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PIEDONE

Fu uno dei migliori attaccanti del periodo a cavallo tra gli anni '50 e il decennio successivo. Attaccante che ripudiava i fronzoli, divise la tifoseria romanista tra chi lo adorava e chi invece lo ritenva un mangiagoal. Il suo soprannome fu dovuto ad una curiosa fotografia realizzata all'atto del suo arrivo a Roma.

Pedro Manfredini fu uno dei più caratteristici giocatori nel panorama calcistico degli anni '50 e '60. Attaccante dalle straordinarie doti realizzative, era capace di giocare due partite nello stesso incontro: nella prima si dimostrava asso capace di trascinare la propria squadra, nella seconda dissipava regolarmente ciò che aveva costruito sino a quel momento. Come ad esempio successe in una trasferta sul campo di Napoli, quando nonostante avesse segnato tre reti, fu messo dalla stampa specializzata e dalla tifoseria sul banco degli imputati di una mancata vittoria, per effetto delle tante ghiotte occasioni da rete mancate quel giorno, che avevano infine permesso ai partenopei di chiudere in parità una partita che sembrava ormai persa. Del resto quella di spaccare l'opinione pubblica era una sua specialità. Anche in Argentina la tifoseria del Racing si era divisa tra gli aficionados che esaltavano ogni sua realizzazione e i puristi che gli rimproveravano il fatto di saper solo pensare alla rete, senza dar segno di partecipazione nella costruzione del gioco.
Appena arrivato in Italia, preceduto dalla fama tutt'altro che usurpata di inesorabile goleador guadagnata in patria, il buon Pedro si vide affibbiare un soprannome che gli sarebbe rimasto appiccicato per sempre e probabilmente di non grande gradimento: Piedone. Il perchè di questo curioso soprannome è facilmente spiegabile andando a rivedere la fotografia scattata da uno dei più noti fotografi calcistici della capitale al suo arrivo all'aeroporto cittadino, in cui si vede l'attaccante argentino ripreso dal basso e con in bella evidenza dei piedi che, per un particolare effetto ottico, sembravano enormi. Da quel giorno, per l'attaccante giallorosso divenne praticamente impossibile staccarsi da quel curioso appellativo. Era nata la leggenda di Piedone.

ASSI...

Sin dall'inizio confermò le referenze che lo avevano accompagnato, diventando il terminale offensivo di una squadra fortissima. Aveva sostituito nel cuore dei tifosi romanisti il suo grande predecessore, Dino Da Costa, ma poi arrivò il suo grande nemico Carniglia, per la gioia della stampa romana.

Sin dalle prime apparizioni, Manfredini fece vedere di essere il giocatore sino ad allora reclamizzato dagli esperti di calcio sudamericano. La facilità con la quale andava regolarmente in rete, ne faceva l'ideale terminale offensivo di una Roma che, perlomeno dalla cintola in sù, non lesinava nei nomi. A centrocampo dispensava gli ultimi bagliori di una classe senza fine il grande Pepe Schiaffino, arrivato a Roma in tarda età, ma sempre in grado di illuminare la scena per effetto di una intelligenza tecnico-tattica che poteva anche fare a meno della vigoria fisica. E nel dispensare il suo magistero calcistico, il grande Pepe sapeva di poter contare su altri primattori di grande vaglia, affiancandosi ad un altro straordinario uomo squadra come "Raggio di Luna" Selmosson, l'uomo per il quale la tifoserie laziale aveva inscenato una vera e propria rivolta alla notizia della cessione alla Roma. Ad affiancare Manfredini nell'urto frontale contro le ruvide difese del nostro campionato provvedevano i vari Lojacono, Orlando e Menichelli. Grazie al valido supporto di tutti questi campioni, Manfredini riuscì ben presto a prendere il posto che sino ad allora era stato riservato, nel cuore dei tifosi giallorossi, ad un altro straordinario attaccante come Dino Da Costa. Le cose andarono nel modo migliore e l'attaccante argentino si dedicò al lavoro che sapeva fare meglio, buttare dentro più palloni possibile. Stava però per cominciare il teatrino domenicale delle conferenze stampa dell'Olimpico...

UN DISSIDIO IRRIDUCIBILE

Nel 1961 divenne allenatore Carniglia, teorico del calcio spettacolo, che non gradiva nel modo più assoluto il modo di giocare di Manfredini. Da quel momento per la stampa romana gli spogliatoi dell'Olimpico divennero un vero e proprio teatro. Tra Carniglia e Manfredini la società decise di tenere Piedone.

Nell'estate del 1961, divenne allenatore della Roma Luis Carniglia. Era questi un ottimo allenatore, uno dei più validi dell'epoca. Il suo unico difetto stava in una concezione puramente estetica del calcio, che lo portava a preferire un bel pareggio ricco di reti ad una scialba vittoria per uno a zero. In un calcio come il nostro, tutto puntato sulla ricerca ossessiva del risultato, questo fatto non poteva che trasformarsi in un tallone d'Achille. Naturalmente, la ricerca dello spettacolo di Carniglia, mal si sposava alla concezione puramente utilitaristica del gioco che invece animava Manfredini, capace di appiattirsi nella pancia della difesa avversaria in attesa di un qualsiasi pallone da mandare dentro, magari nel modo più beffardo. Il contrasto tra Carniglia e l'attaccante stava ormai per esplodere in tutta la sua virulenza.
In questo quadro di latente inimicizia, i giornalisti romani ebbero una parte di grande rilievo. Al termine delle partite, nel corso della canonica conferenza stampa, era abitudine che uno di loro se ne uscisse fuori con una domanda sulla prestazione del buon Pedro. E Carniglia era solito rispondere: "Un parere su Manfredini? Lo volete por amigos o en official?" Non è difficile comprendere che "en official" doveva essere il parere istituzionale, da riportare per carità di patria sui giornali, mentre "por amigos" era invece il vero pensiero, non filtrato dalla diplomazia, di Carniglia. Il pensiero di Carniglia, era ineluttabilmente espresso in questo curioso miscuglio di italiano e spagnolo: "En official, Manfredini ha giocato una buona partita. por amigos debbo invece dire: mierda, mierda, mierda, ha giocato proprio una partita de mierda, claro?" Il concetto era talmente chiaro che ad un certo punto, sull'onda della mancanza di risultati all'altezza delle ambizioni e delle cifre spese dalla dirigenza, la Roma fu costretta a scegliere chi mandare via. Toccò a Carniglia.