il girone di andata e nella fase iniziale del girone di ritorno, infatti la Roma fu perseguitata dalla cronica mancanza di risultati offensivi all'altezza della granitica solidità della difesa ove giganteggiarono a lungo Masetti, Monzeglio e Allemandi. In preda alla disperazione, l'allenatore giallorosso Barbesino decise allora di buttare nella mischia un ragazzone scovato in un collegio della provincia, Dante Di Benedetti. Il giovanissimo attaccante ripagò la fiducia dell'allenatore nel migliore dei modi, mettendo a segno 7 reti nelle 13 partite disputate e conferendo al reparto offensivo quella potenza e quella praticità sino ad allora latitanti. Col suo innesto la Roma risolse d'incanto i propri problemi offensivi, e inanellò una serie di risultati che la portarono a scalare imperiosamente la classifica, tanto da insidiare il primo posto del Bologna che, infine, riuscì ad avere la meglio per un solo punto.


CAPRO ESPIATORIO

Un ruolo probabilmente decisivo nella fuga, fu giocato da Stagnaro, quello dei tre che aveva avuto maggiori difficoltà di inserimento. A pagare le conseguenze del clamoroso affare, fu Sacerdoti, il quale fu accusato di traffico illecito di valuta e dovette lasciare la guida della società.

Sembra che a spingere per il ritorno a casa fu soprattutto Stagnaro, unico dei tre ad aver trovato difficoltà nella parentesi romana. A parte la latente rivalità con Bernardini, dovuta al fatto che il Dottore non voleva saperne di spostarsi dal suo ruolo preferito di centromediano, a frenarlo era stato in particolare un grave infortunio riportato al ginocchio, che ne aveva ritardato l'inserimento. Nei primi tempi della sua militanza romanista, le difficoltà di carattere fisico avevano addirittura fatto dubitare delle sue reali qualità tecniche, che al contrario erano sicuramente molto consistenti se solo si considera che dei tre, il più referenziato in patria era proprio lui. Poi però le cose erano parse sistemarsi, ma con tutta evidenza Stagnaro non considerava acquisiti i favori della folla e delle dirigenza giallorossa.  
A pagare le conseguenze della vicenda fu soprattutto Renato Sacerdoti, sino a pochi mesi prima presidente della Roma. Inviso al regime a causa delle sue provenienze ebraiche, il banchiere fu condannato al confino di polizia in quanto fu tirato dentro l'inchiesta che venne aperta ai danni dei tre per traffico illecito di valuta. Negli anni successivi Sacerdoti dovette contentarsi di fungere da semplice eminenza grigia, ma non perdette mai la passione dirompente per la sua Roma. E quando arrivarono i tempi bui della retrocessione, nel 1950, si fece trovare ancora una volta pronto nel momento del bisogno. Tornato al timone della società, approntò un piano che prevedeva l'immediato ritorno della Roma nella massima serie e consistenti investimenti che dovevano riportarla ai massimi livelli, cosa che puntualmente avvenne.