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LA
PRIMA NAZIONALE - UNA
SPERANZA DELUSA - LA PRIMA
COPPA INTERNAZIONALE - DALL'AVVENTO DEGLI ORIUNDI
AL TRIONFO MONDIALE DEL 1934 - LE
OLIMPIADI DI BERLINO - BICAMPIONI - GUERRA
E DOPOGUERRA - SUPERGA - UNA DIFFICILE RICOSTRUZIONE - FUORI DAI MONDIALI - LO
SCANDALO CILENO - I RIDOLINI COREANI CI FANNO PIANGERE - L'EUROPEO DEL 1968
- SECONDI SOLO A PELE' - LA DELUSIONE DEGLI EUROPEI DEL 1972 - DA FAVORITI
IN GERMANIA - UN MONDIALE DA INCUBO - I PIEDI BUONI - I MONDIALI D'ARGENTINA
- UNO SFORTUNATO EUROPEO - TRICAMPIONI - GLI ERRORI DI BEARZOT - MESSICO E
NUVOLE - DA STOCCARDA A ROMA - IL CALCIO TOTALE DI SACCHI - MALEDETTI RIGORI
- DA SACCHI A MALDINI - ANCORA I RIGORI - UN INCREDIBILE EUROPEO - IL FLOP
DEL TRAP - TETRACAMPIONI
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LA PRIMA GARA
Il 15 maggio 1910, la Nazionale italiana gioca la sua prima gara
ufficiale contro la Francia, battendo i galletti per 6-2 di fronte ad
8.000 spettatori. L'ossatura della
prima nazionale è targata Milano. Il 6 gennaio 1911, contro l'Ungheria,
la selezione italiana indossa per la prima volta nella storia la canonica
divisa azzurra.
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Fu giocata
all'Arena di Milano il 15 maggio
1910 contro i galletti francesi, di fronte a 8.000 persone. La squadra
azzurra fece a meno dei giocatori della Pro Vercelli, la squadra più
forte in quel
momento, che erano stati squalificati per tutto l'anno e attinse a piene
mani dalle squadre della città lombarda (otto giocatori tra
Internazionale, Milan e Unione Sportiva Milanese, terza squadra meneghina
che all'epoca era una potenza calcistica e che in seguito sarebbe
scomparsa, unici forestieri Calì dell'Andrea Doria e i torinisti Capello
e Debernardi), vincendo in scioltezza, con un 6-2 che non ammetteva
recriminazioni della controparte, questo suo primo impegno. Dopo
il brillante esordio, l'Italia fu chiamata ad un impegno molto più duro,
contro l'Ungheria,
una delle squadre più forti dell'epoca ed esponente di punta del calcio
danubiano, per di più in trasferta, nell'ambito di una doppia sfida
lanciata con molta presunzione dalla nostra Federazione. Il risultato della gara mise in
mostra il gap che divideva il nostro calcio da quello dei paesi più
evoluti: 6-1. Molto meglio andò il 6 gennaio del 1911, a campi invertiti.
A Milano
infatti i magiari passarono col minimo scarto.
Nello stesso anno l'Italia
giocò altre tre partite con la Francia (2-2
a Parigi) e la Svizzera (2-2
a Milano e 0-3
in trasferta), concludendo con un bilancio in chiaroscuro.
Proprio nella partita contro l'Ungheria del
6 gennaio 1911, giocata all'Arena Civica di Milano, si ebbe la storica
adozione dell'azzurro da parte della Nazionale. Per dare alla squadra un
simbolo che ne rappresentasse in modo degno il carattere nazionale, il
presidente della Pro Vercelli suggerì alla Federazione di applicare sulle
maglie bianche lo stemma sabaudo, aggiunta che fu integrata dall'adozione
del colore azzurro sulle maglie, quell'azzurro che è il colore di fondo
dello stesso stemma savoiardo. Nel frattempo l'attività della
rappresentativa continuava, e una sorprendente sconfitta
casalinga con la Francia, fece da preludio al primo impegno ufficiale
dell'Italia, le Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Nel torneo olimpico
l'Italia vinse solo una delle tre partite disputate (con la Svezia
padrona di casa, battuta di fronte a 8.000 spettatori per 1-0, grazie ad
una ottima prestazione difensiva) perdendo con Finlandia e Austria.
i risultati non eclatanti colti in questo inizio erano la logica
spiegazione del gap che ancora divideva il calcio giocato nel nostro paese
(ove tra l'altro era ancora circoscritto alla parte settentrionale) da
quello delle nazioni più evolute. Che in quel momento, in Europa,
potevano essere considerate oltre all'Inghilterra, l'Austria, l'Ungheria e
la Cecoslovacchia. Mentre dal Sudamerica le notizie frammentarie che
filtravano facevano già presagire la fioritura del calcio platense e la
rilevanza del movimento calcistico brasiliano.
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L'AVVENTO DI POZZO
Il 1912 si chiude con una sconfitta con l'Austria, una delle migliori
squadre dell'epoca. Ai giochi olimpici di Stoccolma, dove l'Italia viene
eliminata dall'Austria avviene un fatto
epocale: arriva un certo Vittorio Pozzo, l'uomo che segnerà l'epoca più
bella del calcio italiano e porterà l'Italia alla doppietta mondiale
degli anni '30.
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Il 1912 si chiuse
il 22 dicembre con una nuova sconfitta contro la forte nazionale austriaca
(3-1 a Genova) che del resto
all'epoca era una delle migliori del Vecchio Continente e aveva plasmato
il suo gioco unendo l'impostazione scozzese, fondata su rapidi passaggi
con la palla radente, combinazioni geometriche e gioco veloce in profondità,
alla tecnica, alla fantasia e alla visione di gioco dei propri
rappresentanti. La miscela che ne risultava faceva dell'Austria una delle
migliori rappresentanti del calcio danubiano che andava per la maggiore.
Il 1913 si aprì il 12 gennaio con una nuova sconfitta con la Francia
a Parigi, e proseguì col primo scontro della storia contro il Belgio,
regolato a Torino col minimo scarto grazie ad una segnatura di Ara nella
ripresa. Una nuova sconfitta con l'Austria, stavolta a Vienna (onorevole 0-2)
dimostrò che nonostante i risultati non proprio eccezionali il calcio
italiano andava migliorando la propria efficienza, proprio in virtù dello
scambio di esperienze con scuole più evolute della nostra. Grosso
problema di quel lasso di tempo, era rappresentato dal fatto che il nuovo
gioco arrivato dall'Inghilterra, aveva attecchito in maniera formidabile
al Nord, ma non altrettanto nel centrosud, per cui la base di praticanti
continuava ad essere abbastanza risicata, impedendo il definitivo decollo
del nostro movimento pedatorio. Dall'altro canto, proprio il confronto
ormai in atto con esperienze più evolute, permetteva l'assimilazione di
nuove tecniche di lavoro, che era la condizione indispensabile per poter a
poco a poco portare il nostro calcio all'altezza di quello delle nazioni
più forti.
Facendo un passo indietro, bisogna però ricordare una cosa che avrebbe
assunto grande significato negli anni a venire, rivelandosi addirittura
epocale. Ai giochi olimpici di Stoccolma era divenuto allenatore della selezione azzurra Vittorio
Pozzo, l'uomo che avrebbe dato la sua impronta soprattutto al terzo
decennio del secolo, quello delle grandi vittorie. Avendo passato un lungo
periodo in Inghilterra, Pozzo aveva seguito il Manchester United, già
allora una delle squadre di punta del poderoso movimento calcistico
britannico, al fine di capire al meglio le tecniche che caratterizzavano
il calcio inglese, sicuramente il più avanzato dell'epoca. Quando già
aveva deciso di rimanere in quel paese, la famiglia lo richiamò in Italia
per il matrimonio della sorella. L'Inghilterra perse un ottimo potenziale
suddito di Sua Maestà, ma l'Italia guadagnò il futuro stratega delle due
vittorie mondiali degli anni '30. Pozzo fu l'alfiere del Metodo, tecnica
di gioco che reputava la più adatta per le caratteristiche dei nostri
giocatori e la sua caratteristica più rilevante fu quella legata
all'utilizzo di tecniche psicologiche che ebbero grande parte nei trionfi
degli anni '30. Dai suoi giocatori pretendeva non solo doti tecniche
rilevanti, ma anche doti caratteriali e comportamentali che potessero
sopperire all'eventuale dislivello tecnico verso squadre più dotate. Fu
proprio grazie a queste ultime che l'Italia riuscì a sovvertire il
pronostico più di una volta e a diventare uno squadrone.
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ARRIVA LA TEMPESTA
La cura Pozzo dà i primi risultati e il 1914 si chiude senza sconfitte. Il pareggio con la forte Austria
conferma i progressi della squadra. Arriva la guerra mondiale e il calcio
si ferma. Torna il calcio alla fine della guerra e funge da veicolo per la
pacificazione tra uomini che si erano combattuti all'ultimo sangue. Verso
le Olimpiadi di Anversa.
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Sotto la guida di Pozzo,
la nostra nazionale dette presto evidenti segnali di progresso, anche se
non si poteva certo aspettare che il divario con le squadre più forti si
azzerasse all'improvviso. A dare una sostanziosa mano ai vertici tecnici,
contribuì anche la riorganizzazione del nostro calcio che, proprio in
quegli anni, cominciava ad assumere gli aspetti che ne avrebbero favorito
il grande boom a partire dalla seconda metà degli anni '20. Era ormai
venuta allo scoperto la frattura che divideva i seguaci del
professionismo, da coloro che intendevano invece continuare a perseguire
l'ideale olimpico. E a questa frattura, se ne aggiungeva un'altra, tra
coloro che intendevano allargare al massimo il campo delle partecipanti e
chi invece riteneva fosse arrivato il momento di filtrare la
partecipazione delle società, dividendole in fasce a seconda della forza
espressa. Dallo scontro di queste tendenze, sarebbe emersa anni più tardi
quella organizzazione rimasta poi sino ai tempi nostri.
Il 1914 fu un
buon anno per la squadra azzurra, che riuscì a terminare la stagione senza
subire sconfitte. Oltre ad un brillante pareggio con la forte Austria,
vi furono due vittorie contro Francia
(2-o con reti di Berardo e Cevenini I) e Svizzera
e un pareggio ancora con gli elvetici.
I buoni progressi palesati dalla nostra squadra furono confermati anche
nella sola gara, con la Svizzera,
giocata nel 1915, vinta per 3-1 con una autorete elvetica e reti dei fratelli
Cevenini. Dopo di che arrivò la Prima Guerra Mondiale a sospendere
l'attività e i footballers italiani raggiunsero sui campi di battaglia
quelli del Vecchio Continente che già da un anno erano stati chiamati ad
usare le proprie peculiarità fisiche per cercare di scampare alla grande
mattanza che sarebbe terminata soltanto tre anni più tardi. Molti di loro
non sarebbero mai tornati in campo, chi ucciso, chi per le mutilazioni
subite sul campo di battaglia.
Una volta finito il
conflitto, anche il calcio fu chiamato a tornare al suo posto, fungendo da
veicolo per la pacificazione di paesi che negli anni precedenti si erano
combattuti in maniera spietata. La prima partita dell'Italia postbellica
si ebbe nel 1920, ancora una volta con la Francia, ormai vera e propria
vittima sacrificale, battuta con un netto 9-4
(doppietta di Cevenini III, tripletta di Aebi e Brezzi, rete di Carcano).
Più importante del risultato, era il ritorno alla attività agonistica,
segnale di un ritorno alla normalità lungamente atteso. Il resto dell'anno fugò però la gioia e le grandi aspettative destate da
questa gara. L'Italia infatti perse prima contro la Svizzera
con un netto 3-0 che non ammetteva repliche, per poi pareggiare solo nel
finale, a Genova, contro la modesta selezione olandese
nella gara che precedeva i giochi olimpici di Anversa.
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