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LA
PRIMA NAZIONALE - UNA
SPERANZA DELUSA - LA PRIMA
COPPA INTERNAZIONALE - DALL'AVVENTO DEGLI ORIUNDI
AL TRIONFO MONDIALE DEL 1934 - LE
OLIMPIADI DI BERLINO - BICAMPIONI - GUERRA
E DOPOGUERRA - SUPERGA - UNA DIFFICILE RICOSTRUZIONE - FUORI DAI MONDIALI - LO
SCANDALO CILENO - I RIDOLINI COREANI CI FANNO PIANGERE - L'EUROPEO DEL 1968
- SECONDI SOLO A PELE' - LA DELUSIONE DEGLI EUROPEI DEL 1972 - DA FAVORITI
IN GERMANIA - UN MONDIALE DA INCUBO - I PIEDI BUONI - I MONDIALI D'ARGENTINA
- UNO SFORTUNATO EUROPEO - TRICAMPIONI - GLI ERRORI DI BEARZOT - MESSICO E
NUVOLE - DA STOCCARDA A ROMA - IL CALCIO TOTALE DI SACCHI - MALEDETTI RIGORI
- DA SACCHI A MALDINI - ANCORA I RIGORI - UN INCREDIBILE EUROPEO - IL FLOP
DEL TRAP - TETRACAMPIONI
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LA SFIDA DI HIGHBURY
Il 1934 vede un ultimo impegno, quello con i superbi inglesi. Ad
Highbury, l'Italia rischia la disfatta: sotto di tre reti dopo soli dodici
minuti e con Monti infortunato, gli azzurri danno luogo ad una prova di
orgoglio e, trascinati da Ferraris IV, riescono a segnare due reti,
mettendo paura ai "Maestri". L'Italia è sconfitta, ma dimostra
di essere degna del titolo.
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La
vittoria romana, chiudeva in pratica una epoca del nostro calcio, quella
nella quale tutto il movimento calcistico italiano si era prodigato per
colmare il gap dalle migliori scuole riuscendovi. Dopo il 1934, se ne
apriva una nuova, quella nella quale bisognava confermare le posizioni
raggiunte e, soprattutto dimostrarsene degni. Non appena il Mondiale era
finito, era cominciato il fuoco di fila delle recriminazioni da parte
delle squadre battute e non pochi organi di stampa internazionale, avevano
insinuato che la vittoria italiana fosse figlia delle pressioni del Regime
verso le squadre che avevano incontrato la squadra di Pozzo. Se si pensa
al momento storico, fa anche un poco sorridere pensare che le partite di
calcio potessero essere risolte tramite pressioni politiche, ma l'insano
connubio tra politica e sport stava portando i suoi frutti avvelenati
anche nel mondo del calcio.
Ma il 1934 doveva ancora finire e prima della sua conclusione, arrivò la
sfida dei "Maestri" britannici ai Campioni del Mondo.
L'Inghilterra, che non aveva partecipato alla competizione italiana in
quanto pensava con la solita superbia che l'avrebbe distinta ancora per
decenni, di essere naturalmente superiore a tutte le altre nazionali e che
il vero football si giocasse solo nelle contrade ove era nato, riteneva di
dover dare una lezione all'Italia in grado di riaffermare urbi et orbi i
reali rapporti di forza tra essa e il resto del mondo. Forse però la non
ancora perfida Albione avrebbe dovuto ricordare come era finita la sfida
dell'anno precedente, quando solo una rete in sospetto fuorigioco di
Bastin aveva impedito la sconfitta. La sfida tra Italia e Inghilterra ebbe
luogo il 14 novembre 1934, ad Highbury, sotto una pioggerellina insistente
e fastidiosa che aumentò a dismisura i pericoli per la nostra selezione,
vista la forza atletica e fisica degli avversari. Quando Niccolò Carosio,
il famoso inventore delle radiocronache dal campo di gioco, non aveva
ancora finito di sciorinare i nomi che componevano le due formazioni,
l'Inghilterra era già in vantaggio, grazie ad un poderoso tiro di Brook.
Il WM inglese, in quei primi minuti si dispiegò in tutta la sua
efficacia. La difesa cominciò a sostenere il centrocampo nel migliore dei
modi e grazie all'apporto del reparto arretrato il quadrilatero inglese
prese nettamente il sopravvento, costringendo sulla difensiva gli azzurri.
Dopo pochissimi minuti dalla rete del vantaggio, gli inglesi ebbero un
calcio di rigore a favore, che però fu fallito dallo stesso Brook, il
quale si vide respingere il tiro dagli undici metri da Ceresoli, che aveva
ripreso il posto dopo il grave infortunio che gli aveva negato il
Mondiale. E quando Monti si infortunò gravemente in uno scontro con un
avversario, sembrò che la partita fosse completamente segnata. In dieci
contro undici avversari scatenati, gli azzurri sbandarono vistosamente e
vennero trafitti altre due volte, ancora da Brook e da Drake. Con Monti
spostato all'ala e ormai inutilizzabile, Pozzo decise di spostare al suo
posto Ferraris IV, che proprio quel giorno costruì la sua personale
leggenda di "Leone di Highbury". Il borghigiano cominciò a
battersi in maniera straordinaria, infondendo coraggio anche ai compagni
meno portati all'uso della spada al posto del fioretto e l'Italia passò
senza ulteriori danni il periodo peggiore della gara. Il primo tempo si
concluse sul 3-0, ma la nota saliente era proprio nella capacità di
reazione palesata dall'Italia di fronte ad una situazione che preludeva ad
una vera e propria disfatta. Nel secondo tempo ci pensò poi Meazza a
porre il suo personale sigillo sulla partita, con una doppietta che mise
in forse un risultato che sembrava ormai deciso. Ma non era finita, in
quanto gli azzurri moltiplicarono gli sforzi e chiusero gli inglesi nella
loro metà campo. Il triplice fischio di chiusura dell'arbitro, il
norvegese Olsson (che secondo le gazzette dell'epoca non fu propriamente
imparziale e decise più di una volta a danno dell'Italia) fu accolto con
grande sollievo dall'Inghilterra: l'Italia aveva perso, ma dalla contesa
londinese usciva con grande onore, dando una prima consistente
dimostrazione di essere degna del
titolo.
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L'ITALIA SI CONFERMA
ALL'ALTEZZA
Nel periodo successivo al Mondiale, l'Italia si conferma all'altezza
del titolo vinto. Intanto cominciano ad entrare forze nuove, a cominciare
dal grande Silvio Piola, autore di una doppietta al suo esordio contro
l'Austria che permette all'Italia di violare il Prater. Il 1935 si chiude
con la clamorosa fuga di Guaita e Scopelli.
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L'ultima partita del
1934, fu giocata a Milano contro l'Ungheria e confermò il grande momento
della nostra Nazionale, con un franco 4-2 che se non aggiungeva altro a
quanto già detto dall'annata, confermava il momento di grazia degli
uomini di Pozzo, ormai pienamente coscienti della loro forza e in grado di
affermare la loro supremazia anche su quelle nazionali danubiane che sino
a qualche anno prima costituivano avversari proibitivi. Il 1935 si apriva
come si era chiuso l'anno precedente, grazie all'ennesima vittoria sulla
Francia, anche se stavolta i galletti facevano soffrire l'Italia.
Probabilmente però, si era trattato solo di un errore di
sottovalutazione, se solo si pensa che poco più di un mese dopo gli
azzurri andavano a vincere a Vienna contro la fortissima Austria, con una
doppietta di Silvio Piola, al suo esordio in
azzurro. Proprio il vercellese, passato alla Lazio dopo una complessa
vicenda di mercato che aveva visto la discesa in campo di settori del PNF
per agevolarne il trasferimento in biancoceleste, era una delle nuove leve
sulle quali contava Pozzo per rinnovare i quadri nel quadriennio che
avrebbe preceduto la difesa del Mondiale. Attaccante solido e dotato di
più che discreta tecnica, Piola possedeva un coraggio leonino che non
poteva non piacere a Pozzo e le grandi doti acrobatiche gli consentivano
di segnare reti all'apparenza impossibili. Con il declino di Schiavio, il
suo ingresso nell'area azzurra dava al Commissario Tecnico il centravanti
di sfondamento ideale per la finalizzazione delle trame intessute dalla
squadra.
Arrivò poi la battuta di arresto di Praga, in quella che poteva essere
considerata una rivincita della finale mondiale. La partita fu affrontata
dall'Italia con il massiccio innesto di forze nuove: oltre a Piola, Faccio
e Corsi, che avevano esordito in Austria, quel giorno giocò anche il
romanista Cattaneo, al suo secondo gettone e fece il suo esordio il
triestino Colaussi, giocatore che si stava facendo largo a suon di reti e
grandi prestazioni. Anche lui avrebbe avuto grandissima importanza negli
anni a venire e andava ad allargare il ventaglio delle opzioni a
disposizione di Pozzo.
L'annata, si chiuse poi con il botto e non fu un risultato a causarlo,
bensì la fuga di Guaita e Scopelli, i quali
decisero di lasciare il nostro paese a causa dell'imminente guerra contro
l'Etiopia. Era una perdita grave, soprattutto per quanto concerneva il
Corsaro Nero, che nelle poche partite disputate in azzurro aveva fatto
immediatamente capire di possedere mezzi da fuoriclasse. Per fortuna
dell'Italia, però, il campionato continuava a sfornare campioni su
campioni, anche grazie alla legislazione sugli oriundi che permetteva di
far giungere moltissimi giocatori, più o meno forti, dai floridi vivai
del Sudamerica. L'ultimo impegno del 1935, fu costituito dalla partita
casalinga con l'Ungheria, pareggiata per 2-2 con reti di Ferrari e
Colaussi. Anche il 1935 andava in soffitta, confermando la forza ormai
raggiunta dal calcio italiano.
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LA VITTORIA DI BERLINO
Il 1936 vede gli azzurri dar luogo ad una nuova, grande impresa. La
Nazionale olimpica, infatti, vince i Giochi di Berlino con un undici
formato in poco tempo e capace di superare gli ostacoli posti sulla sua
squadra. In quella squadra cominciano a far intravvedere le loro doti,
alcuni degli uomini che vinceranno il Mondiale del 1938, come Foni, Rava e
Locatelli.
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Andava così ad iniziare
il 1936, anno olimpico che avrebbe rivestito grandissima importanza negli
sviluppi futuri. In quell'anno, infatti, la Nazionale fu chiamata ad un
impegno estremamente importante, quello delle Olimpiadi di Berlino ed
estremamente complicato. Poichè il regolamento olimpico parlava chiaro,
ed impediva la partecipazione dei professionisti, Pozzo dovette approntare
una squadra dalla quale erano in partenza esclusi tutti i migliori
giocatori del nostro campionato. O quasi. Potevano infatti partecipare
alla rassegna tedesca quei giocatori che fossero ancora impegnati con lo
studio e che, in conseguenza di ciò, potevano almeno a livello formale
garantire che la loro attività professionale non fosse il calcio. Nei
primi mesi dell'anno, la Nazionale dette luogo ad una serie di partite
amichevoli che servirono a Pozzo soprattutto per continuare in quella
politica degli esperimenti che serviva a testare le possibili alternative
ai titolari. La resa dei nuovi arrivati, che venivano di volta in volta
innestati nel vecchio tronco, poteva essere considerata del tutto
positiva, se si pensa che nelle tre amichevoli che precedettero
l'avventura olimpica, l'Italia battè la Svizzera a domicilio, pareggiò
con l'Austria e sconfisse a Budapest l'Ungheria.
Nell'agosto di quell'anno, l'Italia olimpica fu chiamata a dar prova di
sè in una rassegna che sarebbe rimasta a lungo impressa agli occhi degli
appassionati di sport per le grandi imprese di Jesse Owens e per la vera e
propria orgia di propaganda nazista che caratterizzò la manifestazione.
Per l'occasione, Pozzo aveva chiamato tutta una serie di ragazzi che erano
ormai sul trampolino di lancio, a partire dalla coppia di terzini della
Juventus, Foni e Rava,
passando per il forte mediano dell'Inter Locatelli.
Per loro, la rassegna olimpica era anche un test molto importante in
chiave futura, in quanto doveva dare risposte sulla loro reale statura. La
prima partita, quella contro gli USA, che all'apparenza doveva essere una
semplice formalità, si trasformò ben presto in una rissa. A farne le
spese fu Rava, espulso all'inizio della ripresa dall'arbitro tedesco.
Nonostante fossero ridotti con un uomo in meno, gli azzurrini non persero
la testa e, cinque minuti dopo, riuscirono a siglare l'unica rete
dell'incontro con Annibale Frossi, ala dell'Inter
noto oltre che per la bravura anche per la curiosa caratteristica di
giocare con gli occhiali. Dopo la paura iniziale, per fortuna i quarti di
finale si rivelarono una semplice sgambatura di allenamento contro un
Giappone seppellito sotto otto reti (a zero). Quella coi giapponesi, fu
però l'unica partita facile della rassegna. In semifinale, infatti,
l'Italia dovette dar luogo ad una maratona con la Norvegia, che si
concluse solo ai supplementari grazie alla segnatura decisiva di Frossi.
La finale pose di fronte all'Italia, quella che poteva essere considerata
la squadra di casa, l'Austria che, infatti, godette del tifo dei 90.000
presenti. E fu una nuova maratona, che vide ancora una volta gli uomini di
Pozzo prevalere ai supplementari, dimostrando una non comune forza
atletica da parte degli azzurri. Il match winnner fu ancora una volta
Annibale Frossi, autore della doppietta che stese gli austriaci e regalò
una grande gioia a Vittorio Pozzo. Il quale, nei suoi ricordi, scrisse:
"...quella è stata la gioia più grande che io abbia attinto dalla
mia lunga carriera sportiva. Di soddisfazioni del dovere compiuto con
successo ne ho avuta qualcuna. Questa sta al sommo: partire dal nulla, ed
in due mesi di lavoro chiuso, duro, tenace, caparbio quasi - e pur pieno
di sentimento - conquistare una Olimpiade. Si perdoni al mio vecchio cuore
se giubila ancora al solo ricordo."
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