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DALLA
FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - I
PRIMI TRIONFI - IL
BOLOGNA CHE TREMARE IL MONDO FA - COMINCIA
L'ERA DALL'ARA - COSI' SI GIOCA SOLO IN PARADISO - UN LENTO DECLINO
- ALL'INFERNO E RITORNO - DALLA SERIE C AL FALLIMENTO - LA RINASCITA
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IL DOPOGUERRA |
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Il
periodo che precedette la fine del conflitto, fu particolarmente duro per
Bologna. La
"Linea Gotica", ferma sugli Appennini, aveva fatto della pianura
Padana l'obiettivo di pesanti bombardamenti. E il fatto che l'Appennino
Tosco-emiliano fosse stato una delle roccaforti della Resistenza, aveva
avuto come conseguenza terribili rappresaglie da parte nazifascista. In
condizioni simili, con lutti e distruzioni che ogni giorno
caratterizzavano una guerra che sin dall'inizio gli italiani avevano
rifiutato, pensare al calcio era praticamente impossibile. Poi, però,
nell'aprile del '45, la città fu liberata dagli alleati e, finalmente,
anche il Bologna rinacque a nuova vita. Era arrivato il momento di pensare
alla ricostruzione e il calcio poteva servire magnificamente a ridare un
minimo di serenità ad un paese che usciva a pezzi dal conflitto. Quando a
Bologna si pensò di rimettere assieme società e squadra, fu un
plebiscito per l'uomo che aveva conquistato quattro scudetti in sei
stagioni: l'Assemblea dei soci, promossa da un centinaio di fedelissimi
rossoblù, si tenne al Modernissimo, uno dei cinema del centro rimasto in
piedi, ed espresse un mandato per Dall'Ara che non poteva che essere
unanime e caloroso. La
ricostruzione, era resa estremamente difficile dal fatto che
c'erano da sostituire nomi mitici: se n'erano infatti andati Sansone e
Andreolo al Napoli, il primo come allenatore e il secondo come giocatore.
Una scelta dovuta soprattutto a motivi di età. E se n'era dovuto andare
anche Ettore Puricelli, compromesso col regime e naturalmente non più
benvoluto in una città il cui sindaco, Dozza, era comunista. Per attutire
i danni derivanti da questa situazione, Dall'Ara aveva trattato la
cessione di Puricelli al Milan, chiedendo in cambio Gino Cappello,
uno spilungone caratterizzato dal naso arcuato e dalla classe cristallina,
che aveva avuto modo di farsi ammirare dalla tifoseria petroniana proprio
in un match con i rossoneri. Assieme al fuoriclasse di origine padovana
(un vero e proprio talento come pochi e come tale provvisto di un
carattere estremamente bizzarro) erano arrivati anche Todeschini
e Ferruccio Valcareggi, il futuro
commissario tecnico della Nazionale italiana, ottimo centrocampista che
già aveva avuto modo di mettersi in evidenza con le maglie di Triestina e
Fiorentina. In
panchina Dall'Ara aveva chiamato l'austriaco Popovich, il quale poteva
disporre di un organico che sulla carta non era male. La partenza del
torneo fu però molto balbettante, tanto che da gennaio, visti i non
brillantissimi risultati, la società decise di puntare su una commissione
formata da Pietro Genovesi e Angiolino Schiavio, due nomi che erano già
entrati a pieno diritto nella storia del Bologna. Era
chiaro il tentativo di Dall'Ara di puntare sulla più classica delle
mozioni degli affetti, cercando in tal modo di dare una scossa ad un
ambiente depresso da un inizio nettamente al di sotto delle aspettative.
Eppure le cose non erano molto migliorate, sicché, da aprile arrivò
Giuseppe Viola. Non in tempo però per conquistare uno dei primi quattro
posti per partecipare al girone finale del Campionato Alta Italia. Sesto
posto finale e una sola consolazione, la vittoria nella Coppa Alta Italia,
che i rossoblu conquistarono nel turno conclusivo su Vicenza, Modena e
Novara, con l'inserimento di Tatti, acquistato dalla Pistoiese, e con Gino
Cappello capace di infilare 21 gol in 13 partite. C'era molto da lavorare
per recuperare l'efficienza prebellica e Dall'Ara non si sottrasse al suo
compito. Nell'estate del 1946, arrivarono il portiere Vasirani,
conteso dal Modena e squalificato sino alla fine dell'anno per
irregolarità nel suo tesseramento, il centromediano Bela Sarosi,
preso dal Ferencvaros, l'ala Sipos, anche lui dai
magiari, il roccioso terzino Spadoni, dal Genoa
e l'attaccante Galassi, prelevato dal Perugia
ove si era messo in grande evidenza. Inoltre dall'Amatori, una squadra
minore cittadina, arrivava Guglielmo Giovannini,
un terzino che avrebbe scritto molte pagine importanti in maglia rossoblù. La
stagione si aprì in maniera assai confortante: per ben sette incontri il
Bologna non subì una rete, grazie alle grandi prestazioni del trio
difensivo: Vanz (ormai subentrato a Ferrari), con la protezione di Spadoni
e Ricci, rimase imbattuto addirittura per 663 minuti. Fu Eusebio
Castigliano, con un terrificante fendente da lontano, ad interrompere
l'imbattibilità della porta petroniana e ad aprire un periodo non
felicissimo che vide la squadra, ancora affidata a Viola, perdere il
primato. Con il passare del tempo, venne alla luce soprattutto la
difficoltà di rimpiazzare Carletto Reguzzoni, il quale aveva lasciato la
maglia rossoblu dopo una militanza di 14 stagioni con 379 presenze (terzo
assoluto dietro Bulgarelli e Gasperi) e 145 gol (secondo solo a Schiavio).
Ci provò Tatti, che era stato acquisito proprio a questo fine, ma era
praticamente impossibile sostituire un giocatore che era riuscito a
conquistarsi un posto di grandissimo rilievo nel cuore della tifoseria
bolognese. A pagare le conseguenze della situazione, fu alfine Viola, il
quale venne sostituito ad aprile da Lelovich e la squadra chiuse la quinto
posto senza infamia e senza lode. Il Bologna, pagava in particolare il
mancato aggiornamento tattico: imperava ormai il Sistema, del quale il
più rinomato interprete era il grande Torino, e le squadre che si
attardavano sull'ormai sorpassato Metodo erano costrette a pagare dazio.
Come successe appunto al Bologna, nel 1947-48, apertosi con una campagna
acquisti in tono minore. Erano arrivati all'ombra delle Due Torri
giocatori discreti, ma non eccelsi, come il mediano Cingolani, l'interno
Gritti (prelevato dalla Fiorentina) e l'attaccante Mike, ungherese
acquistato dal Ferencvaros con la speranza di un rendimento più elevato
di quello fornito dal partente Sipos. Sul fronte delle partenze, erano da
segnalare le cessioni di Valcareggi e Galassi, entrambi alla Fiorentina,
mentre dava l'addio al calcio giocato Angelo Pagotto, un altro dei grandi
del periodo precedente alla guerra. Alla guida tecnica, ritornava il
vecchio Felsner, ma neanche lui poteva fare miracoli. Il risultato finale fu un nono posto
che poteva essere giudicato il classico bicchiere per il quale stabilire
se fosse mezzo vuoto o mezzo pieno... |
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IL BOLOGNA DEI PASTORINI |
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L'estate del
1948 fu caratterizzata da una campagna acquisti ancora una volta al di
sotto delle aspettative di una tifoseria che mal si rassegnava a subire
l'egemonia
del Grande Torino, senza poter praticamente metter bocca nella lotta per
il titolo. Sul fronte degli arrivi, c'era da mettere in rilievo ben poco.
Dalla Pistoiese arrivava l'interno Bernicchi,
dalla Lucchese veniva prelevato il centromediano Mezzadri, mentre sul
mercato estero si provvedeva all'acquisto di Villasanta, un terzino dell'Audax
di Santiago e di Zarate, interno della stessa squadra. Erano ormai lontani
i tempi in cui in maglia rossoblù approdavano veri e propri fuoriclasse:
i due avrebbero ben presto lasciato l'Emilia senza lasciare tracce del
proprio passaggio. Il migliore acquisto si sarebbe rivelato quello di un
certo Cesarino Cervellati, giovanissima ala
prelevata dal Tomasini, ennesimo prodotto di rilievo del vivaio bolognese.
All'arrivo di Cervellati, faceva da pendant la partenza di Amedeo Biavati,
ormai arrivato alla fine di una straordinaria carriera. La squadra fu
affidata a Toni Cargnelli, ottimo tecnico austriaco che nel nostro paese
aveva messo in mostra ripetutamente la propria bravura, a partire dal
1926, quando aveva portato il Torino del Trio al primo scudetto della sua
storia. Il tecnico austriaco confermò ancora una volta la sua sapienza,
arretrando il centromediano Ballacci a formare una grande coppia di
terzini con Giovannini, mentre in avanti Cappello si rivelava una
straordinaria rampa di lancio per Mike, autore di ben 21 reti che
permettevano ai petroniani di cogliere un ottimo quinto posto che, se
rapportato ai timori di inizio stagione, poteva essere considerato per
quello che valeva, soprattutto in una annata caratterizzata dalla tragica
fine del Grande Torino a Superga. E proprio la scomparsa della più grande
squadra mai espressa dal calcio italiano, apriva praticamente una nuova
era, consegnando alla concorrenza la possibilità di approfittare del
nuovo equilibrio ridato ad un torneo che negli ultimi cinque anni era
stato praticamente monopolizzato da Mazzola e compagni. |
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CON VIANI SI TORNA A
SALIRE |
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Il grande spavento di
quell'anno, convinse infine Dall'Ara a voltare pagina. Cominciando dalla
panchina, ove il presidente provvide ad ingaggiare Gipo Viani, uno dei
migliori tecnici in circolazione, rimasto libero dopo l'allontanamento
dalla guida tecnica della Roma dovuto all'incompatibilità con il sin
troppo estroso Bronèe. L'inventore del Vianema, modulo che prevedeva un
finto attaccante che ripiegando sistematicamente lasciava spazio agli
inserimenti degli interni e un libero spazzino alle spalle della difesa,
provvide a rinforzare la rosa con gli innesti del portiere Giorcelli
(dal Monza) del terzino trevigiano Cattozzo,
del centromediano Greco, prelevato dalla Lucchese, della velocissima ala
La Forgia, del classico interno Randon e, soprattutto di quel Bacci
del quale aveva compreso le grandi potenzialità. Inoltre tornava Mike,
accolto con grande gioia da una tifoseria che non aveva dimenticato le sue
precedenti gesta in maglia rossoblù. Era una campagna acquisti che
guardava evidentemente al futuro e come tale andava evidentemente presa.
L'esplosione di Bacci ad altissimi livelli, coadiuvata dall'ottimo
rendimento di Mike e Cervellati, consentirono comunque al Bologna di
risalire ad un quinto posto che costituiva una clamorosa sorpresa se
rapportato agli spaventi dell'anno precedente, a soli otto punti dall'Inter
campione d'Italia. |
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