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DALLA
FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - I
PRIMI TRIONFI - IL
BOLOGNA CHE TREMARE IL MONDO FA - COMINCIA
L'ERA DALL'ARA - COSI' SI GIOCA SOLO IN PARADISO - UN LENTO DECLINO
- ALL'INFERNO E RITORNO - DALLA SERIE C AL FALLIMENTO - LA RINASCITA
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DOPO LE DELUSIONI ARRIVA
BERNARDINI |
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Di
fronte al deludente risultato del 1957-58, Dall'Ara decise di rilanciare,
come del resto chiedeva una tifoseria che mal sopportava la latitanza di
risultati importanti. E
naturalmente, decise di partire dalla guida tecnica, affidando la guida
della squadra ad Alfredo Foni, appena allontanato dalla panchina azzurra.
Il presidente fece però un clamoroso errore di valutazione, pensando che
il materiale umano affidato a Foni fosse all'altezza, e procedette a due
soli acquisti di rilievo, quelli del centrocampista Romano Fogli,
prelevato dal Torino e dell'ala Marino Perani, acquistato dall'Atalanta.
Fogli e Perani si rivelarono all'altezza, ma la rosa era ormai arrivata
alla frutta e il decimo, desolante, posto finale, squadernò ampiamente
questa triste realtà. A farne le spese, non poteva che essere
l'allenatore: Foni fu allontanato in favore di Allasio e il suo unico
grande merito, rimase quello di aver fatto esordire in prima squadra un
certo Giacomo Bulgarelli, interno di grandi speranze che avrebbe
rinverdito le gesta dei grandi del vivaio emiliano. |
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COSI' SI GIOCA SOLO IN
PARADISO |
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Le
esigenze espresse all'atto del suo insediamento dal Dottore, furono
prontamente recepite dal Direttore sportivo, Carlo Montanari, il quale
provvide a prelevare dalla Lazio il libero Franco Janich,
che Bernardini aveva già avuto alle sue dirette dipendenze e del quale
conosceva alla perfezione le doti tecniche e la grande affidabilità.
Sempre dalla Lazio, arrivava anche Bruno Franzini,
un generosissimo cursore di centrocampo, che poteva mettere a disposizione
di Giacomo Bulgarelli, ormai diventato titolare inamovibile, doti
podistiche non indifferenti. Ma il colpo più grosso, almeno in
prospettiva, fu messo a segno proprio da Dall'Ara, il quale alle Olimpiadi
di Roma aveva adocchiato un poderoso centravanti danese, il giovanissimo
Harald Nielsen, che aveva fatto sfracelli con
la nazionale del suo paese e aveva vinto la classifica dei cannonieri
della manifestazione. Il presidente decise di rivolgersi direttamente alla
squadra di Nielsen, il Frederikshavn
e concluse una operazione che si sarebbe rivelata di fondamentale
importanza. Gli innesti in questione, e la conferma dei vari Perani,
Pascutti, Bulgarelli e Pavinato non potevano però colmare tutto ad un
tratto il gap con le squadre che regolarmente monopolizzavano il tetto
della classifica, le milanesi e la Juventus. |
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IL SETTIMO ED ULTIMO
SCUDETTO |
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Il torneo 1963-64, non
iniziò in maniera brillante. Nella giornata inaugurale, infatti, i
ragazzi di Bernardini furono bloccati in casa dal non trascendentale Genoa,
mentre alla seconda giornata fu il Torino a fermare sullo 0-0 i rossoblù.
Era però, con tutta evidenza, soltanto un problema di carburazione,
poichè al terzo turno Bulgarelli e compagni regolarono l'Atalanta con un
classico 2-0, ripetuto sette giorni più tardi ai danni della Fiorentina.
E quando alla quinta giornata, il Bologna andò a vincere 4-1 a Modena,
era ormai chiaro che le pretendenti allo scudetto dovevano fare i conti
con una squadra che aveva finalmente trovato quella regolarità di
rendimento che era mancata negli anni precedenti e che abbinata alla
brillantezza di gioco che era il marchio di fabbrica delle squadre
allenate da Bernardini, poteva veramente fare la differenza. Un primo
momento di difficoltà si ebbe con la prima sconfitta annuale, riportata a
Marassi contro la Sampdoria, cui fece seguito il pareggio a reti bianche
di Ferrara. La preoccupazione innescata nell'ambiente da questi risultati,
fu però completamente fugata dallo scoppiettante 4-0 rifilato alla Roma e
dallo 0-0 di San Siro con l'Inter, nello scontro che avrebbe dovuto dare
una prima, robusta, riposta sulle reali possibilità dei felsinei. Il
pareggio a reti bianche di San Siro, dimostrava ampiamente che la
maturazione lungamente attesa dei tanti giovani che componevano l'ossatura
della squadra, poteva dirsi compiuta. All'undicesimo turno, il Bologna si
sbarazzò facilmente del Vicenza dell'ex Vinicio, tornato a grandissimi
livelli dopo alcuni anni di parziale appannamento, con un 3-0 che non
ammetteva repliche. Ancora una doppia vittoria esterna a Bari e a Catania,
confermò il momento di grazia dei rossoblù, dando l'ennesimo segnale
alla concorrenza. Le vittorie consecutive divennero poi sette, per effetto
della doppietta casalinga con Mantova e Juventus e di quella esterna con
Messina e Lazio. La nota più confortante era quella derivante dalla
constatazione che la squadra continuava a segnare molto, subendo al
contempo poche reti, indice di un maggior equilibrio dell'insieme. Il
girone di ritorno, iniziò con l'ottava vittoria di fila, ottenuta sul
campo del Genoa, subito seguita dalla nona, il 4-1 col quale fu liquidato
il Torino. La serie si spezzò a Bergamo, ove l'Atalanta riuscì ad
imporre l'1-1, proprio nel giorno in cui la Lazio, andando a vincere in
casa del Milan, consegnava ai rossoblù il primato solitario. Proprio a
questo punto, però, cominciarono a circolare strane voci in base alle
quali i giocatori del Bologna conoscevano in anticipo il nome delle
squadre che dovevano sottoporsi all'esame antidoping. Erano soltanto voci,
ma stavano ad indicare che l'arrivo della squadra felsinea nell'area del
primato era vissuto con estremo fastidio da chi riteneva che lo scudetto
dovesse essere una questione privata tra poche compagini. Il 1° marzo,
gli uomini di Bernardini andavano a vincere in casa del Milan la partita
della verità, ribaltando con Nielsen e Pascutti il goal iniziale di
Amarildo, ma solo tre giorni dopo, scoppiava in maniera fragorosa, lo
scandalo del doping: cinque giocatori bolognesi (Pavinato, Tumburus,
Fogli, Perani e Pascutti) erano stati trovati positivi all'esame dopo la
partita vinta contro il Torino un mese prima. Bernardini e il medico
sociale Poggiali furono squalificati per diciotto mesi, mentre, e questo
sollevava grandi dubbi, i giocatori non furono colpiti da provvedimenti
inibitori. L'opinione pubblica si divise in due partiti, pro e contro il
Bologna e ben presto la situazione assunse toni talmente aspri da far dire
ad Enzo Biagi che una spaccatura così netta non si verificava dalla fine
della guerra civile seguita all'8 settembre. E quando il calendario mise
di fronte Bologna e Inter per quello che avrebbe dovuto essere il redde
rationem, addirittura si arrivò a parlare di "Pasqua di sangue"
paventando chissà quali disordini. Invece l'Inter espugnò Bologna
e non accadde niente dando l'ennesima prova, se ce ne fosse stato bisogno,
della civiltà che aveva sempre distinto il pubblico bolognese. Le
polemiche però non si placarono, tanto che alcuni cittadini bolognesi
decisero di rivolgersi alla magistratura ordinaria per una presunta
manomissione delle provette. I risultati dell'inchiesta furono clamorosi.
Secondo procedura i prelievi effettuati negli spogliatoi erano stati
divisi in due provette: una per l'analisi e l'altra per l'eventuale
controanalisi. Queste ultime, conservate ancora a Firenze presso il Centro
tecnico di Coverciano, sottoposte ad un secondo esame rivelarono sì un
contenuto di amfetamine, ma "non metabolizzate" (ovvero aggiunte
al liquido organico dopo il prelievo) e in concentrazione tale da stendere
un cavallo! La manomissione a danno del Bologna prendeva perciò
consistenza e non era più un'ipotesi dei più irriducibili tifosi rossoblù.
Fra i principali protagonisti della polemica giornalistica che spaccò in
due il fronte della critica ci furono due pezzi da 90 del giornalismo
sportivo dell'epoca: Gianni Brera (pro Inter) e Antonio Ghirelli (pro
Bernardini e quindi Bologna). Mentre il campionato volgeva al termine,
arrivava il secondo colpo di teatro, che vedeva la restituzione dei punti
di penalizzazione al Bologna e il riaggancio in vetta con l'Inter. Si
rendeva perciò necessario lo spareggio per il titolo, spareggio che fu
giocato a giugno inoltrato e che vide la vittoria del Bologna per 2-0.
Purtroppo, ad esultare coi suoi ragazzi non c'era il Presidente del
Bologna, Renato Dall'Ara, stroncato da un infarto nel corso di una delle
febbrili riunioni che avevano preceduto la gara decisiva dell'Olimpico.
Finiva così, nel modo più drammatico possibile l'ultima grande epopea
del calcio bolognese.
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