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LA
PRIMA NAZIONALE - UNA
SPERANZA DELUSA - LA PRIMA
COPPA INTERNAZIONALE - DALL'AVVENTO DEGLI ORIUNDI
AL TRIONFO MONDIALE DEL 1934 - LE
OLIMPIADI DI BERLINO - BICAMPIONI -
GUERRA E
DOPOGUERRA - SUPERGA - UNA DIFFICILE RICOSTRUZIONE - FUORI DAI MONDIALI - LO
SCANDALO CILENO - I RIDOLINI COREANI CI FANNO PIANGERE - L'EUROPEO DEL 1968
- SECONDI SOLO A PELE' - LA DELUSIONE DEGLI EUROPEI DEL 1972 - DA FAVORITI
IN GERMANIA - UN MONDIALE DA INCUBO - I PIEDI BUONI - I MONDIALI D'ARGENTINA
- UNO SFORTUNATO EUROPEO - TRICAMPIONI - GLI ERRORI DI BEARZOT - MESSICO E
NUVOLE - DA STOCCARDA A ROMA - IL CALCIO TOTALE DI SACCHI - MALEDETTI RIGORI
- DA SACCHI A MALDINI - ANCORA I RIGORI - UN INCREDIBILE EUROPEO - IL FLOP
DEL TRAP - TETRACAMPIONI
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PIETRA MILIARE
Il 12 maggio 1939, l'Inghilterra scende sul campo di San Siro per
sfidare l'Italia campione. E' una pietra miliare nella storia del calcio,
la prima grande sfida tra Metodo e Sistema. Quel giorno, i Maestri
dimostrano nettamente la superiorità del nuovo modulo di cui sono
interpreti, anche se la partita finisce 2-2, innescando una polemica,
all'interno del nostro calcio, che dividerà in due fazioni
irriducibilmente ostili, sistemisti e metodisti.
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La
doppietta mondiale, soprattutto per il modo in cui era arrivata, era la
conferma della bontà del lavoro svolto da Pozzo in quegli anni. L'ultima
sconfitta, risaliva ormai a tre anni addietro, quel 2-1 subito in terra
cecoslovacca che stava diventando storia. I ripetuti trionfi
internazionali, recitavano in maniera eloquente quello che era stato
sancito dal rettangolo verde: l'Italia era la migliore squadra del mondo.
Pozzo, però, non intendeva riposare sugli allori e continuava a guardarsi
intorno, alla ricerca di forze nuove espresse dal nostro massimo
campionato, che potessero in tempi non troppo lunghi integrare la rosa e
fornire valide alternative agli eroi di Francia. Il magnifico 1938, si
chiuse con altre due vittorie in gare amichevoli, quelle riportate con
Svizzera e Francia, così come il 1939 si aprì con il 3-2 rifilato alla
Germania. In queste partite, vi furono poche novità, rappresentate
dall'attaccante milanista Boffi, detto il "bombardiere di Seregno",
e dal mediano genoano Genta. Evidentemente il Commissario Tecnico non
riteneva ancora arrivato il momento di procedere ad un deciso
rimescolamento delle carte, anche in considerazione del fatto che la
maggior parte degli atleti che avevano riportato la vittoria in Francia,
era nel pieno della propria maturità agonistica.
Il 12 maggio, i superbi inglesi, ancora chiusi nella loro ostinata
convinzione di essere irraggiungibili, si degnarono di scendere sul
tappeto erboso di San Siro, convinti di fare un sol boccone di quelli che
consideravano degli usurpatori. E in quella occasione, l'imbattibilità
degli azzurri, corse serissimi pericoli, non tanto a causa del dislivello
tecnico tra le due formazioni, che non esisteva, bensì per il vantaggio
che il modulo di gioco inglese, il Sistema, assicurava rispetto all'ormai
vetusto Metodo sul quale Pozzo aveva fondato le sue fortune. La partita
giocata a Milano, rappresentò sotto l'aspetto tattico, una pietra miliare
nella storia dello sport calcistico, dando modo di vedere l'evoluzione in
atto e la sua importanza fondamentale sui destini del gioco. A dare
ulteriore vantaggio agli inglesi, concorse la pesantezza del campo, che
agevolò non poco la prestanza fisica degli stessi, rendendo difficili le
manovre con la palla a terra cui erano abituati i nostri alfieri. Nelle
cui fila, mancava un tassello fondamentale, quel Giovanni Ferrari che si
era gravemente infortunato e che in conseguenza di ciò, aveva
praticamente dato l'addio alla maglia azzurra. Al suo posto, Pozzo aveva
deciso di avanzare il generoso Serantoni, il quale assicurava agonismo e
vigoria fisica, ma non quella tecnica necessaria a dare respiro e
geometria al gioco dell'Italia. Il quadrilatero inglese si assicurò sin
dalle battute iniziali il predominio della zona nevralgica del campo e,
con il suo gioco privo di fronzoli, fondato su lanci lunghi e precisi,
guadagnò metri su metri, agevolato dalla marcatura a zona cui l'Italia
non ritenne di dover abdicare neanche di fronte alle ferree marcature a
uomo adottate dai bianchi. L'Inghilterra, passò in vantaggio al 19'
minuto con Lawton, bravo a trovare lo spiraglio giusto per battere
Olivieri e continuò a tenere in mano il pallino della gara anche dopo la
segnatura, mantenendosi costantemente nella metà campo italiana. Proprio
la marcatura ad uomo, però, costringeva gli uomini diretti da Whittaker a
non sbagliare nulla per non agevolare il contropiede azzurro. Ogni volta
che un difensore inglese sbagliava l'anticipo o veniva saltato, per
l'Italia si aprivano vere e proprie praterie e fioccavano occasioni da
rete. E quando all'inizio della ripresa, Biavati riuscì a saltare il suo
diretto avversario, grazie al suo caratteristico doppio passo, il pareggio
era cosa fatta: dopo una volata di cinquanta metri, il bolognese insaccò
nella porta di Woodley, ristabilendo la situazione tra l'entusiasmo dei
sessantamila convenuti all'appuntamento. Poi, gli azzurri riuscirono
addirittura a passare in vantaggio, grazie ad un colpo di mano di Piola
non visto dall'arbitro tedesco Bauwens, ma l'Inghilterra di quel giorno
era un ostacolo troppo duro per i nostri alfieri e a tredici minuti dal
termine, il mediano Hall, forse il migliore in campo, con una stangata dal
limite ristabilì la situazione.
Che se salvava l'imbattibilità dei Campioni del Mondo, dava seri problemi
cui pensare a Pozzo e agli osservatori più attenti. La netta superiorità
tattica dimostrata dai Maestri, grazie ad un modulo di gioco chiaramente
più adeguato ai tempi, suonava un sinistro campanello di allarme e
costituiva una seria minaccia alla supremazia dimostrata dall'Italia sul
resto del lotto in quegli anni. Anche nel nostro paese, ci fu chi si
accorse di quello che era successo quel giorno a Milano. In particolare,
nei mesi successivi, un gruppo di dirigenti, tecnici e giocatori,
capeggiati dal nuovo presidente del Torino, Ferruccio Novo, cominciarono a
sviluppare la via italiana al Sistema, ritenendo ormai obsoleto il Metodo.
Era il primo atto di una diatriba che avrebbe caratterizzato il calcio
italiano da quel momento sino agli anni '50 e che sarebbe sfociato in
guerra aperta tra Vittorio Pozzo, che naturalmente non si rassegnava a
dover mettere da parte il Metodo di cui era considerato un vero e proprio
maestro, e Ferruccio Novo, colui che più di ogni altro aveva intuito i
vantaggi che il Sistema poteva assicurare nel caso fossero stati
selezionati interpreti adatti. Proprio loro, passato e presente del
Torino, sarebbero diventati, negli anni a seguire, i leaders delle due
fazioni che avrebbero battagliato sulla superiorità dell'uno o dell'altro
modulo.
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ARRIVA LA GUERRA
Il 1939 vede l'Italia provare il Sistema, contro la Germania. E' una
netta sconfitta, 5-2, per una Italia sperimentale fondata sul blocco
genoano. Ma ormai la guerra è alle porte e, dopo il 1940, l'attività
internazionale ridotta al minimo. Gli azzurri giocano contro Croazia e
Spagna ed esordiscono Mazzola, Loik e Gabetto. Al termine del conflitto,
la Svizzera aiuta l'Italia a non essere esclusa dalle competizioni.
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Il 1939, apertosi coi
fuochi artificiali della sfida di Milano, continuò nel migliore dei modi,
con l'Italia capace di battere in rapida successione la Yugoslavia, nelle
cui file giocavano Manola e Matosic, due atleti che di lì a poco
sarebbero venuti a giocare nel nostro paese, a Belgrado e l'Ungheria a
Budapest. Di particolare rilievo era la vittoria contro i magiari, in una
sorta di rivincita della finalissima di Colombes, un netto 3-1 propiziato
dalla rete di Piola al primo minuto e dalla doppietta di Colaussi, che
sanciva in modo pressochè irrevocabile la supremazia degli azzurri.
Sempre in trasferta, gli uomini di Pozzo batterono la Romania e la
Finlandia, dando occasione a Pozzo di verificare la bontà di soluzioni
alternative come quelle rappresentate da Campatelli,
Perazzolo, Battistoni,
Masetti, Varglien, Puricelli e altri. Arrivarono poi le sconfitte con la
Svizzera e la Germania, dovute soprattutto alla sperimentalità delle
formazioni schierate dal Commissario Tecnico. Nella partita con la
Germania, inoltre, Pozzo aveva deciso di provare il Sistema e, per la
bisogna, aveva fatto ricorso al blocco del Genoa (Marchi,
Sardelli, Genta,
Battistoni, Perazzolo, Neri, Scarabello), che su quel modulo aveva fatto
perno per ritornare nelle alte sfere del calcio italiano, ma la vigoria
fisica dei tedeschi, aveva avuto la meglio in maniera netta, tanto che di
lì a poco si sarebbe cominciata a propagare la voce in base alla quale
dietro il 5-2 c'era una precisa volontà di compiacere l'alleato tedesco.
Che questa voce fosse vera o falsa, contava comunque poco, poichè ormai
era iniziata una nuova storia: era infatti cominciata la Seconda Guerra
Mondiale, per effetto dell'attacco di Hitler alla Polonia e anche il
calcio internazionale doveva adeguarsi alla pratica impossibilità di dar
luogo ad una attività regolare dei propri calendari. La nostra selezione,
continuava la propria attività ancora per un anno in maniera
continuativa, ma quando anche l'Italia entrava nel conflitto, con la
disgraziata decisione di Mussolini di dichiarare guerra alla Francia, gli
impegni cominciarono a diradarsi venendo limitati a partite con le
Nazionali di paesi amici o alleati. Nel periodo tra il 1942 e la fine
della guerra, fu possibile allestire soltanto due partite, quelle con la
Croazia e con la Spagna, vinte entrambe per 4-0 e che rivestirono grande
importanza, a posteriori, soprattutto per l'esordio in maglia azzurra di
atleti come Valentino Mazzola, Loik,
Gabetto e Grezar, alcuni già al
Torino, altri in procinto di aderire alla chiamata di Novo. Nel frattempo,
la guerra arrivava anche sul suolo italiano e il calcio, che pure aveva
continuato la propria attività a fini propagandistici, doveva prendere
atto della pratica impossibilità di proseguire in maniera regolare.
Quando finalmente il cannone faceva tacere la sua voce, interveniva per la
nostra squadra un grande problema, l'ostracismo decretato all'Italia dagli
organismi sportivi internazionali. Nell'ambito della FIFA, infatti, si era
andata consolidando una opinione in base alla quale anche il nostro paese,
come Germania e Giappone, dovesse essere messo al bando dalle competizioni
internazionali almeno per un certo numero di anni. Per nostra fortuna, a
sconsigliare questa soluzione c'era il titolo mondiale ancora detenuto.
Inoltre, a soccorso della nostra federazione, rappresentata nel massimo
organismo dall'avvocato Mauro, che ne era vicepresidente, arrivò la
Svizzera, che invitò l'Italia per una amichevole alla fine del 1945. La
partita, che vedeva l'esordio di molti atleti che avrebbero rivestito un
ruolo importantissimo nel futuro (Maroso, Ballarin,
Parola e Castigliano)
terminò con un pirotecnico 4-4, ma più che il risultato contava
l'influenza politica che essa ebbe sulle decisioni della FIFA: l'Italia,
infatti, poteva portare avanti la sua normale attività, in attesa
dell'eventuale ripristino delle competizioni, e pagava dazio con la sola
sottrazione della carica di Mauro. Naturalmente, Commissario Tecnico era
stato riconfermato Pozzo, a proposito del quale si deve ricordare il
prodigarsi, nel corso della guerra, al fine di preservare la Coppa Rimet
da possibili ratti, come quelli organizzati in continuazione dai nazisti
ai danni del patrimonio artistico italiano. Pozzo, nascose la statuina
nell'aia di una fattoria piemontese, rendendone impossibile il
ritrovamento e la tirò fuori solo quando fu sicuro che non vi fossero
più pericoli.
Cominciava intanto la riorganizzazione del calcio italiano e una
decisione, in particolare, si sarebbe rivelata gravida di conseguenze per
il suo futuro: nell'assemblea della Federazione, tenutasi a Firenze tra il
14 e il 16 maggio del 1946, veniva sancito il ritorno degli stranieri, due
per squadra. Fu lo stesso Pozzo a capeggiare la fazione di coloro che
ritenevano sbagliato riaprire le frontiere, in quanto ciò sarebbe andato
a danno dei giocatori indigeni danneggiando al contempo anche l'attività
della Nazionale. Ormai, però, la decisione era stata presa e le sue
conseguenze sarebbero state pagate nel medio periodo.
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IL GRANDE DILEMMA
Mentre riprende l'attività internazionale, il calcio italiano si
scinde in due fazioni, sistemisti e metodisti. I primi ritengono che non
si possa rimanere ancorati al passato, i secondi che il Metodo sia più
adatto alle caratteristiche dei nostri calciatori. Il 4-0 rifilato
dall'Inghilterra all'Italia, rende infuocato il dibattito. I dubbi di
Pozzo rendono ancora più pesante la situazione, mentre tornano gli
stranieri nel nostro massimo campionato.
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Proseguiva nel frattempo,
anche se su scala abbastanza ridotta, l'attività della nostra selezione.
Il 1946 vide un solo confronto, quello contro la rinata Austria, vinto a
Milano per 3-2. Solo nell'anno successivo, fu possibile organizzare una
attività più continuativa, con l'effettuazione di quattro partite, delle
quali tre vinte (con Svizzera, Ungheria e Cecoslovacchia) e una persa, con
l'Austria a Vienna. Il 5-1 pesantissimo col quale si chiuse la sfida del
Prater, fu però addolcito dalla grande impressione lasciata da un
sensazionale Virgilio Maroso, astro emergente del Grande Torino il quale,
nonostante la giovanissima età, non si lasciò condizionare dalla cattiva
giornata del resto della squadra, sciorinando una prestazione
straordinaria che spinse molti spettatori a spostarsi dal suo lato per
ammirarne la pulizia degli interventi e la perizia tecnica insolita per un
difensore. Maroso era però l'unica nota lieta di una giornata nata
all'insegna della confusione e che segnò in pratica la fine dell'era
Pozzo. La squadra azzurra infatti, fu praticamente azzerata dal micidiale
cocktail preparato dal Commissario Tecnico il quale non riuscì a decidere
il modulo da adottare e schierò un attaccante come Piola a fianco di
Mazzola, facendogli mancare il prezioso supporto assicurato da Loik.
Purtroppo, Pozzo era rimasto attaccato al Metodo che gli aveva garantito
tanti successi e, reputandolo più adatto alle caratteristiche dei nostri
calciatori, aveva cercato di privilegiarlo al Sistema che vedeva il Grande
Torino di Novo come suo più splendente interprete. Per assurdo, se avesse
voluto continuare a giocare col Metodo, avrebbe dovuto escludere tutti gli
uomini granata dalla Nazionale, rendendo così la situazione impossibile
da gestire di fronte ad una critica abituata sin troppo bene dai successi
mondiali del decennio passato. Come si poteva escludere un Valentino
Mazzola, già considerato uno dei più grandi calciatori mai apparsi sui
campi di gioco internazionali? Per non parlare di tutti gli altri
giocatori del Grande Torino, che nel loro ruolo erano comunque i migliori,
a prescindere dal modulo di gioco.
Nella mancanza di chiarezza che ormai aleggiava sulla selezione, venne ad
innestarsi l'amichevole con l'Inghilterra organizzata dalla Federazione
per festeggiare i quaranta anni della propria fondazione. La partita,
disputata a Torino il 16 maggio del 1948, vide il WM inglese annichilire
il WM italiano, anche per effetto di una serie di circostanze avverse.
L'Italia partì bene, dando luogo ad una serie di azioni veloci e
pericolose, che però si arenarono sulle lunghe leve del portiere inglese
Swift. Già al quarto minuto, però, un traversone sbagliato di Mortensen
dal fondo campo aveva ingannato Valerio Bacigalupo,
portierone del Torino già in fase di decollo per una carriera che si
preannunciava piena di gloria. Ancora una ventina di minuti ed era Lawton
a perforare la nostra retroguardia. I tentativi italiani di accorciare le
distanze non sortirono alcun effetto ed anzi, nel secondo tempo, una
doppietta di Finney rese clamoroso il divario tra le due squadre.
L'analisi fatta sull'onda dell'emozione, vide prevalere coloro che
ritenevano inadatti i nostri giocatori al sistema di gioco all'inglese,
che ne snaturava le caratteristiche. Pozzo, addirittura, arrivò a
spiegare la sconfitta in questione come il risultato di una specie di
faida interna tra Mazzola e Parola, legata alla promozione che entrambi
avevano portato avanti su palloni costruiti da differenti case.
Probabilmente, la verità era altra e stava nel fatto che la sconfitta
torinese era stata propiziata dalla incredibile concomitanza di fattori
avversi e da una giornata storta a livello collettivo che poteva
considerarsi irripetibile. E forse, anche se sembrava brutto dirlo,
dall'ormai evidente mancanza di una guida sicura, in quanto Pozzo era
dilaniato dai dubbi e non sapeva decidersi a fare una scelta, quella del
Sistema, che era inevitabile, visti i successi inanellati in serie dal
Torino costruito da Ferruccio Novo. Il tutto, mentre l'apertura delle
frontiere vedeva il massiccio arrivo di campioni stranieri sui nostri
campi. E non solo di campioni, visto che la mancanza di adeguate
informazioni favoriva l'ingaggio di veri e propri bidoni che non
aggiungevano nulla a livello tecnico al nostro calcio e, se possibile, gli
toglievano qualcosa, spingendo molti tecnici ad impiegarli al posto di
ragazzi indigeni che vedevano ritardata, e a volte impedita, la propria
crescita tecnica.
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