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Mentre in
Uruguay si svolgeva un vero e proprio festival del calcio platense, che
terminava con la conferma della supremazia uruguagia, l'Italia chiudeva il
1930 con una inopinata sconfitta. La
Spagna di Zamora infatti, vinse a Bologna per 3-2, nonostante la grande
giornata di Costantino, autore di una doppietta che ne confermava
l'assoluto valore. La battuta di arresto con le Furie Rosse era però la
classica eccezione che conferma la regola, tanto che nel 1931 l'Italia
concludeva l'annata imbattuta. Dopo la ormai consueta goleada ai danni
della Francia, la squadra di Pozzo batteva l'Austria a Milano per 2-1,
nella prima gara della seconda Coppa Internazionale, pareggiava con
qualche fatica a Berna con la Svizzera, grazie ad una rete di Cesarini a
cinque minuti dal termine nella seconda partita del trofeo, regolava il
Portogallo con un classico 2-0 in amichevole, pareggiava a reti inviolate
a Bilbao con la Spagna, batteva in amichevole per 3-0 la forte Scozia,
pareggiava con la Cecoslovacchia per 2-2, avversario sempre ostico per gli
azzurri, e batteva di nuovo l'Ungheria per 3-2, a Torino. Considerando la
caratura delle rivali, poteva essere considerata una annata del tutto
positiva. A renderla tale concorreva anche l'innesto di nuovi
protagonisti, che avrebbero dato un grande contributo negli anni a venire.
Nel corso dell'anno, avevano fatto il loro esordio
Cesarini e Orsi, due oriundi argentini che militavano nella Juventus. Di
particolare rilievo era l'avvento di Raimundo "Mumo" Orsi, ala
dotata di grande estro che già aveva esordito nella nazionale
biancoceleste. La politica degli oriundi cominciava a produrre frutti
copiosi.
Meno positivo fu invece il 1932. Apertosi con la franca vittoria sulla
Svizzera di Trello Abegglen, 3-0 con tripletta di un altro oriundo,
l'interno del Bologna Fedullo, l'annata fu macchiata dalle sconfitte con
Austria e Cecoslovacchia, sempre per 2-1, nell'ambito della Coppa
Internazionale. Andò meglio con l'Ungheria, fermata sull'1-1 a Budapest,
con una rete di Costantino in apertura, pareggiata solo su rigore da Toldi.
La stessa Ungheria fu battuta in amichevole a Milano per 4-2, mentre la
Francia fu battuta a domicilio per 2-1. La partita con l'Ungheria, va
ricordata anche per l'esordio di Luisito Monti, il "centromediano che
cammina", il quale era stato preferito da Pozzo al più classico
Bernardini. Il motivo di questa preferenza, stava soprattutto nella
cattiveria agonistica dello juventino, un oriundo argentino che era stato
tra le colonne portanti dell'Argentina ai Mondiali del 1930. Per capire
l'intensità del suo gioco, basterebbe ricordare che nel corso di quel
mondiale, a seguito di una entrata assassina ai danni di un avversario,
era stato oggetto di una campagna di stampa orchestrata dai giornali di
casa che lo aveva snervato al punto di spingerlo a non giocare la
finalissima. Era stato necessario l'intervento dei dirigenti del club nel
quale militava per ritornare sui suoi passi, ma l'episodio rivelava in
maniera esauriente la propensione difensiva di Monti, cui Pozzo non volle
rinunciare, a costo di mettere da parte un giocatore di assoluto valore
come Bernardini. E la verve agonistica dello juventino era tanto più
necessaria in considerazione della latitanza, sotto questo aspetto, di
giocatori come Orsi, che tendevano a scomparire dalla contesa quando
questa si faceva troppo dura. Con l'innesto di Monti, la mediana trovava
un altro gladiatore degno di quel Ferraris IV che, in quanto a cattiveria
agonistica, non era secondo a nessuno. Tanta era l'applicazione del
romanista in questo senso che, nel corso di un Roma-Juventus del 1931, i
giocatori bianconeri, tra cui molti suoi compagni in azzurro, avevano a
lungo recriminato per il modo sin troppo garibaldino con il quale il
borghigiano aveva affrontato la partita. Al povero Mumo Orsi, che quel
giorno non aveva letteralmente sfiorato la palla, era rimasto la platonica
consolazione delle lezioni di ping pong che impartiva ad ogni raduno al
suo focoso compagno. Ma era proprio di quella cattiveria agonistica che
Pozzo non poteva fare a meno.
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Con l'arrivo degli
oriundi, la squadra azzurra fece il definitivo salto di qualità che la
avrebbe portata di lì a poco a dominare il resto del mondo. Alla crescita
della squadra, faceva riscontro intanto quella dell'influenza della
Federazione, tanto che nel 1932 il nostro paese si vide assegnare dalla
FIFA l'organizzazione dei Mondiali. Era un grande successo per l'Italia,
ma soprattutto una grande possibilità per il regime di usare la
manifestazione come una eccezionale vetrina propagandistica. Del resto,
l'Italia era ormai una grande potenza calcistica, seconda a livello
organizzativo, in Europa, solo all'Inghilterra e l'assegnazione del
Mondiale, che del resto era stato richiesto anche nella tornata
precedente, prendeva atto di una realtà indiscutibile.
Il 1933 fu un
anno trionfale. Apertosi con una franca vittoria sulla Germania, 3-1 a
Bologna, l'anno proseguì con la vittoria sul campo del Belgio (3-2, con
doppietta di Meazza e rete di Costantino) e quella, netta, ottenuta in
Svizzera (3-0, doppietta di Schiavio e rete di Meazza) nell'ambito della
terza Coppa Internazionale. Nella seconda gara del trofeo, l'Italia
batteva la forte Cecoslovacchia con un classico 2-0 che la introduceva
alla partita con i maestri inglesi. Il 13 maggio 1933, gli azzurri
riuscivano ad impattare 1-1 allo Stadio Nazionale, dando nettamente
l'impressione di una grande crescita non solo tecnica, ma anche mentale.
Crescita confermata dalla vittoria contro l'Ungheria a Budapest, ottenuta
grazie ad una rete di Borel II che fu difesa strenuamente sino alla fine,
grazie ad una strepitosa prestazione difensiva di una squadra che, quel
giorno, fece perno sul blocco juventino. Ben nove bianconeri, infatti,
furono scelti da Pozzo, il quale li integrò con il mediano Pizziolo della
Fiorentina e l'ala Amphilogino Guarisi, oriundo brasiliano della Lazio.
Con la Svizzera, battuta nell'ultima partita dell'anno con un netto 5-2,
l'innesto di Meazza portò a "soli" otto i bianconeri, squadra
guida del momento in Italia che, tra il 1930 e il 1935 avrebbero vinto
cinque scudetti di fila. Si andava così ad aprire l'anno mondiale, quel
1934 che doveva dare il verdetto definitivo sullo stato del nostro calcio,
mettendolo a confronto con le più rinomate scuole mondiali. E l'anno dei
Mondiali, stranamente, si aprì con un capitombolo contro l'Austria che
seminò grandi dubbi nell'ambiente e nella critica internazionale. In
quella partita così negativa, aveva però fatto il suo esordio un altro
oriundo, il "Corsaro Nero" della Roma, Guaita, il quale andava
ad incastrarsi alla perfezione nel dispositivo di gioco creato da Pozzo. E
fu un esordio all'altezza delle aspettative, quello dell'attaccante
giallorosso, il quale mise a segno una doppietta che ne confermava la
forza già espressa nel primo anno trascorso in Italia. Attaccante molto
robusto, capace perciò di sopportare l'impatto con le rudezze delle difese
avversarie, Guaita era anche dotato di tecnica sopraffina, tanto da poter
giostrare con la stessa efficacia anche all'ala. Per poter considerare
conclusa la sua opera preparatoria rimaneva a Pozzo un solo compito,
quello di riportare all'antica efficienza quell'Attila Ferraris IV che nel
corso degli anni si era un pò perso, soprattutto a causa di un regime di
vita non proprio da atleta. Le lunghe notti passate sui tavoli da biliardo
e le tante sigarette fumate, ne avevano fortemente limitato il rendimento,
ma il Commissario Tecnico decise ancora una volta di puntare su di lui,
ritenendolo l'uomo più adatto a completare la mediana con Monti e
Bertolini. Si poteva partire per l'avventura mondiale, non senza prima
superare lo scoglio rappresentato dalla Grecia nelle eliminatorie, con un
4-0 che non ammetteva repliche.
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Il Mondiale dell'Italia,
cominciò con un impegno in tono minore, quegli Stati Uniti subissati con
un indiscutibile 7-1. Non erano certo gli americani, i veri rivali di una
squadra che pur senza essere la favorita indiscutibile, era partita per
vincere la competizione. Pur considerando l'assenza dei Campioni del Mondo
dell'Uruguay, che avevano reso pan per focaccia alla nostra federazione
dopo la rinuncia di quattro anni prima, dell'Argentina, che aveva pagato
con una clamorosa eliminazione la rinuncia ai suoi migliori giocatori,
motivata dal fatto che le società non avevano dato il nulla osta per
paura di una nuova razzia da parte dei nostri clubs e della solita
Inghilterra, il tabellone definitivo presentava squadre che avevano le
stesse mire dell'Italia, a cominciare dalle grandi del calcio danubiano,
Ungheria, Austria e Cecoslovacchia, con le ultime due addirittura poste su
un piano superiore a quello degli azzurri a causa di una supposta
sudditanza della nostra squadra. Il secondo impegno, quello con la
coriacea Spagna del grandissimo Zamora, diventava così il primo vero
banco di prova per le ambizioni degli uomini di Pozzo. L'1-1 col quale
terminò il primo quarto di finale, fu una sorta di bocciatura per
l'Italia, in grande difficoltà di fronte alla spigliatezza degli iberici.
Per fortuna, nella seconda partita la Spagna dovette fare a meno del suo
fenomenale portiere, mentre Pozzo decideva di mettere in campo Ferraris IV
e Bertolini in mediana, oltre a Borel e Demaria. L'innesto di forze
fresche produsse i risultati desiderati, anche se le Furie Rosse si
difesero con il solito orgoglio, limitando al minimo la sconfitta. Si
passava così alle semifinali, ove l'Italia si trovò di fronte
quell'Austria che proprio in avvio di annata aveva messo in chiaro i suoi
bellicosi propositi. Il Wunderteam, secondo i canoni del classico calcio
danubiano
esprimeva il classico gioco premetodista tutto fatto di scambi
ravvicinati e sapiente possesso della sfera, con il centromediano spostato
in avanti per dar manforte all'attacco e il centravanti arrestrato a
fungere da trampolino di lancio per gli inserimenti degli interni. La
squadra modellata negli anni da un vero e proprio mago come Hugo Meisl, si
esprimeva ormai a memoria ed era capace nelle giornate di grazia di
trasformarsi in una squadra insuperabile. Per poter sperare di accedere
alla finale, l'Italia doveva perciò dare il massimo. La partita tra Italia e Austria fu
tiratissima e vide gli azzurri riuscire nel miracolo grazie ad una rete di Guaita, che
però molti ritennero irregolare, in quanto preceduta da un fallo di
Meazza sul portiere austriaco. Inoltre nel corso della contesa, l'arbitro,
lo svedese Eklind, non concesse un paio di rigori reclamati dagli
austriaci, finendo così sul banco degli imputati da parte della stampa
austriaca e, soprattutto di quella francese, che parlò di vero e proprio
furto commesso ai danni dell'Austria. L'altro grande protagonista della vittoria italiana, fu il
portiere Combi, che pure era stato richiamato
solo per effetto della frattura riportata al braccio dal titolare Ceresoli
prima dell'avvio della competizione, il quale sbarrò la strada della rete
agli avanti austriaci.
Italia e Cecoslovacchia erano chiamate dunque
a disputarsi la preziosa statuetta d'oro allo Stadio Nazionale dì Roma il
10 giugno. Gli azzurri furono confermati nella formazione che aveva
battuto l'Austria, con Ferraris IV mediano,
reputato
ormai insostituibile da Pozzo.
Se l'Italia partiva
battuta
dal pronostico della stampa specializzata, qualcuno
avrebbe però dovuto dar retta alla cautela con la quale Hugo Meisl, uno
che la sapeva lunga, guardava alla finalissima, pur sottolineando la
grande condizione che Planicka e compagni erano venuti acquistando nel
corso della competizione.
Nel primo
tempo,
gli azzurri
giocarono stranamente
innervositi e impacciati, quasi schiacciati di fronte all'importanza della
posta in palio. Nonostante ciò, Planicka aveva dovuto sfoderare tutta la
sua classe per impedire ad un paio di palloni di Meazza e Schiavio di
violare la sua rete.
Al 71' le cose si complicarono ulteriormente, poiché i cechi
passarono
in vantaggio con una diabolica palla tagliata di Puc, scagliata dalla
posizione d'ala. Lo svantaggio ebbe il risultato di scrollare l'apatia
degli azzurri, lasciando finalmente spazio ad una squadra che con il
passare dei minuti, ricompose le sue file e ritrovò misura nelle manovre
offensive, la stessa che era sembrata smarrita sino ad allora. La chiave
di questa trasformazione fu lo scambio di ruoli tra Schiavio
e Guaita, il quale passò al centro per sfruttare al meglio la sua maggior
vigoria fisica. Lo stesso Pozzo, che aveva intuito la drammaticità del
momento, si portò dietro la rete boema per incitare i suoi a gran voce.
Risultato della trasformazione fu il pareggio, che arrivò undici minuti
dopo grazie ad un tiro a mezz'altezza di Orsi, scagliato da una ventina di
metri e che Planika non riuscì nemmeno a sfiorare.
Poi, al 5' della prima frazione supplementare, Angiolino Schiavio produsse
l'ultimo guizzo della sua carriera azzurra coronando una manovra ispirata
da Ferrari, il quale aveva aperto per Orsi, il quale aveva smistato la
palla a Guaita. Il centravanti romanista, fu lesto nello spedire la sfera
al centro dove il bolognese la scagliò alle spalle di Planika da
sette-otto metri, nel comprensibile tripudio dei supporters italiani. Fu
una vera e propria mazzata che i cechi non s'attendevano, visto
l'andamento della contesa e il maggior logorio cui erano stati costretti
gli italiani, un colpo decisivo per il morale di una squadra che aveva
ormai perso il filo del gioco e che non riuscì di conseguenza a ripetere
le manovre ubriacanti che nel corso della prima ora di gioco avevano
tenuto in soggezione i padroni di casa. La Coppa Rimet finiva così nella
bacheca italiana, innestando però furibonde polemiche.
La
stampa francese si fece capofila di
una campagna di recriminazioni, puntando il dito accusatore sulle
pressioni che, a suo dire, il Governo italiano aveva fatto in sede
diplomatica per spianare la strada alla nostra selezione. Su un piano
strettamente tecnico, rimane comunque
da rilevare il grandissimo ruolo rivestito in quella vittoria da Vittorio
Pozzo. Il miracolo operato con il recupero di Ferraris IV, elemento in
netto calo di rendimento e avviato al tramonto, ormai più aduso ai tavoli
da biliardo che ai campi da gioco, rimane il suo capolavoro. Con l'innesto
in mediana del giallorosso, la squadra acquisì una compattezza granitica,
in grado di fargli superare anche le partite più insidiose e avversari più
dotati sul piano tecnico. La compattezza dell'insieme fu confermata dalle
classifiche ruolo per ruolo compilate da un giornale specializzato alla
fine della competizione: nessun giocatore azzurro era fuori dai primi tre.
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