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IL CASO PIOLA
Nell'estate del 1934, Silvio Piola passò alla Lazio. Per facilitare il
passaggio del centravanti in biancoceleste si mosse addirittura il
tesoriere del PNF, Marinelli, il quale buttò sul tavolo della trattativa
tutto il suo peso politico per sgombrare la strada dagli ostacoli, posti
soprattutto dal Torino che aveva già concluso l'acquisto. Il connubio tra
politica e sport cominciava a farsi sempre più stretto. Come si sarebbe
visto negli anni successivi.
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L'esplosione di Silvio
Piola nel corso della stagione 1933-34, fece convergere sul giovane
attaccante della Pro Vercelli l'attenzione di molti clubs metropolitani,
che avevano intuito le grandi potenzialità del giocatore.
In particolare la Lazio, ove la massima carica sociale era appena stata
assunta da un uomo ambizioso come Eugenio Gualdi, pensò a lui come
maggiore obiettivo di una campagna di rafforzamento tesa ad azzerare il
gap che divideva la società biancoceleste dalla Roma e dalle altre
maggiori società dell'epoca.
Sino a quel momento la Lazio, aveva vissuto abbastanza stentatamente e
subito la maggiore vitalità della Roma, senza mai uscire dall'anonimato e
anzi, rischiando molto spesso la caduta nella cadetteria. Neanche il
massiccio innesto di giocatori brasiliani era riuscito a rinsaldare una
squadra spesso deludente. La tifoseria laziale subiva con rassegnazione la
mediocrità di una squadra che, se tutto andava bene, vivacchiava a metà
classifica, senza dare grandi segnali di riscossa. L'avvento di Gualdi,
però, dette una scossa lungamente attesa. L'acquisizione di Piola fu vista perciò dal
nuovo presidente laziale come la grande occasione per dare un segnale di
rinnovate ambizioni. Per poterlo fare era però necessario superare la
concorrenza soprattutto del Torino che aveva già mosso i suoi passi e
fatto firmare al fromboliere vercellese un precontratto. Per superare
l'ostacolo creato dalla società granata, la Lazio decise allora di
sfruttare le proprie conoscenze politiche all'interno del regime fascista.
In particolare si mosse il tesoriere del PNF, Marinelli, grande tifoso
della società biancoceleste, il quale fece sapere alle dirette
concorrenti e in maniera abbastanza esplicita che Piola era destinato a
Roma, anche perchè proprio nella capitale avrebbe svolto il servizio
militare e che di conseguenza, le altre società avrebbero fatto meglio a
non mettere i bastoni tra le ruote della Lazio. Mai messaggio poteva
essere più chiaro. Di fronte alle decise pressioni che venivano dal mondo
politico, il Torino, che era stata la società mossasi col maggiore
impegno sino a quel momento con il giocatore e il suo entourage, e
nonostante la ferma volontà di Piola di rispettare l'impegno preso,
decise allora di ritirarsi di buon grado, lasciando così campo libero
alla società biancoceleste. L'ultimo ostacolo fu proprio la volontà di
Piola, piegata da un lauto contratto di fronte al quale il bomber si
arrese alla prospettiva di doversi trasferire in una metropoli che era
molto diversa dalla placida provincia in cui aveva vissuto sino a quel
momento.
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CALCIO E POLITICA
Il calcio, già in quei primi
decenni del secolo, aveva riscosso grandi favori da parte delle masse ed
era perciò diventato appetibile come cassa di risonanza. Il fascismo si
era accorto ben presto di questa caratteristica e, non di rado, settori
legati al regime si erano attivati in favore delle società calcistiche.
Lo stesso Mussolini era socio della Lazio e, molto spesso, si affacciava
in tribuna per seguire le evoluzioni dei giocatori biancocelesti.
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Ormai la politica si era
accorta della cassa di risonanza assicurata dal calcio. I grandi favori
incontrati dallo sport pedatorio nel nostro paese sin dai suoi esordi, ne
facevano uno strumento appetibile a livello di propaganda. Lo stesso regime
fascista, aveva dato tutto il suo appoggio alla Federazione quando questa
si era mossa per avere dalla FIFA l'organizzazione della Coppa del Mondo
del 1934. A coloro che avevano obiettato sulla possibilità di non
recuperare gli investimenti fatti, le alte sfere del PNF avevano fatto
chiaramente intendere che di fronte alla vetrina assicurata da tale
manifestazione, si potevano anche mettere in conto delle perdite di
carattere finanziario. E che lo sport potesse assumere una grossa valenza
propagandistica, lo aveva capito anche Hitler, il quale fece in modo da
assicurare tutto l'appoggio del regime nazista alle Olimpiadi che si
tennero due anni più tardi a Berlino.
Lo stesso Mussolini, aveva sempre
guardato con grande attenzione ad uno sport che già in quegli anni era
seguito da folle strabocchevoli. Tifoso abbastanza tiepido della Lazio,
aveva comunque preso la tessera di socio biancoceleste e non di rado si
presentava sulle tribune della Rondinella per seguire le evoluzioni della
seconda squadra romana. E come Mussolini, molti altri personaggi di primo
piano del regime avevano seguito con estrema attenzione le vicende
calcistiche, partecipandovi non di rado con ruoli di primo piano. Prima
Arpinati, e poi Vaccaro avevano assunto la guida della Federazione e
avevano svolto un ruolo molto importante nelle vicende di Bologna e Lazio.
E il regime aveva svolto un ruolo estremamente attivo nelle vicende di
molte società di primo piano, convincendo di volta in volta imprenditori
"amici" ad intervenire in soccorso di società che si trovavano
in difficoltà. Uno di questi era stato Achille Lauro, il quale aveva
ricoperto personalmente i buchi di bilancio del Napoli, spinto dalle
pressioni del mondo politico.
Purtroppo, la commistione tra calcio e
politica, portò anche ad episodi abbastanza controversi, come quelli che
riguardarono l'Italia nei Mondiali del 1938. In quella competizione,
infatti, la nostra selezione divenne inconsapevolmente il simbolo
dell'Italia fascista e come tale fu avversata da decine di migliaia di
perseguitati politici che erano dovuti fuggire dal nostro paese per
evitare le galere fasciste. Nel corso della partita inaugurale con la
Norvegia, quando gli azzurri avevano sollevato la mano nel tipico saluto
romano, era successo il finimondo, a causa delle proteste del pubblico.
Quell'episodio, sarebbe poi rimasto come un marchio sul Commissario
Tecnico, Vittorio Pozzo, al quale non servì nemmeno l'aiuto dato alle
attività del CLN per scrollarsi di dosso l'etichetta di fervente
fascista.
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IL PALAZZO NEL PALLONE
Anche nel dopoguerra, la
politica continuò ad interessarsi delle vicende calcistiche. Basti
pensare a Lauro, che sfruttò la presidenza del Napoli per diventare
sindaco del capoluogo campano. Ma a Roma, ne successero di tutti i colori.
Brivio sul versante laziale, Evangelisti e Marchini su quello romanista,
ne combinarono di tutti i colori, in una gradazione di toni che andò dal
giallo alla vera e propria farsa.
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Anche nel secondo
dopoguerra, la politica continuò ad interessarsi del calcio. Basti
pensare alle vicende del Napoli, con il Comandante, Achille Lauro, pronto
ad usare la squadra di calcio partenopea come trampolino di lancio per la
carica di sindaco del capoluogo campano. La città forse più interessata
dal connubio tra calcio e politica, fu però Roma. E su entrambe le rive
del Tevere personaggi legati alla politica, cercarono di sfruttare le luci
della ribalta assicurate dal calcio. Con esiti molto spesso disastrosi.
Basti pensare alla strana vicenda di Brivio, che ricoprì la carica di
Presidente della Lazio all'inizio degli anno '60. Personaggio legato
all'estrema destra, soprannominato "L'ultima raffica di Salò"
per i suoi trascorsi fascisti, Brivio ricoprì la massima carica
societaria per pochi mesi, il tempo di rimanere ferito nel corso di un
episodio dai contorni rimasti oscuri. Se la vicenda societaria laziale
volse verso il giallo, quella della Roma assunse molto spesso i caratteri
di una farsa. A metà degli anni '60, infatti, divenne Presidente della
società giallorossa uno dei protagonisti della corrente andreottiana
della DC, Evangelisti, il quale dette luogo ad una gestione della società
a dir poco disastrosa. Fu proprio sotto la guida di Evangelisti che la
squadra giallorossa divenne la Rometta, grazie ad una politica
simboleggiata dalla clamorosa cessione di Picchio De Sisti alla
Fiorentina. E mentre i gioielli se ne andavano, arrivavano a svernare
nella Capitale giocatori ormai bene avviati sulla strada del tramonto,
facendo della Roma un vero e proprio cimitero degli elefanti.
Ma se Evangelisti aveva inaugurato l'epoca della Rometta, nemmeno Marchini,
costruttore legato al PCI, seppe fare di meglio. Appena arrivato alla
massima carica societaria, Marchini decise di legare il suo nome
all'arrivo di quello che era il miglior allenatore dell'epoca, Helenio
Herrera. Il trainer argentino, che aveva portato l'Inter a dominare in
Italia e all'estero, si trovò molto spesso a dover fare i conti con un
materiale tecnico di non eccelsa qualità. I risultati, naturalmente
scarseggiarono, se si fa eccezione per la vittoria della Coppa Italia del
1968, tanto da portare ben presto in rotta di collisione i due personaggi.
La goccia che fece traboccare il vaso fu la cessione dei gioielli
(Spinosi, Landini e Capello) alla Juventus. La vicenda fu presa a pretesto
da Herrera per far capire alla stampa specializzata che lui non
condivideva le mosse del Presidente. Ormai i rapporti erano completamente
deteriorati e quella che si era trasformata in una guerra personale, si
concluse con l'allontanamento di Herrera, che però continuava a godere
dell'appoggio della tifoseria. Che sintetizzò il suo pensiero con uno
slogan che non lasciava adito a dubbi: "Alvaro Marchini, hai fatto
più danni te de Mussolini". Purtroppo per la Roma, la vicinanza con
la politica si era rivelata deleteria.
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