Google
 

DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - I PRIMI TRIONFI - IL BOLOGNA CHE TREMARE IL MONDO FA - COMINCIA L'ERA DALL'ARA - COSI' SI GIOCA SOLO IN PARADISO - UN LENTO DECLINO - ALL'INFERNO E RITORNO - DALLA SERIE C AL FALLIMENTO - LA RINASCITA


DOPO LE DELUSIONI ARRIVA BERNARDINI

La delusione del 1957-58, spinge Dall'Ara a cambiare. Arriva Alfredo Foni, ma neanche lui può far fronte alla modestia della squadra. Fa il suo esordio Giacomo Bulgarelli. Allasio sostituisce Foni e porta il Bologna al quarto posto. Fa il suo eosrdio anche Paride Tumburus. Lo scambio tra Pivatelli, Bodi e Mialich, e Vinicio, si rivela un errore. Nell'estate del 1961 Dall'Ara spinto dalla contestazione, chiama Bernardini. 

Di fronte al deludente risultato del 1957-58, Dall'Ara decise di rilanciare, come del resto chiedeva una tifoseria che mal sopportava la latitanza di risultati importanti. E naturalmente, decise di partire dalla guida tecnica, affidando la guida della squadra ad Alfredo Foni, appena allontanato dalla panchina azzurra. Il presidente fece però un clamoroso errore di valutazione, pensando che il materiale umano affidato a Foni fosse all'altezza, e procedette a due soli acquisti di rilievo, quelli del centrocampista Romano Fogli, prelevato dal Torino e dell'ala Marino Perani, acquistato dall'Atalanta. Fogli e Perani si rivelarono all'altezza, ma la rosa era ormai arrivata alla frutta e il decimo, desolante, posto finale, squadernò ampiamente questa triste realtà. A farne le spese, non poteva che essere l'allenatore: Foni fu allontanato in favore di Allasio e il suo unico grande merito, rimase quello di aver fatto esordire in prima squadra un certo Giacomo Bulgarelli, interno di grandi speranze che avrebbe rinverdito le gesta dei grandi del vivaio emiliano. 
La campagna in vista della stagione 1959-60, quella che avrebbe sancito il primo mezzo secolo di vita del Bologna, fu caratterizzata dagli acquisti di Demarco e Campana dal Vicenza. Inoltre arrivava Renna, promettente ala del Lecce. Ancora una volta, era una campagna acquisti che lasciava grandi interrogativi, poichè mancava il grande colpo capace di suscitare entusiasmo e, soprattutto, si temeva che il mancato adeguamento di un materiale tecnico che negli ultimi anni aveva palesato grandi difficoltà, potesse dar luogo all'ennesima annata in tono minore. Non fu così, soprattutto grazie alla bravura di Allasio e al coraggio dimostrato dal tecnico nell'affidarsi ai prodotti del vivaio. Oltre a Bulgarelli, infatti, in quell'anno esordiva Paride Tumburus, solido mediano di Aquileia che dimostrava immediatamente di avere le doti per ritagliarsi un posto di spicco nel panorama nazionale. L'ottimo rendimento degli ex vicentini e quello dei prodotti locali, permetteva così al Bologna di cogliere un ottimo quinto posto finale che rendeva in maniera eloquente i meriti di Allasio, tecnico ruvido, ma capace di gestire al meglio uno spogliatoio che negli anni precedenti aveva dimostrato una certa ingovernabilità. Il tecnico fu naturalmente confermato, ma la campagna acquisti dell'estate 1960 fu contrassegnata da una trattativa non proprio felicissima, escogitata sull'asse Bologna-Napoli: nel capoluogo emiliano arrivavano Vinicio e una vagonata di milioni, mentre sotto il Vesuvio finivano Pivatelli, Bodi e Mialich. Il brasiliano era il classico ariete d'area che poteva far comodo per concretizzare la manovra, ma la cessione di Pivatelli, nel pieno della maturità, costituiva un clamoroso errore: dopo una stagione mediocre a Napoli, Pivatelli sarebbe andato al Milan a vincere la Coppa dei Campioni, dimostrando di avere ancora molto da dire. L'ennesima delusione, non poteva non avere ripercussioni nei rapporti tra società e tifoseria: Dall'Ara divenne oggetto di aperta contestazione e fu accusato di lesinare sugli investimenti, oltre che di metodi di gestione al limite della dittatura. Ormai non si poteva più sbagliare e il presidente, conscio di questo scomodo dato di fatto, decise di dar luogo ad una vera e propria rivoluzione, portando sotto l'ombra delle Torri, l'uomo che aveva confezionato il miracolo della Fiorentina scudettata di qualche anno prima, quel Fulvio Bernardini che il grande e immaginifico Gianni Brera aveva soprannominato Dottor Pedata. Un soprannome ben meritato e che rendeva con tutta evidenza la bravura di uno dei migliori tecnici mai espressi dal nostro calcio. Dopo aver iniziato la sua carriera di alto bordo alla Roma, ove aveva cercato di impiantare il Sistema, senza però riuscire a terminare la sua opera a causa di un insanabile contrasto col Sacerdoti, Bernardini aveva costruito la sua leggenda costruendo tassello su tassello la grandissima Fiorentina che aveva dominato il campionato 1955-56 e sfiorato ripetutamente il bis. Chiamato al capezzale della Lazio nel 1958, aveva vinto la Coppa Italia, primo torneo in assoluto nella storia della società biancoceleste, per poi essere travolto dalla inarrestabile crisi che avrebbe portato la stessa in serie B per la prima volta. Il fallimento romano, a lui non imputabile, non sminuiva certo il valore di un tecnico che aveva fondato sulla cifra estetica espressa dalle squadre da lui gestite, le sue fortune. Il connubio con Dall'Ara, si presentava difficile in partenza, vista la grande lontananza caratteriale dei due, ma avrebbe dato frutti copiosi.
 


COSI' SI GIOCA SOLO IN PARADISO

Con Bernardini comincia la ricostruzione, che parte da Janich. Dall'Ara scova Harald Nielsen in Danimarca. Il quarto posto del 1961-62 indica che la strada è quella giusta. Arriva Helmut Haller e il Bologna conferma il quarto posto. Dall'Ara non è però contento della tendenza a subire reti della squadra ed esterna il suo malumore. A poco a poco, però, anche lui si convince della bontà del lavoro del Dottore.

Le esigenze espresse all'atto del suo insediamento dal Dottore, furono prontamente recepite dal Direttore sportivo, Carlo Montanari, il quale provvide a prelevare dalla Lazio il libero Franco Janich, che Bernardini aveva già avuto alle sue dirette dipendenze e del quale conosceva alla perfezione le doti tecniche e la grande affidabilità. Sempre dalla Lazio, arrivava anche Bruno Franzini, un generosissimo cursore di centrocampo, che poteva mettere a disposizione di Giacomo Bulgarelli, ormai diventato titolare inamovibile, doti podistiche non indifferenti. Ma il colpo più grosso, almeno in prospettiva, fu messo a segno proprio da Dall'Ara, il quale alle Olimpiadi di Roma aveva adocchiato un poderoso centravanti danese, il giovanissimo Harald Nielsen, che aveva fatto sfracelli con la nazionale del suo paese e aveva vinto la classifica dei cannonieri della manifestazione. Il presidente decise di rivolgersi direttamente alla squadra di Nielsen, il Frederikshavn e concluse una operazione che si sarebbe rivelata di fondamentale importanza. Gli innesti in questione, e la conferma dei vari Perani, Pascutti, Bulgarelli e Pavinato non potevano però colmare tutto ad un tratto il gap con le squadre che regolarmente monopolizzavano il tetto della classifica, le milanesi e la Juventus. 
Il Bologna edizione 1961-62 dette regolarmente spettacolo con le squadre del proprio livello o più deboli, ma altrettanto regolarmente le prese dalle grandi, soprattutto a causa di una certa svagatezza difensiva, figlia di una tendenza a giocare più che a preoccuparsi del gioco avversario, finendo comunque con un ottimo quarto posto. Bernardini, in linea con la sua concezione estetica del calcio, non dette eccessiva importanza a questa tendenza e, anzi, in sede di mercato estivo, consigliò a Dall'Ara un solo acquisto, quello dell'interno della nazionale tedesca Helmut Haller, uno dei migliori giocatori europei del tempo, il quale aveva messo in evidenza le sue doti ai Mondiali cileni, gli stessi che avevano visto la partecipazione di Bulgarelli, Pascutti, Tumburus e Janich. L'innesto di Haller, comportò l'arretramento di Bulgarelli in sede di regia e portò una ulteriore ventata di brillantezza in fase di costruzione del gioco, ma al contempo rese ancora più vulnerabile il settore difensivo, al quale non bastava la protezione garantita da Tumburus. Il Bologna edizione 1962-63 partì a spron battuto, installandosi in vetta alla classifica e, quando alla quinta giornata i ragazzi di Bernardini distrussero il Modena dell'ex Malagoli con un roboante 7-1, il Dottore non riuscì a trattenersi affermando che così si giocava solo in paradiso. L'affermazione di Bernardini sarebbe rimasta nella storia, ma gli eventi successivi si presero il compito di confermare quello che la critica calcistica affermava da tempo: il Bologna assomigliava pericolosamente ad un gigante dai piedi di argilla. Le trasferte con Juventus, Milan e Roma, infatti, si chiusero tutte con lo stesso risultato, 3-1 per gli avversari e, quando il Bologna fu battuto a domicilio dall'Inter per 4-0, Dall'Ara non riuscì più a contenersi e, in una intervista, ribadì quello che del resto si era sempre saputo: lui preferiva gli allenatori alla Rocco, capaci di impedire alle squadre avversarie di giocare e fedeli al motto "primo, non prenderle". L'intervista del presidente non poteva passare sotto silenzio e il tecnico si incaricò di ribattere al siluro di Dall'Ara, affermando che gli squilibri messi in mostra dalla squadra, erano dovuti soprattutto alla immaturità e che di conseguenza non avrebbe modificato il proprio credo tattico. Il quarto posto con cui si chiuse la stagione, se da un lato confermava la bontà del lavoro di Bernardini, dall'altro lasciava un certo retrogusto amarognolo, dovuto alla constatazione che la squadra aveva saputo fare due reti più dell'Inter campione, subendone al contempo venti di più! Non c'era perciò dubbio che uno squilibrio di fondo vi fosse, aggravato anche dalla scarsa resa dei portieri, Santarelli, Cimpiel e Rado, che non avevano mai saputo conferire sicurezza ad un reparto arretrato già esposto di suo a causa di una certa mancanza di filtro da parte del reparto centrale. E proprio per ovviare a questa lacuna, Dall'Ara procedette nell'estate del 1963 all'acquisto di Negri, portiere del Mantova già arrivato alla maglia azzurra. All'acquisto di Negri, fece riscontro una mossa operata da Bernardini, l'arretramento di Fogli, il quale andava a prendersi cura della mezzapunta avversaria più pericolosa. Proprio il Dottore, aveva espresso il proprio convincimento di poter arrivare alo scudetto in breve, a patto di riuscire a prendere qualche rete di meno, confortato in questo dal giudizio del presidente. E le mosse operate in sede di mercato e di ristrutturazione della squadra andavano proprio nella direzione giusta, andando ad eliminare i difetti più vistosi della squadra: Negri, infatti, conferiva sicurezza alla difesa, mentre Fogli assicurava quell'opera di interdizione che negli anni precedenti aveva latitato, punendo oltremodo il Bologna. Il settimo scudetto si avvicinava a grandi passi.
     
  

IL SETTIMO ED ULTIMO SCUDETTO

Il torneo 1963-64 inizia con alcune esitazioni del Bologna. Poi, però, la squadra carbura e mette in chiaro le sue ambizioni. Il maggior equilibrio assicurato dall'arretramento di Fogli permette ai ragazzi di Bernardini di arrivare in vetta. Scoppia lo scandalo del doping e l'opinione pubblica si spacca in due fronti. Lo scandalo rientra e il Bologna riesce a raggiungere l'Inter. Muore Dall'Ara e il Bologna vince lo spareggio di Roma, dedicandogli il settimo titolo.

Il torneo 1963-64, non iniziò in maniera brillante. Nella giornata inaugurale, infatti, i ragazzi di Bernardini furono bloccati in casa dal non trascendentale Genoa, mentre alla seconda giornata fu il Torino a fermare sullo 0-0 i rossoblù. Era però, con tutta evidenza, soltanto un problema di carburazione, poichè al terzo turno Bulgarelli e compagni regolarono l'Atalanta con un classico 2-0, ripetuto sette giorni più tardi ai danni della Fiorentina. E quando alla quinta giornata, il Bologna andò a vincere 4-1 a Modena, era ormai chiaro che le pretendenti allo scudetto dovevano fare i conti con una squadra che aveva finalmente trovato quella regolarità di rendimento che era mancata negli anni precedenti e che abbinata alla brillantezza di gioco che era il marchio di fabbrica delle squadre allenate da Bernardini, poteva veramente fare la differenza. Un primo momento di difficoltà si ebbe con la prima sconfitta annuale, riportata a Marassi contro la Sampdoria, cui fece seguito il pareggio a reti bianche di Ferrara. La preoccupazione innescata nell'ambiente da questi risultati, fu però completamente fugata dallo scoppiettante 4-0 rifilato alla Roma e dallo 0-0 di San Siro con l'Inter, nello scontro che avrebbe dovuto dare una prima, robusta, riposta sulle reali possibilità dei felsinei. Il pareggio a reti bianche di San Siro, dimostrava ampiamente che la maturazione lungamente attesa dei tanti giovani che componevano l'ossatura della squadra, poteva dirsi compiuta. All'undicesimo turno, il Bologna si sbarazzò facilmente del Vicenza dell'ex Vinicio, tornato a grandissimi livelli dopo alcuni anni di parziale appannamento, con un 3-0 che non ammetteva repliche. Ancora una doppia vittoria esterna a Bari e a Catania, confermò il momento di grazia dei rossoblù, dando l'ennesimo segnale alla concorrenza. Le vittorie consecutive divennero poi sette, per effetto della doppietta casalinga con Mantova e Juventus e di quella esterna con Messina e Lazio. La nota più confortante era quella derivante dalla constatazione che la squadra continuava a segnare molto, subendo al contempo poche reti, indice di un maggior equilibrio dell'insieme. Il girone di ritorno, iniziò con l'ottava vittoria di fila, ottenuta sul campo del Genoa, subito seguita dalla nona, il 4-1 col quale fu liquidato il Torino. La serie si spezzò a Bergamo, ove l'Atalanta riuscì ad imporre l'1-1, proprio nel giorno in cui la Lazio, andando a vincere in casa del Milan, consegnava ai rossoblù il primato solitario. Proprio a questo punto, però, cominciarono a circolare strane voci in base alle quali i giocatori del Bologna conoscevano in anticipo il nome delle squadre che dovevano sottoporsi all'esame antidoping. Erano soltanto voci, ma stavano ad indicare che l'arrivo della squadra felsinea nell'area del primato era vissuto con estremo fastidio da chi riteneva che lo scudetto dovesse essere una questione privata tra poche compagini. Il 1° marzo, gli uomini di Bernardini andavano a vincere in casa del Milan la partita della verità, ribaltando con Nielsen e Pascutti il goal iniziale di Amarildo, ma solo tre giorni dopo, scoppiava in maniera fragorosa, lo scandalo del doping: cinque giocatori bolognesi (Pavinato, Tumburus, Fogli, Perani e Pascutti) erano stati trovati positivi all'esame dopo la partita vinta contro il Torino un mese prima. Bernardini e il medico sociale Poggiali furono squalificati per diciotto mesi, mentre, e questo sollevava grandi dubbi, i giocatori non furono colpiti da provvedimenti inibitori. L'opinione pubblica si divise in due partiti, pro e contro il Bologna e ben presto la situazione assunse toni talmente aspri da far dire ad Enzo Biagi che una spaccatura così netta non si verificava dalla fine della guerra civile seguita all'8 settembre. E quando il calendario mise di fronte Bologna e Inter per quello che avrebbe dovuto essere il redde rationem, addirittura si arrivò a parlare di "Pasqua di sangue" paventando chissà quali disordini.  Invece l'Inter espugnò Bologna e non accadde niente dando l'ennesima prova, se ce ne fosse stato bisogno, della civiltà che aveva sempre distinto il pubblico bolognese. Le polemiche però non si placarono, tanto che alcuni cittadini bolognesi decisero di rivolgersi alla magistratura ordinaria per una presunta manomissione delle provette. I risultati dell'inchiesta furono clamorosi. Secondo procedura i prelievi effettuati negli spogliatoi erano stati divisi in due provette: una per l'analisi e l'altra per l'eventuale controanalisi. Queste ultime, conservate ancora a Firenze presso il Centro tecnico di Coverciano, sottoposte ad un secondo esame rivelarono sì un contenuto di amfetamine, ma "non metabolizzate" (ovvero aggiunte al liquido organico dopo il prelievo) e in concentrazione tale da stendere un cavallo! La manomissione a danno del Bologna prendeva perciò consistenza e non era più un'ipotesi dei più irriducibili tifosi rossoblù. Fra i principali protagonisti della polemica giornalistica che spaccò in due il fronte della critica ci furono due pezzi da 90 del giornalismo sportivo dell'epoca: Gianni Brera (pro Inter) e Antonio Ghirelli (pro Bernardini e quindi Bologna). Mentre il campionato volgeva al termine, arrivava il secondo colpo di teatro, che vedeva la restituzione dei punti di penalizzazione al Bologna e il riaggancio in vetta con l'Inter. Si rendeva perciò necessario lo spareggio per il titolo, spareggio che fu giocato a giugno inoltrato e che vide la vittoria del Bologna per 2-0. Purtroppo, ad esultare coi suoi ragazzi non c'era il Presidente del Bologna, Renato Dall'Ara, stroncato da un infarto nel corso di una delle febbrili riunioni che avevano preceduto la gara decisiva dell'Olimpico. Finiva così, nel modo più drammatico possibile l'ultima grande epopea del calcio bolognese.