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Il
difficile momento del nostro calcio, fu confermato alle Olimpiadi di
Londra. La nostra selezione, una sorta di nazionale B, dopo aver rifilato
un roboante 9-0 agli Stati Uniti, fu infatti eliminata, con grande
clamore, dalla Danimarca. I nordici, vinsero 5-3 e misero in mostra tutta
una serie di ottime individualità, che poi sarebbero calate in Italia, a
partire dai due fuoriclasse d'attacco John Hansen e
Praest, passando per
la mediana composta da Pilmark, Jensen e
Oernvold e finendo per l'ala
Ploeger. E proprio Ploeger, uno dei grandi protagonisti del 5-3 rifilato
dai danesi all'Italia, fu protagonista del farsesco episodio che spiega
benissimo quello che stava avvenendo in un calcio come il nostro, affamato
di novità esotiche: contattato da Juventus e Milan, il giocatore si
accordò inizialmente coi rossoneri, partendo in treno per l'Italia.
Mentre il viaggio era in corso, però, un emissario della società
bianconera convinse Ploeger a firmare per la Juventus, la quale, in
contropartita, decise di girare un centravanti svedese, Nordhal, al Milan.
La farsa, si trasformò ben presto in una clamorosa beffa per i
bianconeri, poiché mentre Nordhal si sarebbe rivelato un vero e proprio
fuoriclasse, Ploeger non si sarebbe mai ambientato nel nostro calcio,
smentendo in maniera clamorosa le referenze che lo avevano accompagnato.
Se l'affare Ploeger rasentava la farsa, tutto quello che si stava
imbastendo sulla questione degli stranieri rischiava invece di
trasformarsi in un danno per il nostro calcio, poiché il consueto
provincialismo che stava caratterizzando la caccia al campione forestiero
rischiava di riverberarsi in maniera pesante sui vivai, impedendo la
crescita dei giocatori indigeni o ritardandola oltremodo.
Si chiudeva con il disastro londinese il 1948, un anno certamente non
glorioso, che aveva messo a nudo le difficoltà nelle quali si trovava il
nostro calcio, derivanti da equivoci tattici e anche da una mancanza di
programmazione seria, della quale l'apertura delle frontiere era il segno
più evidente. Il blocco del Grande Torino, costituiva sicuramente una
garanzia, anche a livello internazionale, come del resto confermò la
tourneè che lo squadrone granata fece nell'estate in Brasile, sciorinando
bel gioco e rendendo del tutto evidente che in forza del collettivo
pilotato da Valentino Mazzola, l'Italia poteva sperare in una ottima
riuscita ai Mondiali programmati per il 1950 proprio in terra brasiliana.
La stessa stampa brasiliana, di fronte alla grande dimostrazione di
efficienza fornita dal Torino, si dimostrò ammirata e preoccupata in
vista della rassegna mondiale, affermando in maniera unanime che l'Italia
era una delle squadre più pericolose per la formazione di casa. Dall'altro canto, erano in molti a preoccuparsi dell'equivoco tattico in
cui continuava a dibattersi la nostra selezione, sempre a metà tra
l'adozione del Sistema e un ritorno parziale al Metodo. Inoltre,
scarseggiavano i ricambi in grado di supplire eventuali assenze, anche se
al blocco torinista, andavano aggiunti due ottimi giocatori come Parola,
forse il miglior centromediano europeo e Boniperti, possibile alternativa
agli attaccanti.
Cominciava così il 1949, anno cruciale nella storia della nostra
Nazionale e anche del calcio italiano. La stagione partiva nel migliore
dei modi, con il 4-1 rifilato al Portogallo nell'amichevole disputata a
Marassi, nel corso della quale Valentino Mazzola dimostrava di aver ormai
superato lo strano complesso che lo aveva limitato nelle prime uscite in
maglia azzurra. Arrivava poi la bella vittoria di Madrid, 3-1 contro le
Furie Rosse, con una squadra abbastanza sperimentale nella quale trovavano
posto il terzino genoano Becattini, il mediano del Milan
Annovazzi, gli
interisti Lorenzi e Amadei (il fornaretto aveva appena lasciato la Roma) e
l'ala Carapellese, che sembrava il miglior viatico possibile ad un nuovo
periodo di successi. Ma proprio nel corso dell'amichevole con il
Portogallo, si erano involontariamente poste le basi per la sciagura che
avrebbe cambiato i destini del nostro calcio per i decenni a venire.
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Nel prepartita di
Marassi, infatti, il capitano portoghese Ferreira, aveva convinto
Valentino Mazzola a portare il Grande Torino a Lisbona per la sua partita
di addio. L'unica cosa che avrebbe potuto impedire il viaggio, era una
sconfitta dei granata a Milano con l'Inter, nel match che poteva dare una
svolta in un senso o nell'altro al torneo 1948-49. Quel giorno, Valerio
Bacigalupo si superò respingendo tutti gli attacchi portati alla sua
porta dagli avanti nerazzurri. consegnando in pratica ai suoi compagni il
quinto titolo consecutivo. La comitiva granata, poteva così imbarcarsi
sull'aereo che la avrebbe dovuta portare nella capitale portoghese per la
partita con il Benfica. Nel corso del viaggio di ritorno, però, l'aereo
che stava riportando Mazzola e compagni in Italia, terminò il suo tragico
viaggio sul muraglione della Basilica di Superga. Nel disastro, il più
grave del calcio mondiale di ogni epoca, perivano tutti i giocatori che
avevano fatto sognare gli italiani, oltre ai membri dell'equipaggio, ai
dirigenti accompagnatori e ai giornalisti che avevano accompagnato quel
viaggio. Lo choc che travolse il calcio italiano, fu profondo, reso ancora
più acuto dalla constatazione che era praticamente impossibile far
fronte, sul piano tecnico, alla scomparsa di fuoriclasse come Bacigalupo,
Ballarin, Maroso, Loik e Mazzola. Il tutto ad un solo anno
dall'appuntamento mondiale del 1950, cui sino ad allora gli ambienti
federali avevano guardato con grande fiducia e con il chiaro intento di
stupire ancora una volta, come era successo nel 1934 e nel 1938.
La ricostruzione, partiva il 22 maggio 1949, con una partita contro
l'Austria, nell'ambito della rinata Coppa Internazionale, per la quale la
Federazione, decise di devolvere l'incasso della partita ai familiari
delle vittime. La nuova Italia, era composta da alcuni veterani, come
Annovazzi e Carapellese, e da molti esordienti o quasi, a partire dal
portiere interista Franzosi, alla sua seconda presenza in azzurro. In
particolare, vestivano per la prima volta la maglia azzurra il terzino
della Lucchese, Bertuccelli, e quello della Fiorentina,
Rosetta, il mediano
interista Fattori e l'estroso attaccante Gino Cappello. La squadra,
assemblata da Novo, pur schierata con ben quattro centravanti (oltre a
Cappello, c'erano Boniperti, Amadei e Lorenzi), riuscì a battere
l'Austria con una prestazione di ottimo livello, che probabilmente illuse
qualcuno sulla possibilità di poter comunque rimediare al disastro di
Superga. Purtroppo, non era così. Un terzino come Maroso e, soprattutto,
una coppia di interni come quella costituita da Mazzola e Loik, non
avevano possibili sostituti, troppo era il dislivello con coloro che ne
costituivano i rincalzi. La reazione nervosa della nostra squadra, fu
comunque apprezzabile, tanto che nella seconda partita della Coppa
Internazionale, gli azzurri andarono a pareggiare a Budapest contro
l'Ungheria, grazie ad una rete di Carapellese. L'annata, forse la più
tragica del calcio italiano, si chiuse con una sconfitta contro l'inghilterra
a Londra, un 2-0 che confermava i bianchi come vera bestia nera della
nostra selezione.
Ormai, i mondiali erano alle porte. Il 1950, si aprì con una vittoria
contro il Belgio, ma poi arrivò la sconfitta per 1-0 in Austria, nella
terza gara della Coppa Internazionale, a confermare la grande confusione
che si era impadronita del nostro calcio. Quel giorno, infatti, la nostra
squadra dette luogo ad una modifica tattica del tutto fuori luogo,
suggerita dalla necessità di fermare il fulcro del gioco austriaco,
quell'Ocwirk che di lì a qualche anno sarebbe venuto a giocare nella
Sampdoria. Nel tentativo di arginare il fortissimo centromediano
austriaco, Novo pensò di incollargli Annovazzi, pensando in tal modo di
prosciugare la fonte del gioco avversario. Avvenne esattamente il
contrario, poichè mentre Ocwirk continuò a sciorinare il suo gioco,
Annovazzi non potè dare il suo contributo in fase di rilancio condannando
l'Italia ad una partita puramente difensiva, persa infine per 1-0. Se la
sconfitta con l'Austria contava relativamente, l'approccio alla partita
stava a dimostrare che le alchimie tattiche, ormai in gran voga nel
campionato italiano, rischiavano di trasformarsi in una palla al piede per
il nostro calcio, anche se nessuno fece una riflessione in tal senso. A
facilitare la rimozione di quanto successo in Austria, concorse
l'incredibile 5-0 rifilato dalla nostra squadra B all'Inghilterra, nel
giorno in cui Gino Cappello aveva deciso di
mettere in mostra tutte le doti di cui disponeva e che molto spesso erano
messe in sottordine da un carattere impossibile. Il bolognese quel giorno
mise ripetutamente in difficoltà la difesa avversaria, sbalordendo gli
inglesi per proprietà di palleggio e potenza atletica, guadagnandosi in
tal modo il biglietto per la spedizione mondiale.
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Arrivò così il momento
della partenza per il Sud America. E già il viaggio, si trasformò in un
problema. Troppo vivo il ricordo della sciagura di Superga, per convincere
i giocatori ad affrontare un viaggio in aereo, per cui si ripiegò sul
viaggio per nave. Che durò più di due settimane e che si rivelò di una
noia mortale, deperendo oltremodo il morale dei ventidue prescelti. Per
fare in modo che non perdessero la forma, i responsabili della spedizione
fecero svolgere gli allenamenti fisici sulla nave, ma dovettero ben presto
rinunciare a quello sui palloni, poiché quelli che erano stati portati
erano ben presto finiti in mare. Le peripezie italiane, suscitarono
l'ilarità delle concorrenti, le quali avevano risolto il problema del
trasferimento con viaggi aerei durati non più di una ventina di ore e che
già si trovavano sul posto per rifinire la condizione atletica.
Quando gli azzurri arrivarono a San Paolo, la loro condizione era più
simile a quella di turisti che di atleti che si apprestavano a giocare un
mondiale. Gli allenamenti tecnici, seguiti da migliaia di nostri
connazionali emigrati in Brasile, destarono grande ammirazione negli
osservatori, ma i più accorti sapevano che la realtà era ben diversa e
che sarebbe venuta fuori solo sul campo, quando alla preparazione tecnica
si sarebbe dovuta affiancare una vena atletica che i nostri atleti, dopo
un viaggio simile, non potevano avere.
La verità, venne fuori nel corso della partita inaugurale contro la
Svezia, squadra giovane che si era vista saccheggiare nei mesi precedenti
dalle squadre italiane i suoi più rinomati campioni. Oltre a Nordhal, il
Milan si era infatti accaparrato Liedholm e Gren, in pratica la spina
dorsale della squadra, mentre molti altri giocatori non aspettavano altro
che di mettersi in luce per seguire le orme degli illustri connazionali. E
proprio questa circostanza, concorreva ad aumentare il grado di
difficoltà di una partita che in molti, nell'ambiente italiano, avevano
sottovalutato.
Fu proprio quello che successe il 25 giugno 1950, quando la Svezia,
trascinata da Jeppson, battè 3-2 l'Italia
buttandola in pratica fuori dalla rassegna iridata. Quel giorno, oltre al
fortissimo attaccante poi atalantino, autore di una doppietta, si misero
in evidenza Sune Andersson, autore della
terza rete, che sarebbe poi passato alla Roma, Sundqvist e Knut Nordhal,
anch'essi futuri giallorossi, Gaerd, prenotato
dalla Sampdoria e, soprattutto, l'imprendibile interno Nacka Skoglund,
che sarebbe stato soffiato dall'Inter alla Roma, il quale fece girare la
testa ai suoi controllori e ispirò tutte le manovre d'attacco scandinave.
A rendere più facile la vittoria svedese, concorsero anche gli errori di
Novo, a partire da quello riguardante il terzino della Lazio Furiassi,
schierato nonostante la totale mancanza di esperienza internazionale.
L'inadeguatezza di Furiassi, travolto dalle estreme svedesi, fu
ulteriormente aggravata dalla pessima giornata di Lucidio Sentimenti IV,
responsabile di almeno due reti avversarie e dal crollo nervoso di un
altro esordiente, Magli. L'ultima speranza italiana, si infranse sul palo
colpito da Muccinelli a pochi minuti dal
termine, ennesimo duro colpo di un destino ingrato che sembrava aver
girato le spalle agli azzurri. A nulla valse il 2-0 rifilato al Paraguay
una settimana dopo, quando l'ingresso di Pandolfini
rese molto più solido il reparto di mezzo e consentì all'Italia di
chiudere con un minimo di dignità un torneo che, senza i clamorosi errori
di preparazione e di gestione del materiale tecnico, avrebbe potuto dare
ben altre soddisfazioni.
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